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Un libro, quello di Ferruccio Gemmellaro, che, oltre ad essere ricerca minuta, eertosina, direi succulenta, di tante e tante pagina di storia ingemellata da miriadi di microstorie o storie locali, conosciute soprattutto agli esperti, spesso misconosciute e per superficialità o per quel pigro esercizio della mente e della memoria che tende a soprassedere, a tralasciare ciò che ci accade attorno e che in realtà costituisce la materia e la forma di cui siamo fatti, è un romanzo d'amore, tenero ed appassionato, forte ed al contempo ingenuo.

Sentimenti che non ti aspetteresti dai protagonisti del romanzo, ricchi di quella saggezza popolare, di quel tranquillo ma incisivo modus vivendi – et educandi – che è proprio delle persone del popolo che appaiono sempliciotte se non povere di spirito, ma che in realtà sono fonti inesauribili di risorse e di Sapienza.

Un amore libero e maturo per i tempi, un sentimento non solo carnale, tra Carmela e Cosimo, ma un amore per la natura, per il paesaggio, ora aspro e desertico, ora aperto e quasi lussureggiante – gli specchi di mare, l'azzurragine che appare e traspare dai terrazzi ottogonali, la minuta descrizione, quasi una scrittura, di chiese, ville, monumenti, archi – un amore per l'arte e per una terra che di arte è satura e su l'arte si adagia con la sua miseria e i suoi stenti. Una terra che eternamente sente pesante sul tergo il piede straniero, ma, se non sempre si ribella, non se ne lascia tuttavia schiacciare.

Un omaggio questo di Gemmellaro alla terra di Puglia, dove aleggia lo spirito del "puer Apuliae", di quello "stupor mundi" che, iesino come l'autore, improntò di sé quel popolo e quella terra traboccandovi una tale cultura (la Scuola Siciliana in realtà si teneva in Puglia), che persino un pastore quale Acrisio, anche se lo scopriremo nobile ed istruito, potrà esprimersi sentenziando ed oltre all'arte casearia, erudirà i due giovani su argomenti storici, filosofici, religiosi.

Una cultura a tutto campo traspare dalle pagine del libro, una cultura solida, radicata (vedi i continui, interessanti riferimenti etimologici), tin lavorio, un rodio da "topo di biblioteca" che tuttavia ha conosciuto i luoghi, non soltanto le pagine dei ricercatori che lo hanno preceduto, ha frequentato le genti, "vissuto" le usanze, amato il popolo pugliese.

Ce lo mostra persino il ricorso a termini ed espressioni dialettali, che inframezzano un linguaggio che attiene alla poesia e se ne nutre.

E i sensi.... I sensi sono in continuo incessante fermento sin dalle prime pagine: il fetido respiro della grata del porco, la pelle odorosa di Carmela e l'afrore del corpo di Cosimo, quel pomodoro il cui succo rosso, pieno, odoroso scivola dal pane o meglio dalle freselle ricamate di olio denso, carnoso; il profumo del timo e del basilico che impermea l'aria, quel feto che si liquefa sul selciato inorridendo gli occhi, i sette urli delta donna, novella baccante, che penetrano nella testa a risvegliare gli animi dormienti (di alfieriana memoria), e la carnalità di certi amplessi, il timido, appagato innamoramento della pulzella per il baroncino che le schiude un mondo di luoghi, ma soprattutto di idee, per cui questa. pulzella paesana nulla ha da invidiare all'altra più celebre pulzella di Francia e ben ha operato Gemmellaro net riportarla a una luce prinnaria ricollocandola in un sito storico che le conviene e le è dovuto.

I sensi dunque che s'insinuano come una sinopia in tutto il libro e annodano gli avvenimenti e gli eventi in un tutt'uno estremamente fruibile e godibile. E se eccessiva può sembrare ad una prima lettura l'abbondanza di notizie storiche che evidenziano l'urgenza di comunicarle al lettore per farvelo partecipe, basta riprendere in mano il testo più e piùvolte, per apprezzarne lo stile, per assimilarne lo spessore e farsi avvolgere dall'indubbio fascino evocativo, testimonianza di scavo profondo nella memoria degli uornini e delle cose.

Recensione
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