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Col maglione verde

Analisi del testo

Non c'era nessun modo per sapere di sicuro se il tempo sarebbe finalmente diventato sereno, oppure se avrebbe dovuto rimanere ancora una volta rinchiuso nella misera camera d'albergo. Alla radio avevano predetto la pioggia quando non era piovuto, e adesso, da tre giorni, promettevano un tempo sereno, invece, pioveva senza tregua. Le mura si stringevano, umide e porose con tutta la forza del loro spessore secolare. Lungo ogni incrinatura, la muffa s'inerpicava, spumosa. L'unica finestra dava sul cortile, un buio rettangolare con fili tesi ed arrugginiti e piccioni pronti a defecare su ogni nuovo bucato. Per vedere il cielo doveva affacciarsi e girare la testa all'insù. Il caffè sapeva d'amaro nella piccola tazzina di ceramica senza manico, col fiorellino approssimativo, arancione. Era l'unica tazzina che avesse il piattino abbinato. Il nonno avrebbe preferito fare a meno del tè alla menta che vederselo servito senza piattino.

Rimase per un po', con il collo teso, a guardare la fuliggine del suo quotidiano, a sentire l'acqua piovana rigargli il viso ed esplodere sui suoi tratti come fontanine, di modo che non si riuscisse più a capire se l'acqua cascasse da fuori o sgorgasse da dentro i pori. Quando piove, i piccioni sono buoni, rimangono rannicchiati, tutti in fila, col becco sotto l'ala, come attaccati alla parete, in ogni crepa, in ogni nicchiolina. Smaniava di rivedere le tre ragazze del parco. La mente gli partiva come una biscia impaurita e scorrazzava su e giù sull'angusto spazio del suo corpo abbandonato nell'unica poltrona, sfondata e scomoda. Gli piaceva questa poltrona sulla quale non ci si poteva addormentare. Lo teneva lontano dai pensieri di fuga e di spaesamento. Non si radunava volentieri con i suoi connazionali. Non sopportava blaterare sempre le stesse balle sui poveri diritti calpestati e sulla mancanza di lavoro. Il lavoro c'era, anche troppo, era buono, migliore di quello che si poteva fare a casa, bastava decidersi a farlo, i documenti, quelli, erano tutta un'altra storia, ma... Lavorare non era così semplice, voleva dire accettare di stare qui, e diventare vecchi, da soli, in questo paese.

Contro ogni sogno di gioventù avverato, contro ogni desiderio di nuove opportunità si scontrava l'inesplicabile rigetto. Non era soltanto lui l'intruso, il corpo estraneo, virale, che si imponeva alla nuova terra, che arrivava da fuori e veniva visto come uno straccioso col la mano aperta, forse ladro, forse criminale, che irrompeva nella santa pace della gente. Non era soltanto lui che veniva rifiutato da fuori, ma, in cuor suo, germogliava una cosa più grande, alla quale Tarek non si era preparato, di cui non si era mai immaginato nemmeno l'esistenza. Era il suo proprio corpo che rigettava questa terra, i suoi anticorpi che si ammutinavano.

Tutto: la gente, i suoni, le piante, la lingua, il cibo, gli odori, i profumi, la densità delle nuvole, le molecole d'energia nell'aria, come un blocco indivisibile, erano a lui totalmente inospitali, inaccettabili. La speranza, qui, da sola, rinchiusa tra queste mura tombali, reclusa nella cupezza di giorni piovosi, si assottigliava fino a diventare come un filo tenue e fragile, un capello da spezzare con un po' di vento. La sua voglia di nuovi mondi aveva preso vita propria, si era inspiegabilmente separata dalla sua mente e viveva, moribonda, addosso a lui.

Si sentiva come un nenufaro con tutta quest'acqua marina tra le radici lontane e il fiore galleggiante che minacciava ad ogni momento di sprofondare, se qualcuno, anche per inavvertenza, fosse inciampato sul gambo.

