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Poesia come libertà

Navigando su Internet ed entrando nelle tante librerie una cosa si nota immediatamente: in questi nostri tempi non è tanto la poesia come "arte" che viene a mancare, quanto la "buona poesia". C'è poesia dappertutto, ma non dappertutto è poesia. E sempre più raro avere l'opportunità di leggere della "poesia vera", senza far riferimento ai grandi del passato più remoto o più prossimo.

Ma oggi dove si trova la vera poesia e che cos'è? Nasce ancora dalle stesse necessità di un tempo? Come si esprime? Cosa ci dice?

Il tentativo di definire che cosa sia la poesia ci accompagna dalla notte dei tempi; da sempre ci si è chiesti cosa fosse vera poesia e cosa ne sia parvenza, fin dove giungesse il limite della poesia e in quali ambiti poteva spingersi, come fare poesia e con quale stile, con quale linguaggio, cosa dire in poesia...

Dare risposte definitive non è facile, forse non è possibile farlo su un tema così delicato che ha a che fare con i moti dell'animo, con la parte più profonda e più sconosciuta di noi stessi. Le risposte sono diverse, a volte sono più complete, altre volte parziali. A volte soddisfano, altre volte lasciano un senso sospeso, non un dubbio, ma la certezza che non sia tenninato il pensiero, di non esser giunti in fondo all'idea; di non aver colto tutto il senso che è possibile cogliere. Questo perché è difficile imprigionare la Libertà.

Se proprio volessimo azzardare una definizione, potremmo dire che, in definitiva la poesia non sia altro che Libertà. Libertà di esprimersi, di affrontare la vita a mani nude, di odiarla, di amarla, di giudicarla, di commentarla, di assolverla, di imprigionarla, di rimproverarla, di educarla, di formarla, di viverla, di buttarla, di sanzionarla, di coccolarla, di abbracciarla, di ucciderla, di difenderla, di perdonarla, di comprenderla, di lasciarla fuori, di farla entrare dentro, di crederle, di umiliarla, di santificarla...

La poesia è senza dubbio tutto questo o meglio dire... nella poesia c'è sicuramente tutto questo. E tutto questo nel suo insieme che probabilmente la fa diventare Poesia. Leggere poesie è come entrare nell'anima dell'autore e cogliere il senso del suo vivere e del suo dolore, il ritmo della sua vita e la natura della sua gioia, le difficoltà e le aspettative che lo infervorano, le delusioni e le illusioni che gli lacerano l'anima, i bisogni e le urgenze, i sentimenti e i desideri infranti, i sogni ancora da fare e quelli andati in frantumi.

Ecco, dove c'è tutto questo. lì vi abita la Poesia.

Poesia è Libertà.

Ed essere liberi significa tante cose.

Liberi di esprimersi.
Liberi dalle catene dell'ipocrisia.
Libere di capire.
Liberi di sognare.
Liberi di gridare.
Liberi di credere.
Liberi di vivere in sintonia con se stessi.
Libertà di avere coraggio.

Coraggio che è bisogno di sentirsi se stessi. Ecco, dove c'è tutto questo, lì vi abita la Poesia.

Liberi di soffrire.
Liberi di confidarsi la propria sofferenza.
Liberi dai pregiudizi.
Liberi dalla volontà di non vivere.
Liberi dall'indifferenza.
Liberi dai compromessi.
Liberi da ogni sudditanza.
Liberi da una comoda agonia.
Liberi dall'oblio.
Liberi da ogni complotto e da ogni dissimulazione.
Liberi di amare la poesia

Ecco, dove c'è tutto questo, lì vi abita la Poesia.

Liberi di guardare" gli angoli più lontani del cielo."
Liberi di guardare verso l'infinito dell'orizzonte.
Liberi di chiudere gli occhi.
Liberi di desiderare "il garrito di una nuova primavera."
Liberi di non avere più pazienza"per capire i vincenti e confortare i vinti".
Liberi di non mentire mai.
Liberi di non galleggiare.
Liberi di parlare alla luna, unica amica che non tradisce e non si scorda di te.
Liberi di non voler più vivere "con un cretino al mio fianco".
Liberi di non arrendersi.
Liberi di non restare fermi.
Liberi di non nasconderci "dietro una stupida allegria"
Liberi di uscire "dal torpore alienante"
Liberi di "incontrarci".
Liberi di non nasconderci " in gallerie sotterranee".
Liberi di "slegarci e abbracciare la libertà"

Ecco, dove c'è tutto questo, lì vi abita la Poesia.

