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Dalla soffitta rinasce Rosa Scalini

Premessa del nipote Duccio Castelli
2011

Dopo avere scoperto anni fa un paio di isolate poesie sconsolate e belle (con le quali a sorpresa Corrado Barbieri confezionò e regalò a me e ad altri uno struggente scrigno recitato), trovo ora qualche altra vecchia velina di Rosa Scalini.

Mi ci son messo inevitabilmente subito addosso, e sono ora qui a riversare una piccolissima compilazione letteraria di questa mia piccola zia antica (sorella maggiore di mia madre) e che assomigliava a Woody Allen vestito da donna. Ma non era per nulla comica.

Ecco dunque alcune sue pagine...


Eravamo ancora tutti e due Picì

1960

Tolgo il coperchio della macchina da scrivere che sa di muffa. L’ha usata per molti anni mio marito. E’ vecchia. Una "Lettera", credo si chiamino così. Ci scriveva le sue commedie, i suoi racconti.

Perchè l’hai fatto?

Non sono mai riuscita ad andare oltre le prime pagine. Convenzionali. Una condanna senza possibilità di ricorso. Lui lo sapeva e io non ho mai saputo fingere.

Lui mi piaceva.

L’ho conosciuto per caso; aspettavo il tram in Piazza Sant’Agostino. Non ricordo come abbiamo cominciato a parlare, aspettava anche lui. Un tipo alto, elegante, magro. Una testa quadra, con un naso affilato e una fronte alta. Un po’ stempiato. Era il primo anno di guerra. Era facile allora parlarsi anche fra estranei. L’atmosfera di guerra ci aveva resi un po’ tutti fratelli.

Ricordo che gli ho chiesto se andava in ufficio. Si, "more-solito" (o qualcosa di simile mi rispose): una frase un po’ sofisticata che me lo aveva subito fatto catalogare fra gli intellettuali.

Prima di arrivare in Piazza del Duomo gli avevo già dato il mio recapito telefonico dello Studio, ed il mio nome. Mi aveva detto che si chiamava Panieri, e che lavorava al Canapificio.

La sua telefonata l’ho aspettata di giorno in giorno. Mi sarebbe piaciuto ritrovarlo, riparlargli. Ma niente. Già.. perchè avrebbe dovuto? Non sono bella, non sono nessuno: perchè dovrebbe?

Poi passano un paio di settimane, sto scendendo da Piazza del Duomo per via Torino all’inizio, c’è un giornalaio, e chi ti vedo a comprare i giornali?

Lui. Sento il cuore che mi fa uno zompo: è dall’altra parte della strada, l’attraverso e guarda guarda, gli dico, e lui: ho telefonato allo Studio e mi è stato detto che era fuori. Non le hanno riferito? No. E’ possibile: sono la capa di uno studio di disegni per tessuti, ma il telefono è in mano a un vecchio impiegato fedelissimo al nostro datore di lavoro, che riferisce quel che gli pare e come gli pare.

Ma che importa?

E’ mezzogiorno, mi accompagna verso casa. Abita vicino a casa mia, a pensione, in Via Ariberto. Io ho un appartamento, da sola, per la prima volta in vita mia: una casa civile, con una bella terrazza. Scendiamo per Via Torino verso Piazza Sant’Agostino. In Via Olona gli dico, per tastare il terreno: le truppe di Hitler avanzano sul fronte orientale: pensa anche lei che la guerra sarà finita in quindici giorni?

Ah, ah, fa lui: la vedremo... e sghignazza: ne riparleremo fra un paio d’anni.

Gli dico di venire a cena da me, questa sera. Ecco, penso, quest’uomo mi piace; ma se fosse un fascista non lo vorrei attorno.

E’ stata una serata viva, affascinante. Parlato della guerra e di molto altro. Sa un mucchio di cose che vorrei sapere anche io. Di politica ne so ben poco. Solo che sono figlia di una ebrea e di padre cattolico; e che ho accompagnato l’uomo che amavo a Genova ad imbarcarsi su un bastimento in partenza per l’America, con la sua famiglia: profughi ebrei russi.

Poi tutto è finito in letto. Tutto andato bene. Questo mi piace, mi sono detta.

