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«Orte, figlia del vento, | sospesa tra i calanchi | dove il sole si scura »: la sapienza poetica di Paolo Carlucci, manifesta in questo suo verso, resta costante nell’intero libro Dicono i tuoi pettini di luce. Canti di Tuscia, dove il vento più volte torna – come ben delineato nella pre fazione di Emerico Giachery – , va e viene nell’attraversare il luogo poetico, una Tuscia aspra e scura ma perennemente inondata di luce: «Le lande | agre di salsedine» e «le tombe al buio», le «urne di luce», «le ombre di pietra | obese di colori »; «Qui dove l’Ade è più fitto | in una nera chiazza di luce | la Morte si fa bella | rossa ancora, forse, | dei pudori di un’eterna | giovinezza di piaceri»; e la «Maremma, | infinita luce d’arsura | fumi all’orizzonte | azzurri miraggi. | Senza vento?». Quel che arriva potente è la padronanza di una parola pulita, squassata da quel vento, dalla voce inquieta del passato e de i suoi segreti, una parola a volte condensata in haiku ‘occidentali’, altre volte più loquace, più narrativa, votata a descrivere un paesaggio come luogo di recupero spirituale e umano. Non è fuga senza ritorno, non è ritiro definitivo, ma occasione rigenerante dalla modernità e dai suoi «avanzi sconciati», una modernità attigua a un antico «lontano» ma incancellabile. La Tuscia grida la propria storia dalle pietre, dai rovi, dalle torri, dal «sonno rovente del mare» come natura non matrigna, nonostante le tante ginestre, le ombre e le tombe; il sacro e il profano gareggiano a far sentire la loro voce, che rimbalza da Viterbo a Tuscania, da Civita Castellana a Sutri, da Bolsena a Tarquinia: «Così m’apparì, Tarquinia, | tra le tue torri, buio sacro | di azzurre onde sonore, | oggi vestita». La poesia è l’appartenenza del poeta al paesaggio, spazio poetico di vita e morte , illusione e bellezza.

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