Liberi "di non essere usati e gettati all'occorrenza".
Liberi di rifutare "la morte".
Liberi di guardare la speranza.
Liberi di restare sordi al grido d'Amore.
Liberi di non cedere al ricatto.
Liberi di combattere per difendere ogni giorno la nostra vita.
Liberi di non lasciarsi abbagliare dai primi raggi del sole.
Liberi di non fare chiasso.
Liberi di smontare l'orgoglio.
Liberi di riconoscere l'infelicità del proprio cuore.
Liberi di non cedere la propria libertà.
Liberi di essere a pezzi.

Ecco, dove c'è tutto questo, lì vi abita la Poesia.

Se nella poesia di Giovanni Di Lena c'è tutto questo, la sua è indubbiamente vera poesia. La sua poesia non è un grido disperato, ma un grido di libertà. Anzi, la sua poesia "non è solo un grido", ma la libertà di gridare. Nella sua poesia c'è la libertà di chi rompe le catene della schiavitù del silenzio per omertà, del quieto vivere per pigrizia, del non pensare per non soffrire, del non amare per non dover odiare, del non dire per non essere detto, del non fare per non essere solo.

Qui c'è la poesia vera perché c'è il coraggio di chi affronta la realtà mettendo in discussione se stesso, mettendo a nudo la vita; di chi ha il coraggio di chiamare le cose per nome, il coraggio di aprire la propria vita alla verità dell'esistere, di non nascondersi dietro egoistici tormenti; il coraggio di dire "sono a pezzi ma non ho calpestato nessuno ". È in questa immagine che si condensa tutto il lirismo, tutto il mondo affettivo, tutto il mondo etico e umano di questo poeta.

Egli si mette di fronte a se stesso e coglie in sé una fatica, un cammino faticoso che lo ha portato a questo stato, a questa consapevolezza:' sono a pezzi", come dire: questa vita mi sfinisce ogni giorno, prende una parte importante di me ogni giorno e se la porta via senza mai più riportarmela, senza darmi niente in cambio; qualcuno ha frantumato i miei giorni, ha fatto della mia vita un cumulo di macerie; sono stanco e distrutto moralmente ed emotivamente; qualcuno ha fatto violenza alla mia intimità, ai miei pensieri e ai miei sogni." Ma poi egli aggiunge " ho spianato la mia strada senza calpestare nessuno". E il riscatto. Riscatto morale e riscatto umano.

E il coraggio che si fortifica. E la vittoria laddove sembra che ci sia la sconfitta.

È il motivo della propria lotta quotidiana, una lotta che non si vorrebbe fare, ma che siamo costretti a fare per mantenere il rispetto di se stessi e l'equilibrio interiore.

Ecco, egli dice: è vero che sono a pezzi, è vero che la mia vita è ricca di sofferenze, ma queste sofferenze mi sono meno gravi, perché nel costruire il mio cammino non ho fatto del male a nessuno, non ho calpestato né dimenticato nessuno; ho cercato di costruire la mia vita senza distruggere quella degli altri; una ricompensa che giustifica ogni dolore provato, ogni mortificazione senza senso, ogni delusione che scava ferite profonde.

Non fare del male a nessuno è un bisogno di fondo, una chiave necessaria per penetrare nel mistero della vita. Vivere senza far del male a nessuno è già una legge che include una scelta. E si è liberi solo quando si ha il coraggio di scegliere.

Giovanni Di Lena ci parla del suo mondo e leggendo le sue liriche ci rendiamo conto di quanto simile sia il nostro mondo al suo. Le sue riflessioni, i suoi ripiegamenti, le sue amarezze sono anche le nostre, sono quelle di tutti coloro che non si fermano sulla soglia della vita, ma hanno il coraggio di attraversarla e di dominarla con l'arma del pensiero e della ragione. Pensiero e ragione sostengono il cammino dell'uomo che cerca e non si arrende. Pensare per capire.

Ragionare per comprendere. Comprendere per amare, nonostante tutto.

In questa silloge ritroviamo gran parte dei mali della nostra società e Giovanni, con grande abilità e un'eccellente capacità espressiva ed elaborativa ce li esplicita, ce li fa vivere con lui; parlandocene in piena libertà ci fa pensare.

Facendoci pensare ci porta a comprendere. Ecco, quando la poesia fa pensare allora quella è vera Poesia. Non c'è poesia senza pensiero.

È questa una silloge che scivola tanto rapidamente fra le mani, per la brevità dei versi, quanto profondamente nel cuore e nella mente per l'immenso abisso esistenziale che apre davanti a noi. In questo caso rapidità e profondità sono complementari e si rafforzano a vicenda. La rapidità aiuta a cogliere con immediatezza il senso di quanto si viene a dire.

La profondità aiuta a cogliere lo stretto rapporto tra il pensiero e l'azione, in questi brevi ma densi versi c'è un'intera esistenza con tutte le'sue connessioni e manifestazioni sociali.