La prima volta dacchè è partito Sciurka. Quasi due anni. Lui ci guardava, con il suo profilo di giudeo appeso al muro di fronte al letto. Tanto sapevo che non ci saremmo mai aspettati; e poi l’innamorata ero io. Lui c’era stato, senza impegno. Era in Italia "di passaggio", scappato dalla Germania e in attesa di potersi imbarcare per l’America.

Poi ci siamo rivisti sempre più spesso. Facevamo del gran discorrere; io ero assetata di conoscere, e lui era un istruttore eccezionale. Io di politica capivo ben poco, per non dire niente. A volte ora mi domando come fanno questi giovani ad essere tanto edotti. Va bene, parleranno fra loro, e discutono. Questa è di certo una buona cosa; mi sembrano fenomeni, ma com’è che noi non se ne capiva niente? Avevamo altri problemi, siamo cresciuti, quelli della nostra generazione, in un’epoca in cui tutto era proibito. Le questioni del sesso non soltanto non potevano venire discusse, ma il solo essere sospettati di pensarci, ti metteva nella veste del peccatore senza possibilità di perdono. Una ragazza che concedesse un bacio era una puttana.

Ragion per cui tutte ci sentivamo tali, prima o poi. Allora, il nostro problema centrale era quello. Come conciliare le voglie coi desideri paterni: che ce ne importava della politica? Per me questa conoscenza è stata come si aprisse una gran finestra su di un mondo sconosciuto.

Dopo un bombardamento, la casa dove lui stava in pensione ha avuto dei danni; gli ho detto di venire ad abitare con me. Non ha accettato subito. Forse pensava che ci rimetteva della sua libertà. Era chiaro che non ci si dovesse sposare; era partigiano del libero amore, e per me andava bene così. Poi è venuto, e si andava d’accordo. Dividevamo le spese ed eravamo contenti. Anche in letto andava sempre meglio. Non era amore? Non lo so. Gli ero affezionata ed anche lui a me. Io facevo bene da mangiare, lui mi dava una mano per casa: era ordinatissimo. I bottoni se li attaccava da solo e le camicie le faceva stirare in lavanderia. Ci trattavamo sulla base di parità e uguaglianza. Anche questo mi piaceva; capivo che era un po’ tirchio (oggi direi economo), non faceva mai il passo più lungo della gamba. Fino ad allora, io, ero stata abituata a spendere quel che mi pareva, mio padre aveva un bel protestare .. ci aveva perfino minacciate di farci interdire quando ancora abitavamo con lui a Como.

Ma ormai mio padre era morto e io mi guadagnavo la vita da sola. Avevo un buono stipendio e non mi lasciavo mancare niente. Panieri mi faceva i sermoni di mettere da parte qualche cosa, che poi viene la vecchiaia. Ma io niente: alla vecchiaia non ci volevo pensare.

Lui invece era ossessionato dal pensiero della vecchiaia. Mi faceva rabbia quando metteva via la pastasciutta da mangiare il giorno dopo, e se tentava di farla mangiare anche a me, me ne sentivo avvilita. Oggi la mangio e mi va benissimo. Venivamo da due ceppi differenti: in casa mia eravamo stati allevati come se le vacche grasse avessero dovuto durare per l’eternità. Poi quando anche l’azienda del papà iniziò a perdere con la crisi del 1930, quanta amarezza dobbiamo aver fatto ingoiare a quel povero vecchio con le nostre spese e coi nostri debiti.. "Papà paga", era il motto di casa.

