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Pagine. Sul filo sottile del tempo

Lilia Slomp Ferrari, raffinata ed affermata poetessa, si rivela in Pagine. Sul filo sottile del tempo anche squisita scrittrice. Con quest’ opera essa si inserisce a pieno titolo e vive in questa temperie spirituale, offrendo, in questi tempi di imbarbarimento diffuso, un contributo prezioso di testimonianza e riflessione per la salvaguardia dell’autentica dimensione umana. Affacciatasi alla vita nei momenti difficili di fine guerra, essa soffre la distanza abissale tra il mondo della sua infanzia, povero di beni materiali, ma ricco di valori umani e sociali profondi, e il mondo attuale, intriso di arroganza, ambizione e colate cementizie distruttive, caratterizzato da isolamento, solitudine, sottostima degli uomini meno fortunati.

Con quest’opera, scritta e meditata in trent’anni, dedicata ai nipoti Bianca, Alma e Alessandro, essa vuole dare testimonianza alle generazioni di domani della bellezza e del fascino della vita vera, autentica fondata sui sentimenti, sull’amore, sul rispetto per le persone e la natura: la vita che lei ha vissuto e che si augura possa tornare ad essere la regola per la vita dell’umanità futura. Un “Inno all’immortalità dei sentimenti”, come ha scritto nella prefazione Mauro Neri; un libro di riscatto per gli umili e i semplici.

Nei trentacinque brani e nelle centosessanta pagine del libro compaiono un’infinità di ricordi, tante figure umane, ma soprattutto i familiari: la storia della sua famiglia è ricostruita con ritmi diversi, ma sempre con intensità d’affetto, rispetto e un alone di mitizzazione: quella che. come suggeriva Pavese, caratterizza le esperienze dell’infanzia e ne accompagna il ricordo per il resto della vita.

Vi compaiono: la bisnonna contadina, innamorata della sua terra, con le sei figlie, delle quali solo una, Domenica, rimasta a custodire i valori della casa originaria; (Fiori di zucca) nonna Domenica, appunto, detta “Mìnchele”, sposata con nonno Girolamo Pegoretti, “Mòmi Pòcio”, di Mattarello, un antimilitarista, odiatore della guerra, disertore dell’esercito asburgico, condannato a morte e fuggitivo, poi graziato dall’imperatore; uomo sognatore e affabulatore, cui la moglie, per colpa delle notti di “luna sgionfa” dette ben 14 figli (Il Mòmi).

Una vita difficile quella di nonna Domenica, lassù nella casa rossa, sulle colline sopra Trento, perennemente assillata dalla cura dei tanti figli, da seguire uno per uno.

Perennemente serena, donna “dalla voce sempre in cantilena come fosse una preghiera”, dagli “occhi grandi con il fascino dell’innocenza”, nonna Domenica fu per la nipotina Lilia uno “scrigno di ricordi”; esperta d’erbe, provetta confezionatrice di marmellate e di decotti (Sulla scia di rose canine), contadina a tempo pieno e lavandaia nei ritagli (Polvere di un sogno), incantava Lilia con le sue storie, sull’angelo custode calvo, la avviava con parole dolci ai segreti della vita, a quelli della cucina e le lavava il viso con l’acqua di rose.

Mamma e papà. La mamma che lavorava e cantava, esperta a fare frittelle di pane e marmellate; ad attendere il marito al ritorno dai gravosi turni di lavoro (Sette castagne d’oro”). Il papà, operaio alla SLOI, un lavoro pericoloso, salvatosi miracolosamente dall’intossicazione contrattavi; un uomo innamorato della natura e della famiglia, il “re dei boschi”, cercatore di funghi e di mirtilli, sempre pronto ad inventare favole, a guidare Lilia nelle radure misteriose dei boschi, alla scoperta della magia dei luoghi; pronto anche ad acquistarle il più bell’astuccio rosso, benché costosissimo, per il suo primo giorno di scuola.

Tutte persone care passate in un’altra dimensione dell’essere, che però continuano ad essere presenti e con le quali il colloquio spirituale non s’è mai interrotto: miracolo quotidiano non dei computer o degli spot pubblicitari, ma del cuore.

Ci sono poi una miriade di luoghi legati alla memoria: la casa rossa, occupata dai tedeschi sul finire della guerra; i Casóni, il quartiere dove la famiglia si trasferì a guerra terminata dove Lilia trascorse l’infanzia e la giovinezza: nucleo umile, ma nido d’amore, di amicizie e di tanti giochi. E tante figure umane, dall’amica Edda, scomparsa quando era alle scuole elementari per un incidente, all’omino degli stracci, al capitano Werther, alle lavandaie, al potatore di ciliegi che parlava con gli alberi, all’anziano fumatore cui Lilia andava a comprare il tabacco, e poi i folletti e gli gnomi, che, sollecitata dai racconti di casa, Lilia vedeva attorno a sé e alimentavano la sua capacità di fantasticare.

Insomma, un libro che è come un meraviglioso albero della vita e dei ricordi, dai mille frutti succosi, da gustare uno a uno, scritto con grazia, eleganza e levità poetica, percorso dalla gratitudine dell’autrice nei confronti della vita, che tanto le ha dato: consapevole della bellezza e del privilegio di esistere, anche se sospesa, come tutti, miracolosamente, sull’infinito, Lilia chiude l’opera con un commovente ringraziamento alla vita, che, ella dice, “mi tiene sul filo sottile del tempo”.

01/10/2018

Recensione
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