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Dialogo tra pensiero e sguardo, la poesia di Valerio Magrelli

Valerio Magrelli si è imposto nel tempo come uno degli esponenti di punta della nuova poesia italiana nata agli inizi degli anni ottanta dalla stasi di un sistema poetico che si andava spegnendo, non più segnato da riferimenti ed istanze certe. La speculazione iniziando a muoversi così nel solco di una scrittura più introiettata e minimalista di cui Magrelli stesso si fa portavoce a partire dal lavoro sul linguaggio come area di accesso alla percezione del reale nel dialogo tra pensiero e sguardo ("Io abito il mio cervello / come un tranquillo possidente le sue terre. // Per tutto il giorno il mio lavoro / è nel farle fruttare, / il mio frutto nel farle lavorare. // E prima di dormire / mi affaccio a guardarle / con il pudore dell’uomo / per la sua immagine. // Il mio cervello abita in me / come un tranquillo possidente le sue terre").

Se la poesia come gioco linguistico è al centro della sua narrazione, sarà allora un dettato mai predeterminato a consentirgli una visione libera e per questo più penetrante e aperta. Il poeta infatti è colui che nello scavo di questi infiniti accenti sa di avere in sé la possibilità di perdersi ma anche di ritrovarsi in territori nuovi nel punto di arrivo della pagina giacché il suo interesse non è nel rispecchiamento del reale ma nella sua invenzione nella tenuta della parola, nella sua negazione se necessario. Figura curiosa così di poeta che inseguendo nella lingua reti e relazioni avvicinabili alla scienza pure mai in disdegno dalle istanze della società attuale in una varietà delle commistioni abilmente legate nella struttura quasi classica del verso in toni ora civili ora più strettamente intimi delle diverse precarietà del quotidiano.

Le contaminazioni dell'alto con il basso, il diario in versi, l'uso del trattatello e dei rifacimenti sono segni di una scrittura viva nella forma di uno scavo che non esclude nulla, la lezione tutta nella concezione di una poesia come atto conoscitivo più che di senso; se la centralità della vista rivela la necessità di un ordine a ridosso delle ambiguità del presente, è la tenuta della parola dunque a misurarne l'esperienza. Per questo l'immagine che più lo descrive è quella del sarto che si fa stoffa nella riflessione di un procedere che può avanzare solo per scarti. È una questione d'identità a muovere sempre la domanda.

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