Panieri era invece figlio di modesti artigiani, suo padre un falegname, che per quell’unico figlio si sarebbe fatto impiccare. Era riuscito a fargli fare ragioneria, poi si era iscritto all’Università ma senza finirla. Aveva trovato lavoro in una banca a Milano, venuto via dalla nativa Romagna, il padre e la mamma rimasti là. Ci andava a trovarli una volta all’anno, per i morti, che era poi la data del suo stesso compleanno. Così il primo anno di guerra lo abbiamo passato insieme. Ogni tanto suonava l’allarme e lui si alzava dal letto come un razzo. Ricordo una volta che nella fretta di uscire per correre al rifugio mi sbattè la porta in faccia. La "principessa" ne rimase ferita. Io mi alzavo malvolentieri, sono sempre stata una fatalista. Fin dai primi tempi arrivavo sempre al rifugio tra gli ultimi. In ultimo poi quando si era visto che il maggior numero degli allarmi erano ingiustificati, finiva anche che non ci andavo nemmeno più. In cantina stavo in piedi vicino alla porta, sempre in pantaloni, mentre quella beghina velenosa della nostra portinaia iniziava a dire le preci ad alta voce guidando il coro delle inquiline volonterose. Lui stava rannicchiato in terra, con la testa fra le mani, terrorizzato. Pensavo: che fifone.. avevamo parlato per ore di marxismo e di comunismo, me ne ero fatto "un eroe". Oggi so che si sbaglia anche così.. poi a poco a poco vengono le incrinature e le delusioni. Ma la colpa è di noi donne che dell’uomo che ci piace ci facciamo una figura mitica. Se non fosse per questo molte delusioni ci sarebbero risparmiate. Ma tant’è: anche per questo si è giovani!

Così, il primo anno di guerra, avevo conosciuto a Vedano, dove il nostro datore di lavoro che aveva la stamperia ci aveva trasferiti, dei ragazzi francesi prigionieri dei tedeschi, che lavoravano per la Todt, ossia avevano accettato di lavorare per la Todt per alleviare i rigori della prigionia. E ora che dalla Serbia erano stati mandati in Italia e si sentivano tanto vicini alla madre patria, cercavano una strada per rientrare in Francia clandestinamente. Io mi diedi da fare per aiutarli. Ricordo che per quel canale segreto che avevo trovato, se la svignarono in una settantina, a due o tre per volta.

In quei giorni, a furia di mezze parole e di mute intese, il sarto e sua moglie dai quali ancora (benchè vivessi a Milano da un paio d’anni) mi facevo fare i vestiti a Como, avevano capito che ce la intendevamo nel pensiero, insomma che eravamo tutti comunisti di fede sicura; così mi misero in contatto con un "compagno" attivo. Infatti dopo pochi giorni mi suona in casa una brunetta alla quale avrei dovuto rispondere con la parola d’ordine indicatami.. ma ero tanto emozionata e felice che invece di darle la parola d’ordine le dissi: "venga venga, l’aspettavo!". La Lina, una ragazza intelligente che non si formalizza, capisce subito che è tutto in regola anche se poteva non sembrarlo.

E’ così che ho cominciato la mia attività regolare come clandestina del Picì.

Ma lui, Panieri, era scocciatissimo. Aveva una maledetta paura. Tu mi porterai in casa le SS, era il suo motto reiterato. Ricordo una notte, a mezzo di una bella chiavata, che sentiamo battere al portone di casa col calcio dei fucili ed intimare l’"aprite" delle forze fasciste. Un risveglio da far sudare gelato.

Lui dice: "ci siamo, per colpa tua. Te lo sei voluto." Io penso alle carte compromettenti che ho nascosto in cantina. So che la portinaia ce l’ha su a morte con me per la mia unione illegittima e perchè "puzziamo" di antifascismo lontan d’un miglio. Si sente aprire giù il portone: ci siamo, penso. Salgono? Stiamo col fiato sospeso. Lui è terrorizzato, ma non salgono.

Dopo sentiamo che se ne vanno.. non ci par vero!

La mattina veniamo a sapere che sono entrati per vedere in cantina: qualcuno aveva dimenticata accesa la luce.

E lui è felice quando poco dopo, la sua ditta decide di sfollare in Brianza.

Vedo che fa le valige con gioia; che io rimanga non gliene importa niente; pur che sia salva la sua pelle. La teoria e la pratica: non mi capacito: parla di rivoluzione, di lotte di redenzione e poi scappa. Non mi capacito.

Viene a trovarmi ogni tanto, il sabato. Fa una scappata a Milano il pomeriggio e riparte. A me non importa poi molto, credo.

La mia casa funziona per mesi da rifugio per ricercati politici; soprattutto donne. La Lina fa da collegamento; ogni tanto cambia ingenuamente colore di capelli. Bruna, bionda, rossa. Ma chi ci crede? Quando poi arriva il 25 Luglio, io ingenuamente scopro le batterie. Mi scaravento fuori con indosso una giacca rossa e rientro talmente felice che mi capirebbe anche una persona meno prevenuta e fetente della mia portinaia.