Viene delineata una filosofia di vita e vengono portati al pettine i disagi esistenziali, le difficoltà del relazionarsi e della condivisione, l'apatia del vivere e l'isolamento di chi non si adegua alla routine collettiva, di chi non si accontenta di respirare, ma cerca il senso del suo respirare.

Per parlare dell'amicizia, dell'indifferenza, dell'egoismo basta dire "la loro risposta disimpegnata mi lascia all'addiaccio a parlare alla luna", pochi brevissimi versi per far emergere tutto un mondo di esperienze, di sofferenze, di riflessioni, di delusioni, di sogni infranti, di amarezze, di un vuoto che viene a riempire uno spazio un tempo destinato agli affetti.

La luna, unica compagna nella solitudine, prende il posto di quegli amici con i quali non si riesce più a condividere sogni e speranze, ideali ed azioni.

E necessario uscire dall'indolenza, non adagiarsi su traguardi raggiunti, non cedere al ricatto, è necessario "combattere le logiche sovrane per difendere ogni giorno la nostra vita".

Non trovare adepti in questa urgenza scatena quel grido che "non è solo un grido".

Non c'è più nessuno che sia disposto a combattere per difendere la propria vita dal sonno della ragione, più nessuno disposto a "non perdersi.... ad uscire dagli spazi predefiniti ", a superare la logica del qualunquismo, del quietismo, dell'indifferenza. E ci si ritrova soli. Lacerati.

Una solitudine non chiesta, non voluta, non cercata, non desiderata, ma inevitabile: anche gli amici tradiscono le idee, al punto che "anche il sorriso è intriso di solitudine".

E la solitudine di una madre, ma non di meno quella di un figlio che scopre di "sopravvivere col fiato sospeso ai muri caduti... avvolto da un male che non si riesce a lenire ". Un figlio che avverte tutto l'ondeggiare del tempo e dei luoghi, ma che ha il coraggio di affermare " sono sospeso ma non ho paura. Seguirò i mio percorso... e combatterò questo alveare tumultuoso"; il coraggio di scegliere "di vivere come non è più possibile, vicino a quello che sono e lontano dal/ 'infamia altrui"

Giovanni ci fa riflettere su molti aspetti non trascurabili della nostra vita: la difficoltà di poter condividere con qualcuno la voglia di vivere, la difficoltà di riuscire a far ragionare il cuore quando non ci sono ragioni accettabili, la difficoltà di accettare un mondo infame, la difficoltà di "adeguarci alle ragioni dell 'esistenza"

Non è così scontato che in tutti vi sia quella voglia di esserci che dà vitalità alla vita. E questa la tragica verità che ci fa scoprire Giovanni.

Rendersi conto di questo significa morire un po' per volta, perché si scopre che quelli che dovrebbero essere i bisogni più naturali: "abbracciare la libertà, percorrere un tragitto comune, creare un pensiero alternativo, uscire dal torpore alienante" diventano invece le più tragiche utopie, perché l'uomo ' preferisce nascondersi in gallerie sotterranee" piuttosto che fare la fatica di ammirare la luce e provare la gioia di esserne immersi.

Forse perché la luce rivela gli errori, mentre le ombre nascondono gli orrori. E l'uomo, tragicamente, preferisce non conoscere piuttosto che fare la fatica di cambiare.

Per l'immediatezza e per il forte realismo, per l'essenzialità con la quale si esprime, Giovanni ci appare duro in alcune sue espressioni, una durezza che nasce dall'amara constatazione di non poter fare niente per cambiare lo stato delle cose; da quel senso di impotenza che raggela quando ci si trova di fronte ad un mondo che "ama galleggiare in un mare immondo di eresie..." che ama nascondersi dietro una stupida allegria, aggrappati ad un equilibrio stentato" piuttosto che aprire gli occhi alla devastante realtà dell'abbandono.

Prendere coscienza di questo non è facile; perché non è possibile accettare che si preferisce "salutare i muri per evitare lo sguardo dell'amico"; non è possibile accettare il cinismo, vivere in continua contraddizione, essere complici ostinati di se stessi, arrendersi al vivere, avere idee senza approdo, vivere di illusioni, essere incapaci di uscire da un "torpore alienante".

E certo che questa poesia non è solo un grido, ma è un monito, un incoraggiamento, una scossa al sonno secolare delle coscienze.

No, che non è solo un grido, è una chiamata alle armi "non perdiamoci, affrontiamo con senso di giustizia lotte e depressioni". E' un appello a riprendere in mano le redini della propria vita, un appello a riscattarsi da quel luogo di sogni e chimere in cui la Lucania, come il Meridione, come l'Italia e come il mondo intero, sembrano essere sprofondati.

