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Fragmenta. Titolo davvero suggestivo, eco viva e vibrante di una tradizione arcaica, di un linguaggio classico mai dimenticato, scarno nella sua essenzialità, che rinvia all’intero di una vita ricca e infinitamente varia, che la poesia elabora e riproduce in immagini liriche toccanti, dal fascino sottile. L’ultima raccolta di versi di Maria Luisa Daniele Toffanin, edito nella pregevole Collana Elleffe diretta da Cesare Ruffato per i tipi della Marsilio, è tante cose insieme, cristalli colorati di un caleidoscopio che nella lettura si ricompongono in una molteplicità di momenti, di luoghi, di eventi nell’ampio respiro di una prospettiva corale.

È innanzi tutto poeta-vestale, a custodia del tempio della vita, di quel mutevole spazio-tempo che scorre tra le persone, e non via da esse o trascinandole via: la sua poesia, i suoi versi teneri, i suoi aggettivi fatti di allitterazioni complesse – i suoi multipli tautografismi (..“si riforma ricanta ricolma” p. 111) – formanti spesso un unico verso, fanno barriera. Frattali poetici che riproducono i mille colori, le forme infinite del creato e implodono (“E all’occhio distratto | scompare nel nulla il creato” p. 89) in un panteismo domestico, nelle immagini mutuate da una natura – madre, viva di presenze antropomorfe e vissuta, anche nel dolore, con una intrepida, e quieta, serenità, con garbato riserbo, con generosa sensibilità.

Libro ovidiano delle metamorfosi private, dalla prosodia straniante e dal lessico ricco e provocante: impeccabile negli endecasillabi che evocano la sonora modulazione degli accordi e le tonalità foscoliane: “Forse per questa imago da plasmare...” p. 100; o nei titoli dalla cadenza montaliana: “Non rapitemi i sogni (p.115), gli occhi bendati d’immortalità”, Fragmenta si legge come il messale di una liturgia di redenzione che inizia con una lirica “Introibo” dove l'autrice annuncia il caos degli “archetipi” (categorie pure dell’anima poetica) di una cosmogonia originaria ormai in frantumi, sommersa dall’onda nefasta di un non-senso della storia, che troverà riscatto solo nella natura, “calamita consolante” “che a noi commisurata affabula magìa-prodigi-energia, alfine magistra per rinati germogli di tensione-vigore” ridarà vita e senso a “l’infinita nostra attesa”. Ed è il poeta che compirà il miracolo (119), anzi la donna che - Immobile quasi il respiro del tempo | ed ogni quesito sopito - p. 68 - nei suoi versi canta e riflette l’eterno femminino, in comunione con la vita, con il Creato intero.

Recensione
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