Mi è poi comunque andata bene.. vuol dire che fortuna aiuta gli incoscienti.

La portinaia l’ho tenuta a tacere a furia di mance (mi è costata un patrimonio credo). Il suo "mi vu al Grupp" me lo sento ancora minaccioso quando ci ripenso.

Quando è venuto il 25 Aprile l’ho lasciata perdere. Non ho voluto neanche andare a vedere quello penzolare in Piazzale Loreto: per me era abbastanza che tutto fosse finito.

C’era una che si faceva chiamare "La Contessa", e che riceveva ufficiali tedeschi nell’appartamento sopra di noi. E poi anche una che chiamavamo "La vedovona" che se la spassava coi tedeschi, ma una volta finita la guerra e noi vincenti, non ci ho nemmeno pensato di andare a denunciarle.

Lui è rientrato con la sua ditta dalla Brianza ed è tornato da me. Un legame c’era, anche se con qualche delusione.

Eravamo ancora tutti e due Picì.


Diciotto di giugno

1960

Se uno vuol raccontarsi la propria vita, ci sono dei punti di riferimento, io credo, da cui si parte. Per me la mia vita parte dalla sera del diciotto di giugno in cui mia madre si è uccisa. Avevo undici anni quasi finiti. E mi ricordo ancora quella bambola col viso di porcellana e le ciglia lunghe, coi lunghi capelli castano chiari fino a metà corpo, che tenevo sulle ginocchia, seduta sui gradini che dal giardino immettevano nell’anticamera. Mia madre venire dal fondo del giardino, vestita per uscire, elegante come sempre; la veletta tirata sotto il mento da un cappellino di paglia marrone; fermarsi davanti a me e dirmi: Rosa, vado a trovare la nonna. Mi bacia in fronte e si avvia verso il cancello. Passa una mano sulle teste delle due piccole, che dal cancello guardano in strada, poi esce, e da fuori ci fa cenno con la mano per salutarci. La vedo, come in trance, avviarsi verso i Giardini Pubblici attraversare il grande viale che porta al lago e lì, buttarsi dentro, mentre un vecchio amico di mio padre cerca di salvarla. Mi ridesto come da un sogno e penso: la mamma va ad uccidersi.

Poi, dopo un po’, non so quanto, trilla il campanello del telefono e io scatto in casa; sono sempre la più svelta ad arrivare al telefono, e qualcuno, con la voce concitata mi dice di chiamare il papà. E lui arriva, e la tragedia scoppia in casa. Pianti, singhiozzi, facce stravolte. Gente che si dà da fare intorno alle sorelle maggiori, qualcuno vicino a me che cerca di confortarmi, e io che dico: si è uccisa lo sapevo. Non so perchè siamo tutti sparpagliati in sala, seduti su quelle seggiole nere, alte scomode col dorso di pelle e le faccette di diavoli sghignazzanti scolpite a fianco sul lato esterno delle spalliere, qualcuno si aggira fra noi, ci consola e piange; qualcuno vestito di nero, credo ci fosse anche la zia che le era morto il figlio in guerra l’anno prima.


Primavera

circa 1940

Tu mi dicevi:
a sessant’anni ci ameremo ancora.
Ecco, li abbiamo
e tu dove sei?
Che ne è stato di te?

Respiriamo l’aria della stessa
città,
abbiamo fatto milioni
di passi
ma le nostre strade
non si sono più incontrate;
e detto fiumi di parole
e abbiamo amato
e pianto,
gridato per ira
e riso per gioia e disprezzo.
Ma siamo rimasti sordi.
Giace il nostro amore
su un baule in soffitta
insieme alle cose dimenticate.

Solo, qualche volta
cammina per me,
nel fondo,
quel figlio cui non abbiamo dato
la vita
e mi chiede:
perchè?

La talpa

Ti sei impiccato
a una trave
di una casa antica.
E mi hai lasciato
una talpa
che scava nella memoria
e riporta su
le promesse fatte
e non mantenute,
i giorni buoni
quando ti dicevo
starò con te
sino alla fine.

Poi me ne sono
andata, immemore
per altre strade.
Promesse dimenticate
per stanchezza di te
e di me,
giorni di strane passioni.
Giovinezza:
quando si vive
senza
pensare.


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