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Il prof. Francesco Di Ciaccia si sta affermando come uno dei più attenti e informati studiosi del Manzoni, in particolare nello specifico settore dei cappuccini e della peste ne I Promessi Sposi. Dopo i precedenti saggi apparsi su Studi e Ricerche Francescane, in L’Italia Francescana, in Frate Francesco, e dopo un nutrito contributo dal titolo Sollecitudine e delirio nella peste manzoniana, offerto anche come estratto della citata rivista Studi e Ricerche Francescane [14 (1985) 1-245], ha dato alle stampe ultimamente un volume che li raccoglie in sintesi: La parola e il silenzio. Peste carestia ed eros nel romanzo manzoniano, Giardini Editori e stampatori, Pisa 1987, pp. 282.

La nuova elaborazione, rispetto ai precedenti saggi sparsi, si presenta con notevoli modifiche, date per lo più da abbreviazioni e espunzioni, essendo stati relegati in nota molti brani disquisitivi. Ne deriva una lettura che privilegia la parte propositiva, in cui talune punte polemiche dei precedenti scritti si attenuano in un discorso più pacato, che non rinuncia però alla «negazione della contraddizione».

L’indagine precedente – Sollecitudine e delirio nella peste manzoniana – si snodava in due sezioni: la prima, considerata «positiva» e direttamente riferita alla peste nel romanzo, spiegava perché il Manzoni avesse potuto trattare un simile argomento, «il quale, estrapolato dalla storica sollecitudine, sarebbe alla base della crisi manzoniana sul romanzo storico» (p. 7); la seconda, attraverso le riflessioni sulla Colonna Infame, metteva allo scoperto il turbamento dello scrittore di fronte al delirio e affrontava il problema del silenzio manzoniano.

Sono le direttrici dell’indagine del Di Ciaccia, il quale sviscera il tema della «ragione e carità nella peste», appuntando l’attenzione sul P. Felice Casati e rivendicando al clero e ai religiosi del tempo una chiara testimonianza di sollecitudine pastorale e di servizio come «ministero».

In quest’ultimo saggio ovviamente non muta la prospettiva dell’indagine, che viene ulteriormente puntualizzata ed esplicitata. Qui viene contrapposta la «parola propositiva, che è fattiva e benefica», ed il «silenzio della inconcludenza». Si tratta della contraddizione tra la «presenza» della razionalità sottile quanto efficace, discreta quanto profonda, e «l’assenza» della razionalità e della premura (p. 11).

Scrive testualmente il critico: «‘Parola’ e ‘silenzio’ sono dunque archetipi metaforici, rispettivamente del ‘verbo’ che crea, dell’atto che comunica, e della ‘ombra’ che nasconde, della chiacchiera che insidia. Essi non sono fenomeni fonici. In questo senso possiamo dire che il Manzoni, ritraendosi dalle lettere a seguito della ‘follia’ legata alla peste, e cioè col proprio silenzio letterario, ha proseguito con la parola taciuta un silenzio disturbato, quasi per correità storica e morale, ma al contempo catartico, in quanto il patire riscatti il perdersi. L’antagonismo alla sessualità-sensualità è l’eros come ‘presenza’, la quale non schiamazza e non disturba. E qui è il Manzoni, cantore dell’amoroso affetto con la parola sommessa per pudicizia del mistero dolce. Il ‘silenzio’ nel segno della prevaricazione, quanto all’eros è nel sotteso, come un negato. L’essenza della preteriezione manzoniana in amore è qui: nella ‘parola soave’. In questa ‘parola’ è contraddetto precisamente colui che, disturbando, relega l’amore nel ‘silenzio’ dello sfruttamento» (pp. 11-12).

Ci siamo permessi la lunga citazione perché essa chiarisce l’ambito e fa intravedere i risultati, in vero notevoli, dell’indagine.

Non è possibile qui seguire l’autore del saggio lungo tutto l’itinerario del suo denso discorso, ma piace sottolineare come efficacemente esamini e spesso rettifichi affermazioni gratuite sul clero, sui cappuccini e in genere sulla Chiesa del tempo, fatte da alcuni studiosi, come il Cordero, il Moravia ed altri.

La puntualizzazione avviene sempre su due piani: quello documentale e quello argomentativo, nel quale emerge una sicura conoscenza della teologia e delle sue branchie, quali la morale, l’ascetica, ecc. Questa solida base gli permette di procedere con sicurezza e di penetrare nel profondo universo manzoniano.