Le sue giornate erano radure piatte come tavole d'argilla, infinite e leggermente curve tanto da non riuscire a scorgere in lontananza neanche una strisciolina d'orizzonte. Ogni tanto la vista si scomponeva e chiazze vibranti d'onde s'innalzavano sopra la superficie. Erano miraggi? Miraggi di cosa? Argilla arida, compatta, prosciugata, vacante. Una landa con miraggi di nullatenenza? Che la smetta di piovere! Non sopportava più di stare rintanato in questo buco nel muro dove aleggiava un costante effluvio di disinfettante, con l'incessante tubare dei topi volanti e pensieri avariati.

Gli nacque, forse dal più profondo della poltrona bordeaux a motivi indistinti, un desiderio onnipresente di possessione, di vendetta contro ignoti. Voleva quelle ragazze. Quelle ragazze che si burlavano della sua aria disappaita, dei suoi vestiti fuori moda, dei suoi capelli trascurati e troppo lunghi dietro, della sua barba mal rada.

Loro l'avevano visto lavarsi alla fontana e orinare sotto il pino, e da allora, non facevano che mormorare e soffocare risatine quando lo vedevano passare, irsuto e stravolto, quando lo vedevano accasciato, a gambe aperte, sulla panchina di legno, quando lo vedevano, gli occhi arrossati, i ricordi in mano, bevendo a collo, con la bottiglia dentro un sacchetto marrone accartocciato. Ogni tanto lui lanciava qualche parola, qualche fischio, qualche indecenza, o si strofinava il pantalone, solo per provocarle, per vederle affannarsi, e ridacchiare.

— Signorina! Vieni qua, signorina, vieni per parlare...

Loro gorgogliavano e scappavano, le braccia sul petto, dimenandosi a passetti veloci, le tre teste unite dallo stesso desiderio d'emozioni forti.

Tarek aveva preso a lavare i vetri delle macchine, a vendere accendini, a passeggiare con un pannello manoscritto: ho fame. Questo gli pagava almeno da bere e i panini al prosciutto o alla mortadella. Quando la gente gli dava qualche soldo, con quell'aria superiore, lui sogghignava a modo di sorriso e lanciava un'imprecazione nella sua lingua. La gente sorrideva di riflesso, senza capire e lui era vittorioso, superstite al naufragio. Per un piccolo secondo aveva sopraffatto un altro, era riuscito a sentirsi meno anonimo. L'attimo durava poco, era come il sesso solitario, non ne rimaneva neanche più il ricordo, nel momento stesso del piacere.

Da tre giorni era da solo, quattro mura, la pioggia e se stesso, con tutta questa sua rabbia e la disperazione che lo consumavano più di qualsiasi lavoro pesante.

— Cercati un lavoro!

— Non c'è lavoro per marocchini, mentiva Tarek, forse per non dover fare la conversazione.

Ormai il corpo era scarno e sottomesso, la mente graffiata, saltava come un disco rotto. Errava nei pochi metri quadri del alloggio d'albergo che l'assistenza pubblica gli aveva messo a disposizione. A dire la verità, l’appartamentino, l'aveva ricevuto per via della sorella con i due figli. Adesso che Fatima era andata a vivere con un uomo, lui non ne aveva più diritto. Ancora qualche settimana e se ne sarebbero sicuramente resi conto. Avrebbe dovuto passare le notti nel dormitorio pubblico per uomini, dove c'era puzzo di vomito, alcol e sperma.

Rivide la faccia inasprita dei vecchi del suo paese, a sud di Marrakech. Tornare voleva dire mangiare legno, grattare la terra magra per sottrarle un chicco di grano, ma anche stare a casa, con gli ibis sui dorsi delle mucche e le cicogne in cima ai minareti, avvolto dall’aria asciutta e sabbiosa che recitava le preghiere, tra i suoi. Qui in mezzo a tutta quest'abbondanza, accecato giorno e notte da mille luci al neon, sopraffatto da filze di negozi strapieni d'oggetti perfettamente spolverati e soggetto alle code interminabili del servizio d'immigrazione, si sentiva inadeguato. Dalle sue parti, lui era Tarek, figlio di Mohamed. Di famiglia in famiglia, lo conoscevano tutti.

— Ehi! Tu! Col maglione verde! Sì tu, vieni qua, devi firmare! Capisci o vuoi l'interprete? Facciamo presto, sì?

