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Una poetessa trentina maturata nel dolore e nel “male di vivere”

Chi ha mai detto che i poeti debbano dare risposte, debbano fornire verità? Questo è il compito dei filosofi, degli scienziati, dei moralisti, dei sapienti. Il compito dei poeti è quello d’essere voce del brivido interiore, del grido strozzato, del dolore che brucia, dell’estasi che illumina, del sogno inutile che trasforma l’istante in eterno, il compito dei poeti è di rendere percepibile l’ineffabile, di sprigionare la scintilla che fa vivere intensamente, anche là dove tutto è morte, tutto è dolore, tutto consuetudine, appiattimento, banalità. E quando si incontrano questi poeti, l’emozione è grande, si ha la certezza di aver scoperto qualche cosa di prezioso, di grande, che travalica il tempo e ti tuffa, ti fa naufragare nell’assoluto.

Tutto questo abbiamo scoperto in uno scarno libretto di poesie uscito di recente a Trento, autrice Lilia Slomp Ferrari. Il suo titolo, Controcanto, sembra sortire da velleità polemica; ed effettivamente piglio polemico, grintoso guida in apparenza la quarantina di componimenti che lo compongono: polemica contro il grigiore degli opportunismi, contro la vita che annega la gioia di vivere, che smorza i sogni, che accartoccia e seppellisce le parole, che stordisce le cicale ardenti al sole, che sfoglia, fruga, spoglia le margherite. Ma scorrendo i versi, passando di componimento in componimento, di emozione in emozione ci si accorge che Lilia Slomp Ferrari vola oltre i limiti ristretti della denuncia, per approdare alla vibrata e vibrante coscienza dell’insuperabile stacco tra l’essere e l’ideale, o meglio tra l’appannato e grigio vivere di tutti i giorni e d’ogni tempo e l’essere vero, autentico verso al quale si protende il nostro esistere frustrato.

Quella di Lilia Slomp è vera e grande poesia, poesia da brivido, poesia che dà la vertigine, poesia che non offre verità, ma dà la certezza che la vita vera non è questa.

I versi di questa poetessa trentina nascono dal crogiuolo del dolore, sono maturati dall’esperienza del “male di vivere” e ci indicano, con i loro sogni, con le loro favole non illusorie, la certezza, anzi la necessità di credere nella vita, nell’amore, nella civiltà dell’essere.

Non ci stupiremmo se fra qualche anno il nome di Lilia Slomp Ferrari figurasse fra quelli dei poeti più significativi, più forti e illuminanti della lirica di questi nostri anni tristi, contorti, grigi e disumanizzati. Il guizzo fantastico, schietto, libero di questa poetessa dolce e graffiante, triste e sognatrice, umile e grande può esserci viatico per un futuro più umano.

Recensione
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