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In Metastasi di rosa di Claudia Manuela Turco (Brina Maurer) ciò che con immediatezza incatena il lettore è il potere dei versi di coinvolgerlo in toto nello stato emotivo dell’autrice. Già dal titolo il lettore percepisce l’atmosfera nella quale si accinge ad immergersi: la cruenza del termine ‘metastasi’ non viene attenuata dall’immagine della ‘rosa’, ma si acuisce nel contrasto.

Tra autrice e lettore si instaura un travaso di sentimenti tristi, di dolore non accettato, gli stessi che già in lei palpitano e la ispirano per la «giovane rosa malata».

Il simbolismo avvolgente delle immagini poetiche che si rincorrono e/o si intrecciano come acqua di fiume in piena, rende comunque chiaro, e amaro, il riferimento alla realtà.

Tutto il libro è pervaso dal senso della precarietà del vivere, che si fa attesa ansiosa («Ti invoco, ti chiamo, t’imploro»); o nostalgia («Mia amata infanzia | m’immergo nella fiamma dell’odio, | per purificarmi»; «Nell’erba rinverdivo la bocca e il viso»; «Rivedo i tuoi lunghi vestiti di pizzo | bianchi o neri, | ma sempre docili ricami di pena taciuta»); o sogno («È solo un sogno | eppure il suono di un sogno non svanisce al risveglio»; «Sarà la poesia a tenermi in vita, | fintanto che la vita non riporterà | il fuoco nelle mie mani»); o scoramento talora senza speranza («So che domani | la stessa pietà di oggi | porrà tra le mie mani | [...] | l’Eutanasia.»; «la vita è un lungo e ininterrotto pianto»).

Ma, nella serie di poesie che dà titolo al libro, Metastasi di rosa, incrudisce il triste epilogo del conflitto tra la vita e la morte, dal lento procedere in un continuo affanno, nel dolore e nella di/sperante lotta per la salvezza, però definitivo nella conclusione.

Il cancro, bestia indomabile, feroce... Chi può rimanere indifferente di fronte alla sua insaziabilità mortale?

Il male, il cancro che sta uccidendo Maria Grazia Lenisa, grande scrittrice e direttrice della Collana bastogiana “Il Capricorno”, alla quale il libro è dedicato, è una condizione che la Turco fa tutta sua: «Ti riparo dalla violenza dell’acqua, | nella lenta agonia | forse meno tua e più mia».

Non c’è più resistenza né c’è più speranza: la ‘rosa’, la ‘bianca rosa di maggio’, simbolo della bellezza e del rinnovato vigore della natura dopo il torpore invernale, è ormai ‘candida rosa crivellata’, ‘rosa-fanciulla’ vinta dal ‘cancrostupratore’.

La pietà della farfalla e il saluto del “bouquet di pelo, | dalla coda agitata” a nulla valgono né vale il generoso riparo dalla violenza della pioggia a salvare la ‘rosa di carne’.

È la sconfitta della vita, che spinge in un vuoto di potere e, al contrario, in una pienezza di dolore incomparabile che soltanto la poesia, quella che sgorga dall’anima generosa e sensibile, solidale nella grande intemperie che tutto vuole annientare, riesce a misurare nella sua profondità.

Rosa’ è il simbolo legato insistentemente all’esistenza: la ripetizione quasi ossessiva del termine, accompagnato da un’aggettivazione quasi sempre negativa, è l’essenza della sua radicalità alla vita, ma anche della sua resistenza, sebbene destinata infine a venir meno, a un male che risulta più forte.

Senza soffermarmi sull’aspetto strutturale del verso che per la sua ricorrente carica metaforica legittima una poesia genuina e fuori dagli schemi freddi dell’accademismo e della sperimentazione, la voce di Claudia Manuela Turco si leva cristallina nell’attesa di una umanità fatta d’amore, senza spettri di mali insoluti.
Recensione
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