Quante idee aveva portato con se durante il lungo viaggio, per poi lasciarle cadere dietro di sé, poco a poco, col passare del tempo. Le speranze scadevano da sole come lattine rigonfie. Si erano contaminate non si sa come e si dovevano buttare via, tutte, senza rimedio. Uno si era fatto i piani con queste lattine, dovevano durare per molto, ma, quando si stava per aprirle ci si accorgeva che il metallo era disteso, e, una volta aperte, l'odore nauseante confermava la cosa.

Non voleva lavare i piatti nei ristoranti, eppure l'aveva desiderato mille volte, là, lontano, a casa sua, nella stanza che condivideva con altri due fratelli. Quella casa della quale aveva tanta nostalgia, come gli era sembrata piccola e brutta, come gli era sembrata non adatta alla sua dignità, alla grandezza del suo io. Non voleva più fare il meccanico eppure era bravo. La gente aveva paura di lui e lui voleva fare paura alla gente, a questa gente che non capiva niente, che lo guardava con disprezzo o che non lo guardava nemmeno, come fosse trasparente, gente che a volte lo tollerava, rassegnata, ma sempre insospettita. Insospettito era anche lui, non gli sembrava gente di cui poter fidarsi. Erano così vani e spensierati, così superficiali ed indifferenti. Facevano discorsi sciocchi e ridondanti, senza alcuno spessore. Andavano sempre di fretta e alzavano la voce quando lui provava ad esprimersi in italiano, come se fosse ritardato.

Lui si chiedeva se le tre ragazze erano passate nel parco durante questi pomeriggi di pioggia. Voleva vedere le loro grosse cosce strizzate da pantaloni neri estensibili e i loro capelli laccati gonfiati dal passo veloce, le collanine nere sul collo e il rossetto un po' sbavato.

Le riconosceva ormai da lontano. Le tre amiche, sempre a braccetto con gli zainetti di pelle sulla spalla e scarpe nere con tacchi alti. A volte mangiavano gelati.

La più formosa, quella che lo guardava di più, rideva meno ma lo istigava spesso con lo sguardo e a volte succhiava il gelato in modo da farglielo notare. Pian piano lo inseriva nella bocca e poi lentamente lo ritirava con un piccolo scocco alla fine. Lei lo guardava di nascosto, suscitando in lui delle pulsioni delle quali si vergognava. C’era Leïla, sempre silenziosa, che lo osservava con i suoi grandi occhi scuri, che gli diceva tutto senza una parola. Leïla, la sua promessa. Leïla che non gli aveva chiesto niente con la bocca ma tutto con lo sguardo, quando le aveva annunciato che andava via.

— Pssst! Vieni qui signorina, sedere con me! La chiamò con la mano.

Lei lo squadrò con aria offesa e commentò con le amiche che lanciarono occhiate scandalizzate.

Passarono molti giorni. Un uomo aveva offerto a Tarek del lavoro, raccogliere verdure nei campi. Pagavano male ma il richiamo della terra era forte, giorni di fatica sotto il sole, il tempo sospeso, i campi fertili, carichi di zucchine mature, e Tarek avrebbe potuto pensare soltanto a lavorare, dormire, mangiare e bere.

S'illudeva, già dalla prima notte, in questa casa circondata da rumori di foglie, gli apparve il viso tatuato della madre e le sue mani rosse di henné che lo baciava piangendo e si raccomandava con lui per la sorella vedova con i due bambini. Gli tornò in sogno ogni notte durante le settimane che passò nel campo, ogni notte come un fantasma lei veniva a piangere e a disperarsi. La mattina, a stento inghiottiva le fette biscottate, per lui così insulse, e col buco nello stomaco dalla fame di cose diverse si trascinava verso il lavoro con le cassette di legno vuote, per la raccolta e le lacrime della madre che gli scendevano come sudore lungo la schiena.

Fatima, lui, non la vedeva più da mesi. Non sapeva niente né di lei, né di Aziz, né della piccola.

