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Ninnj Di Stefano Busà è una vera e propria valanga inarrestabile, sempre pronta a nuove immagini ed impreviste illuminazioni, che sostengono il suo “fare poesia” per le molteplici implicazioni della parola e del dettato.

Ella propone nuove penetrazioni della realtà quotidiana, questa volta secondo il dettame delle esperienze spirituali o religiose, che riescono a concepire le sensazioni umane, quasi a trovarsi in un clima diverso di sospensione tra la ragione e la immaginazione del divino, costellate dalla formulazione dell’assenza, in controluce con la immanenza della dimensione corporea.

“Canterò fino a spezzare le catene | che mi legano ai fondali, | fino a frangermi alle rotte | che mi esiliano all’argilla. | Stagioni senza luce, orde di nuvole | possiedono la forza dell’orgoglio. | Terra di brezze, la nostra, | di ali spezzate, | di alture arrossate da pampini, | di fuochi che si sperdono | tra case bianche. | La nudità si mostra come l’aria, | scandita da minuscoli insetti. | Ti rigeneri ai riflessi di un silenzio | che ti attraversa l’anima e ti narra | i pochi istanti di verità. | Il fluttuare lieve dell’ultimo sguardo, | ti placa e un po’ ti consola.” (pag. 21) .

Non meraviglia se l’eterno può diventare un grido, anzi un brandello del grido, che si incunea tra il cielo e la terra per incidere e colorare il trascendente. La coerenza, in questo profilo stilistico, si intravede nelle pagine che sono in grado di captare i minimi sommovimenti provocati dall’attrito tra coscienza e psiche, tra subconscio e testimonianza, nell’originale trapianto di suggestioni ben incentrate nel discorso della poesia moderna, contemporanea, e meticolosamente registrate dalla personale circolarità , sempre diligentemente lontana da chiusure o impedimenti.
Recensione
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