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L'ispirazione di Scarselli è dettata da una dolorosa lacerazione fra la razionalistica visione del mondo e l'ancestrale bisogno dì fede cieca nel Divino, che lo ha condotto alla ricerca ossessiva di qualsivoglia prova di Dio che potesse contentare anche l'intelletto.

In questo suo ultimo poemetto, racconta d'essersi imbattuto nel relitto semiaffondato d'un vecchio piroscafo, dove trova il teschio dello sfortunato capitano lasciatosi morire con la sua nave. Questi lo prega di recitargli all'orecchio il Libro dei morti (allusione al famoso testo sacro tibetano) per liberargli l'anima rimasta per punizione impigliata fra le povere ossa. Scarselli non poteva accettare la realtà del Divino, e perfino l'esistenza dell'anima, se non fosse stata corroborata da qualche prova almeno "indiziaria". In quest'opera il Poeta è convinto che nell'istante del trapasso sia rimasta nell'occhio del vecchio capitano la vera fotografia di «ciò che vide | della Vita oltre la Morte, il flash di luce | precluso a noi viventi dal muro [...] della nostra cecità». Il tunnel che sfocia nella Luce è ciò che vede finalmente il Protagonista scrutando nell'occhio del capitano ed entrando prodigiosamente nella realtà metafisica. La visione d'un Dio-Madre, che lo riempie di speranza, è il nuovo messaggio del nostro Poeta che mai aveva cessato d'inseguire l'Essere Supremo. Tutto l'avvincente racconto, dall'avventurosa esplorazione del relitto al colloquio col teschio del capitano, fino all'estatica visione e alla soprannaturale, travolgente, resurrezione del relitto del piroscafo che il Poeta tutto preso dal suo compito disincaglia e guida verso l'Oceano di Luce, sembra dunque un nuovo passo verso il rifiuto dell'ingannevole ragione e un pacificante avvicinamento alla fede.

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