Un appello accorato affinché si decida di dare risposta ai nostri stessi bisogni umani, quotidiani, naturali, urgenti; dobbiamo smettere di autocompiangerci, di imbrigliarci volontariamente nei nostri miseri sotterfugi per mancanza di coraggio ed aprirci ad un mondo che chiede di noi, che ha bisogno di ognuno di noi.

"Non abbagliamoci più ai primi raggi del sole" credendo che il sole sia tutto lì. "Non cediamo al ricatto" .non pieghiamo le ginocchia di fronte alla nostra letale pigrizia. Svegliamoci. Viviamo. Riprendiamo a vivere. Rivendichiamo il nostro diritto di vivere.

Nutriamo la vita di speranze perseguibili e impegniamoci per perseguirle.

Scopriamo il bello di una vita che resta quasi sempre non vissuta, per paura, per indolenza. Questo vuole dirci il nostro autore. A questo vuole richiamarci il suo grido, quel grido che non è solo un grido. E un richiamo impellente e necessario ad un riappropriarsi dei propri pensieri e delle proprie idee.

Un riscoprire di avere idee, di avere una vita da vivere, di essere padroni e responsabili di questa vita.

Un richiamo alla responsabilità di ognuno di noi a non vivere i giorni con approssimazione, con distacco, quasi non ci appartenessero; un richiamo a non ` provare piacere nel/ 'essere distanti e nello scambiarci solo convenevoli di rito... a non spegnerci senza clamori... a non lasciare macerare lo spirito inerme... a non lasciare morire le sensazioni ".

Un richiamo che è dolore.
Un'inquietudine che è sofferenza.
E un bisogno di agire, reagendo alla passività.
No, non è solo un grido.
Non è disperazione, ma speranza.

Il suo è un appello, forte e pieno di speranza, nonostante "sia sempre più sola, nel tormento dei giorni, la mia anima"; nonostante il suo tentativo di "distaccarsi dal cerchio della quotidianità".

No, la sua speranza non muore. Se morisse, non avrebbe trovato la forza di lanciare questo grido. Questo grido è un grido d'amore per una vita che non si fa vivere come si vorrebbe. È un grido di speranza per un bisogno che non può morire senza essere vissuto: il bisogno di aprirsi alla vita in tutta la sua bellezza.

Egli sa di rischiare di cadere nella trappola beffarda di credere di non essere utile, ma non può restare prigioniero di questa caduta. Anche "se monco al mondo sopravvivo".

E la vittoria di chi non cede alla forza dell'annullamento, alla forza dell'alienazione; è la forza di chi non cede alla delusione, perchè "nella costruzione dei miei ponti non ci sono impalcature, ma solide fondamenta ove camminare agevolmente senza perdersi in estenuanti affanni".

Ed è questa la parte più vera e viva del poeta; ed è questo che muove il suo grido, che muove la sua poesia. Ed è questa la bellezza della poesia.

Il riscatto dell'uomo che sa ascoltarsi, parlarsi, accogliersi, ritrovarsi. E Giovanni, dopo essersi ascoltato, dopo essersi parlato, è riuscito ad accogliersi e si è ritrovato. E con lui ci siamo ritrovati anche noi.

Nel suo percorso di smarrimento, ci siamo smarriti con lui; e nel suo ritrovarsi ci siamo ritrovati con lui.

E questo è il grido dell'uomo che ama e che, non trovando l'amore, si raggomitola su se stesso e, chiude il tempo della sua vita nel giro dei suoi pensieri, nel desiderio delle sue speranze. E questo l'uomo che ama la vita e che, nonostante tutto, non le negherà mai il suo amore, perché il cuore del poeta si nutre di amore.

E fino a quando la sua poesia si nutrirà d'amore, egli non cederà mai allo sconforto, perché Giovanni è il poeta della vita.

Giovanni è vero poeta, perché sa amare, sa amare la poesia della vita e sa soffrire per essa. Soffre chi ama. Una sofferenza, la sua, rivelata dal suo grido, ma sublimata dal suo amore. Una poesia, la sua, che rivendica la libertà dell'anima di vivere il suo tempo.

Un vivere che significa agire, pensare, cambiare, muoversi, camminare, essere. Essere. Esistere. Provare il senso pieno della vita. Anche questo vuole essere il suo grido.

Un grido alla vita.

Un grido di vita soffocato dalla sonnolenza e dall'indolenza del vivere comune. Un grido che si fa poesia per il suo non cedere, per il suo lottare, nonostante tutto. Una poesia che è il grido dell'anima desiderosa di vivere.

Un grido che si fa preghiera di Vita, affinché non smetta di vivere e non si dimentichi del suo vivere; non si dimentichi che è Vita soltanto nel momento in cui non rinuncia alla sua azione generatrice, al suo essere Madre di Poesia, di Speranza, di Amore.

Recensione
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