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Monologhi da specchio

È sempre un piacere essere strattonati e in qualche modo provocati dalla poesia e dal gioco di bolo e ruminanza magnetica della lingua di Marcello Marciani che sia in lingua o nell'amato frentano della sua Lanciano. Sempre un piacere perché, " fedele alla propria poetica di occultamento dell'io lirico - come da quinta di copertina - per dar voce a un <io rappresentato>", abilmente nel rimpasto scenico cui sottopone il moderno nelle sue ambasce e nelle sue idiosincrasie sa offrire nella canzonatura quasi degli spioventi destini - ora subiti, ora perversamente alimentati - quel quid di solida pietas che permette nello specchio cui ogni lettore è costretto, nell'onestà dello sguardo, uno sorriso verso se stessi e dunque verso gli altri di piccola e franca misericordia, di tenerezza.

Non è poco considerando che insieme nel quadro delle diverse rappresentazioni nessuno sconto è dovuto, nessuna malia è esclusa piuttosto accompagnata in un analisi psichica però senza giudizio se non nel rigore dell'indice verso un tempo che ci macera e risputa, senza lingua, senza parola perché senza coscienza a cui contrappone una controlingua, una controcoscienza: quella di un anima che non si sa salva, che nella zoppia del balbettamento cui si tenta sa - o spera - la fuoriuscita del ricominciamento.

Soprattutto nella sottolineatura dello smarrimento di una dignità colpita o repressa è la forza di una scrittura data magicamente nel filtro di un occhio amaramente divertito o gioiosamente dolente, nel riso furtivo di un demone impiastricciato, di un bambino scopertamente insolente. Come in Rasullanne (il lavoro in dialetto del 2012), sottopone sotto la lente disparate figure di un'umanità compressa e al vaglio di uno specchio gracchiante, sovente stizzito, più che recriminatorio ma che pure (come non a caso nell'esemplificativo "Gemelli") sa riconoscere la necessità più che carnale dell'altro.

Agli estremi, nel testo d'apertura "Lo scrivano" e nel conclusivo "Il tecnico del pc", la sagoma lucida e analitica di un Marciani in dichiarazione e sunti metapoetici tra trascrizioni di "lettere raschiate" nell'attraversamento insonne della notte e una "lente deformante rotolata in un descento / di vocaboli che cascano sul ghiaccio" (nel primo caso) e la figura di una nuova tekné tra riformattazioni e rassettamenti del caos nella coscienza però di non poter mutare nessun destino (la seconda). In mezzo come detto la marea debordante di presenze disgraziate a dire il bisticcio di una Storia irrisolta e irrisolvibile tra flaccidia di rimpianti e mortificate prosopopee manageriali, tra commedie di spalmata- e virtuale- sensualità e riproduzioni fraudolente del mondo.

In mezzo il vedere dell'altro che interrogando il proprio lo confonde oltre che confermarlo entro un recitativo ipnotico (intriso di "mescidazione di oralità dialettale e rimandi aulici" come ben evidenzia Di Stasi nella prefazione) che risalendo dal disincanto insieme chiede venia e recrimina, accusa e compatisce. Il risultato è nella slabbrata oscurità dei rifugi, dalle camere compiacenti e asfittiche del web alle untuosità dei trucchi che non trattengono le crepe, l'irrefrenabile consonanza di "arti scheggiati teste mozze nel vuoto/remoto di un secolo che regredisce" a dire di donne e uomini nello spettacolo degli specchi l'eterna attesa di "chi più cede" o semplicemente di chi più attende (esemplare fra gli altri la figura di Cecco lo jommero sempre nel muso basso delle recriminazioni- il mondo sempre opprimente e avido, mai consono).

Ed è in uno degli ultimi testi, "L'uomo allo schermo", nell'immagine della "pornografia dell'io schizzato fino alla sconnessione per ammosciamento" il riverbero di un dettato puntualmente prezioso nella complessità delle interrogazioni che fa di Marciani autore ricco per dovizia e risonanza di impianto. Anche perché comunque: "Se le parole vanno oltre la vita / il mio lavoro le aiuta a farle andare / ma se la vita va oltre le parole / andare controvento è un bel gran lavoro".

Recensione
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