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C'è, nella poesia di Danilo Mandolini, come la presenza oscura di un mistero, di un'ombra che accompagna la lettura fin dai primi versi, un'ombra che solo a tratti mostra i suoi precisi contorni per poi ritornare sullo sfondo, non più discernibile con esattezza ma sempre, dolorosamente, presente e percettibile.

Si ha la sensazione che qualcosa di importante si stia realizzando dentro quei versi, qualcosa che ci coinvolge, che sicuramente ci riguarda da vicino e che al tempo stesso ci sfugge, lasciandoci una sorta di vuoto interiore, di buco nero che inghiotte pezzi della nostra coscienza e ci restituisce domande senza risposta, dubbi, angosce. Perché si trova proprio questo, se si ha la pazienza di cercare, nella poesia di Mandolini: l'incessante tentativo di dare una risposta alle domande della vita, di descrivere il dolore latente che essa provoca, con il ripetersi delle stagioni, il continuo mutamento delle forme, dei colori, delle persone che ci vivono - o solo passano - accanto; dei pensieri, dei sentimenti, delle emozioni e dei ricordi che rovistano "dentro un corpo che ancora respira.".

E c'è poi, su tutto, la dimensione di un sogno, di una realtà che sfugge alle regole della fisica e della logica, per delinearsi in una sequenza di cause ed effetti irrazionale - onirica, appunto. Il confine tra gli avvenimenti reali, il sogno ed il ricordo cessa di esistere per lasciare il posto ad "un solo, non progettato disordine.".

Se si ha la pazienza di cercare, dicevamo. Perché il verso di Mandolini non è mai esplicito, mai diretto; tutt'altro: al primo approccio esso appare addirittura oscuro, impenetrabile (tanto da ingenerare il dubbio che non sia sincero, autentico).

Se si vuole comprenderlo è necessario riconoscere, insieme all'autore, che il linguaggio di cui siamo abituati a servirci nella quotidianità è inadeguato ad interpretare un viaggio che, a partire da quella stessa quotidianità, voglia portarci oltre, alla ricerca del nostro mondo interiore.

Ma si badi bene, Mandolini non si accontenta di scendere ad un livello meramente simbolico o allegorico. Raramente si intuisce una realtà parallela dietro le parole, dietro le immagini (in questo senso, al contrario, sussiste un rapporto diretto e strettissimo tra significante e significato - e, tra l'altro, poche volte si incontrano termini astratti, che non siano oggetti, luoghi, materiali e forme assolutamente tangibili). No, l'operazione che Mandolini compie sul linguaggio è di altra natura - ben più destabilizzante e, diremmo anche, ben più rischiosa dal punto di vista dell'efficacia. Non si tratta della descrizione, della simbolizzazione o dell'evocazione delle cose, ma della loro vera e propria ri-creazione.

Il dolore, la paura, la morte, la nostalgia, il ricordo, il rimpianto non trapelano da collegamenti o riferimenti più o meno diretti ad essi (che pure in certa misura ci sono, non lo neghiamo), quanto piuttosto dall'uso stesso del linguaggio, dalle fratture logiche, dalle scelte iconografiche, semantiche o squisitamente fonetiche.

E, proprio per ciò, non si può dire che questi temi siano localizzati solo in determinati punti e non in altri, perché tutti insieme, in diversa intensità, sono sempre presenti, ovunque, in quest'opera.

Una poesia non facile, dunque, la cui difficoltà risiede nell'essenza stessa del compito che si autoassegna. Leggerla, capirla, apprezzarla sono una vera e propria, a tratti difficile e faticosa, scelta: la stessa che si fa quando ci si propone di interrogarsi sull'intima essenza della propria esperienza di vita.

Recensione
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