Il fidanzato della sorella aveva una trattoria da qualche parte nelle colline, in un paesetto lontano, e lui si era rifiutato di andarci. Non andava molto d'accordo con l'uomo. Non voleva dovergli niente. Aveva convinto la sorella a convertirsi per sposarsi in chiesa, con il consenso della famiglia di lui. Tarek, questo, non lo poteva accettare. Non lo avrebbe mai accettato. Fatima lo aveva supplicato — Tarek ti prego... - di comprenderla, di guardare avanti, alla nuova vita, alle nuove possibilità che si aprivano per loro, di non lasciarla sola. Ma Tarek non capiva, voleva sentirsi a casa, voleva parlare la sua lingua senza che la gente si giri a guardarlo alzando un sopracciglio, voleva sentirsi appartenere. Lasciando il suo paese per una vita migliore aveva perso ciò che non sapeva nemmeno di possedere.

Era tardi, le undici forse, Tarek era seduto nel parco appena illuminato da qualche lampadario vacillante. Era tornato dalla campagna da poco e se ne stava seduto sul dorso della solita panchina, con i piedi sul banco, a fumare, quando udì delle grida soffocate.

Da lontano vide una ragazza che affrettava il passo e due giovani che la circondavano, la spintonavano ridendo, eccitati, affannati. Rumoreggiavano dandosi pacche sulle spalle.

Tarek riconobbe subito la ragazza del gruppetto. Erano abbastanza lontano, il parco era deserto e Tarek non si vedeva nella penombra. I ragazzi cominciarono ad essere più insistenti, a tirarle su la gonna, ad allungare le mani per afferrare un seno, a rovesciarle la testa all'indietro per baciarla mentre Lei si dimenava, impaurita. Il più robusto, riuscì a metterle la mano sotto la gonna ed ad abbassarle le mutande. Esultò e l’altro rise come una iena. Le premettero una mano sulla bocca per soffocare l’urlo e le strinsero il collo per dominarla. Nel tentativo di liberarsi, la ragazza centrò il più grande nei genitali. Lui, inferocito, la colpì violentemente sul viso proprio nel momento che lei mordeva la mano che la strangolava. Il colpo fu duro e la ragazza, con l'impulso della lotta, cadde all'indietro sbattendo il capo contro il bordo di cemento. La vista del corpo inerte sembrò spaventarli e, di un comune accordo, guardandosi intorno, la spinsero verso il burrone pieno di cartacce, siringhe e foglie morte. In un ultimo raptus di follia le strapparono la borsetta, forse per far sembrare una rapina, forse per prendersi almeno i soldi o il telefonino.

Tarek non aveva saputo reagire. Era rimasto, in ansia, come uno spettatore di uno spettacolo al quale non è permesso d'essere protagonista. Il cervello emetteva un brusio costante, le membra erano paralizzate.

Ma quando la calma del buio si ridepositò sul parco e i rumori scesero col peso dell’umidità notturna, Tarek corse. Il corpo era quasi nudo, le mutande abbassate, la gonna attorcigliata in vita, i bottoni della camicetta strappati. Quante volte l'aveva immaginata così, offerta, pallida come il riflesso della luna! Quante volte aveva desiderato strapparle quel sorrisetto beffardo. Quante volte lei lo aveva adescato, aveva riso di lui per poi indicarlo col dito ad un vigile urbano.

— Lascia stare le ragazze! Non dare noia! Hai capito?

Tarek si tolse la giacca e coprì il corpo della giovane.

D'impulso, lei si rinchiuse come una conchiglia, le pupille dilatate, in silenzio. Era disperata, esposta, impotente, umiliata. Era come guardarsi allo specchio.

— Non farmi del male.

Tarek rise tristemente e le lacrime scesero da sole sulle guance rugose e gli occhi negli occhi piansero entrambi, piano, da soli nel burrone. Lui, in ginocchio accanto a lei sussurrava, sottovoce:

— Leïla, amore mio, Leïla, Leïla...

Ancora per un attimo furono puri, poi si alzarono nell’anonimato della notte e quando le sirene della pattuglia si spensero e il carabiniere si avvicinò alla ragazza seduta sotto un albero vestita con una giacca da uomo stropicciata e sporca, Tarek c’era ancora, ma già non si vedeva più.

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