|
| |
«Sale dal tremore dei ceri | il coro, e i vapori I da tenebre
o da pozioni; I sacerdotessa o chierico | li hai cavalcati sorvolando I la
notte, come valle I dove, pedestre più di un contadino I fabbro, ne batto i
bordi incandescenti. I Come reliquia tu vuoi la mia anima, | io la tua immagine
come souvenir.» Sono i versi della sedicesima lirica della sezione Aurora per
la silloge del pavese Francesco Mandrino (classe 1948), I bordi della notte,
pubblicata con le Edizioni Tracce di Pescara nel 1992.
In questi versi il poeta cammina lungo la grande
onnicomprensiva metafora esistenziale della «notte», ridando nomi e forme alle
proprie rievocazioni-visioni quasi da artiere carducciano (e si notino elementi
classicistici, nella raccolta, come certa sobrietà lessicale e alcune
posposizioni del soggetto); rievocazioni-visioni racchiuse entro i «bordi
incandescenti» della sua anima. La notte, perciò: come «valle» serbatoio
naturale, come tela oscura da decifrare, dove il presente si confronta e si
colora continuamente con avvenimenti di un passato collettivo, di una memoria
storica ora rintuzzata attraverso alchimie medievali ora venata di chiaroscuri
barocchi. E, non a caso, in una di queste liriche, come uscite fuori da
celeberrimi quadri, veglia pensosa la figura secentesca del Caravaggio.
L’artiere Mandrino non si illude, però, che la storia passata possa ancora
parlare, comunicare intimamente alla storia presente, all’odierno pubblico di
massa tanto dimentico dalla tradizione. E allora la sua «anima» diviene
pretestuosamente una sorta di reperto archeologico ed egli con quella profonda
coscienza propria di una sottile ironia, s’accontenta anche del «souvenir» oggi
più di moda - il sembiante, quell’«immagine» che fa quotidianamente il prezzo
del nostro successo-inganno - per aggrapparsi comunque a una memoria del
vissuto.
All’affresco onirico e chiaroscurale di Aurora segue, nel
volume, la sezione Villeggianti d’inverno, dove nell’estensione
denotativo-descrittiva del discorso poetico si avverte un relativo calo della
tensione sintattico-lessicale nonché della risonanza semantica del verso.
Il volume di Mandrino costituisce comunque un fenomeno
complesso e singolare nell’attuale panorama lirico italiano: un fenomeno di
referenze ermetiche e post-moderne, dove gli opposti si integrano ad
evocare-rappresentare atmosfere e dimensioni in fondo iperreali; dove la storia
sconfina nella poesia; dove la pesante «sofferenza» di un momento (nella settima
lirica di Aurora) passa quasi inavvertita, leggera nella «silenziosa» quiete di
corsie ospedaliere; dove la pausa carica di effetto semantico costituita da un
«perfino» ribadisce la sospensione del «fiato». Sospensione che dice sia un
timoroso stordimento di chi si trova innanzi bruscamente a tristi situazioni sia
il cessare del respiro nei moribondi. In entrambi i casi vi è un’attesa
angosciante della morte, quella stessa che tormenta la veglia del Caravaggio
nella decima lirica: come un rimpasto di sensazioni, una latente continua
sinestesia della vita che rimette tutto in gioco, cieca col destino dei singoli,
detonatrice dei tortuosi singulti del tempo e dello spazio, ora contratti ora
dilatati da ombre e luci del poeta-pittore Mandrino.
E quasi ovunque il silenzio. Perché queste liriche, come ogni
tela che si rispetti, non suonano soltanto ad un facile orecchio, ma cercano
l’interiore visionaria auscultazione di un attento lettore.
| |
 |
Recensione |
|
I bordi della notte
|
|
poesia
|
|
| Autori |
| • | Francesco Mandrino |
|
Edizione:
Edizioni Tracce
Pescara 1992 |
|
| Prefazione di Andrea Venzi - pp. 39 |
|
| Recensione a cura di |
| • | |
Pubblicata su:
Nuove lettere nr.2/1996
|
|