Lo studio si articola in quattro precisi argomenti: La peste nei «Promessi Sposi» (p. 13-100), La peste nella «Colonna Infame» (pp. 101-198), La Carestia (p. 199-225) e L’Eros nei «Promessi Sposi» (pp. 227-272).

Dato il carattere di questa rivista, qui accenniamo soprattutto al discorso relativo alla presenza dei cappuccini nell’opera manzoniana. Anzitutto il Di Ciaccia chiarisce bene che il «servizio» dei cappuccini durante la peste del 1630 va inteso come «ministero» non solo nella direzione di cura d’anime, ma anche, in primo luogo, come «servizio» materiale, nello spirito della carità fraterna e nel nome di Cristo.

L’autore analizza felicemente, in proposito, questa espressione del Manzoni, messa in bocca a P. Felice Casati: «Senza alcun nostro merito, siamo stati scelti all’alto privilegio di servir Cristo in voi» (I Promessi Sposi, cap. XXXI, 47-48). Occorre dire che l’analisi del Di Ciaccia è fondata sia sul piano filologico che su quello ermeneutico e corregge le interpretazioni di alcuni studiosi contemporanei che tutto leggono in una prospettiva di giucco politico, pesantemente umana, facendosi sfuggire l’intimo messaggio, di conio superiore, insito nel testo delle fonti secentesche e nella fine narrazione manzoniana.

Altrettanto interessante è l’analisi del Di Ciaccia sul «ragionamento» di P. Felice Casati, ossia la sua predica agli scampati dalla peste nel lazzaretto. Egli vi vede un discorso sulla «giustizia che, in universale, invera teoricamente la ‘giustizia’ del perdono e la ‘giustizia’ della morte, fondandole» (p. 35).

La «benedizione» di lode del discorso del P. Felice è ben raccordata con le parole rivolte da P. Cristoforo a Renzo: «va preparato sia a ricevere una grazia, sia a fare un sacrificio; a lodare Dio, quale sia l’esito delle tue ricerche (cap. XXX, 53)». Sembrano l’eco della predica di P. Felice: Dio sia «benedetto nella morte, benedetto nella salute». L’autore prende di qui lo spunto per svolgere pertinenti osservazioni sull’«ottimismo» e sul «pessimismo» del Manzoni, con copiose citazioni bibliografiche.

Successivamente il Di Ciaccia, discorrendo sulla «benedizione» del servizio, chiarisce che «il sacrificio di P. Felice è ‘per gli altri’, e che anche la ‘lode’ è per gli altri». «E precisa che « il ‘gran ministero dei cappuccini agli appestati’ non si definisce solo dal materiale servizio di assistenza, ma dall’affettiva dedizione, si intende in senso morale e non puramente psicologico» (pp. 47-48).

Tutta la predica del P. Felice viene analizzata nelle singole espressioni, con penetrazione psicologica e buon supporto teologico, e con utili riferimenti alla dottrina e alla prassi cappuccina in materia.

L’excursus critico dell’autore sui «cappuccini e la peste» sa ben vagliare, distinguendo la paglia dal grano e sottolineando le convincenti interpretazioni del Momigliano, che definì quel servizio dei frati «un sapiente inno alla carità», del Ficara, che lo vede come contrapposizione delle «opere» rispetto alle «parole». Il Di Ciaccia qui ribadisce che le «parole», nel diletto e nel giuoco dell’opinare, costituiscono come il «delirio», mentre le «opere» danno vita alla «sollecitudine». I cappuccini impersonano l’operosità e quindi la «sollecitudine», mentre altri, specie i politici, perseguono il vacuo opinare e quindi il «delirio».

In questo contesto l’autore sottolinea e respinge l’ironia del Cordero, che guizza pungente anche nei riguardi del servizio dei cappuccini agli appestati. In particolare il Di Ciaccia scagiona giustamente il P. Felice dall’accusa di «despota» nel lazzaretto, notando che egli, alla luce delle fonti storiche, appare «dolce» e lascia a P. Michele Pozzobonelli – un «mastino », secondo il Cordero – il ruolo di «giusto e rigoroso», ruolo giustificato dai disordini, prevedibili e reali, nel lazzaretto.

Il discorso del Di Ciaccia si estende poi alla presenza dei cappuccini nell’altra opera manzoniana, La Colonna Infame, di cui interpreta con obiettività l’opera, le difficoltà e anche i limiti.

Lo studio si sviluppa poi nelle altre citate parti, sempre con lo stesso metodo e con gli stessi risultati, veramente apprezzabili.
Recensione
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