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Scrivere della poesia altrui, analizzandone linguaggio, messaggio, lirismo e cifra stilistica per forma e contenuto, per un critico letterario è cosa consueta. Ciò che lui fa rientra nel suo mestiere e mette a frutto la propria esperienza, adoperando gli strumenti che nel tempo ha affinato per indagare e interpretare in senso critico ed esegetico i testi altrui.

Cosa differente è quando a presumere di indossare i panni dell’esegeta è uno che la poesia abitualmente cerca di farla. E questa, principalmente, è la sua vocazione. Tuttavia, in casi del genere, può anche non trattarsi di anomalia, perché uno avvezzo alla scrittura creativa deve necessariamente possedere una coscienza critica, dato che è grazie ad essa che ha modo di procedere, evolvere e crescere. Prima di tutto nelle vicende della vita. Poi attraverso i percorsi della scienza, della storia, dell’arte e della cultura in generale per maturare la propria identità. E, non secondari sono la lettura, il confronto e la formazione sulle opere altrui. Condividendole oppure no, aderendo ad esse in tutto o solo in parte, o prendendone le distanze. Insomma, autonomo per quel che si sente di fare o di scrivere, perché la poesia è prima di tutto il veicolo emozionale di libertà espressiva del pensiero e dell’animo umano.

Ungaretti diceva che la poesia, anche la più semplice, deve conservare un segreto. E aggiungeva che le parole suggeriscono, cercano di approssimarsi a quel che è la percezione, il sentire poetico nel momento ispirativo. Lui, a volte, trovava subito le parole. Altre volte, invece, impiegava giorni, settimane o mesi per definirle: non dopo una gestazione travagliata, ma al compiersi di una lunga “persecuzione” subita. Carlo Bo confidava le proprie impressioni sulla poesia di Giovanni Raboni sostenendo che fosse il frutto dei condizionamenti delle letture fatte, e che l’ultimo Montale scrivesse poesie “in calce al vocabolario”. Moravia si lasciò andare una volta nel dire che i poeti non fanno gli scrittori, per una semplice questione di fatica: i versi abbisognano di pochissime parole. Come se poche parole poi non siano anch’esse, per il poeta, spesso una fatica improba.

Questo fa capire quanto sia difficile non solo essere poeta, ma anche originale e misurato nell’uso della parola. E il rischio di apparire logorroici non è poi cosa remota.

A me personalmente è congeniale la lettura della poesia al femminile: quella delle poetesse per intendersi. Spesso più di quella maschile.

Lilia Slomp Ferrari, nel 2008, mi donava i suoi due ultimi libri di poesia: All’ombra delle nove lune (2005), con 51 poesie, e Come goccia di vetrata (2008), con 72 poesie. Le due pubblicazioni sono differenti per contenuto. Entrambe recano la prefazione del poeta Paolo Ruffilli, per le Edizioni del Leone, Venezia.

Ricordo che il pomeriggio del 21 novembre 2008, Paolo Toniolatti, presentando l’opera poetica complessiva di Lilia Slomp Ferrari, al Centro Rosmini di Trento, faceva un lavoro egregio, convincente e circostanziato, analizzandone i percorsi, le motivazioni, le implicazioni, gli esiti lirici e sondandone la personalità poetica. E poi, la sera del 4 giugno 2010, nella Sala Polivalente del Centro Civico di Cognola, i due volumetti erano presentati dagli scrittori Luisa Gretter Adamoli, che, impossibilitata a intervenire, inviava un suo scritto critico, letto da Enrica Buratti, Presidente del Circolo Culturale di Cognola, promotore della serata, e Mauro Neri. Entrambi ne facevamo una presentazione meticolosa e, tuttavia, gradevole e assai lusinghiera per l’autrice. E anche la lettura delle poesie faceva presa sul pubblico presente.

Queste due sillogi sono l’approdo ad una maturità ambita e conquistata come prosieguo dei diversi libri di poesie pubblicati in precedenza, sia in lingua che in dialetto trentino. A partire dal 1987 nove sono i suoi libri pubblicati. È presente in diverse antologie e alcune sue poesie dialettali sono state tradotte in inglese. Le caratterizza la consapevolezza di una coscienza creativa, che s’apre e dall’intimismo si fa partecipe del mondo esterno con le sue problematiche.

La poetica di Lilia Slomp Ferrari si segnala per la sensibilità nel padroneggiare il flusso linguistico, rarefatto e all’apparenza libero ma in realtà orientato in un alveo controllato, per i nessi ispirativi e gli innesti di impreviste parole, talvolta vere e proprie aggettivazioni cromatiche che accendono metafore improvvise e stimolano spunti semantici. Basta isolare alcuni versi, in All’ombra delle nove lune, per apprezzarne le peculiarità cromatiche: nella lirica LUNA PRIMA, p. 23, … alla finestra cupa del cobalto | … | divaricate nel ricamo rosso | dello sguardo…; in PAROLE COME PUGNALI, p. 26, … canto di gioia nell’arcobaleno. | I miei sereni li ho inghiottiti piano | … | Questo squarcio di rosso | mi condanna al diniego totale | dell’amore. Pittore! Cattura | lo sdegno irripetibile. Affresco | di calce il mio sguardo sbarrato | al sudario del glicine sul muro. Si potrebbe continuare con altre liriche, perché sono riscontrabili casi analoghi. Ed è come quando si guarda in un caleidoscopio: a un tratto lo si agita per cambiare scena e visione. Ma anche l’innesto dei fiori come tarassaco, giglio di campo, fiordaliso, ireos, anemone, glicine, rosa, papavero, girasole, ginestra, ninfea, erica e pervinca adombra ancora colori e profumi.

E poi gli animali citati nei versi come lupo, grilli, cicale, rane, aquila, rospi, farfalle, bruco, passero, mantide religiosa e cavalli bradi non realizzano uno zoo ma alimentano e danno spessore di vita al sentire poetico. In queste poesie si percepisce come una metamorfosi della natura a travalicare il realismo poetico-esistenziale, grazie anche al vissuto, che riemerge dalla memoria e si fa spesso attualità o contemporaneità sospesa, a volte quasi bloccata.

La raccolta, fatta eccezione dei primi nove testi, è scandita proprio in nove lune o canti. La Luna, dunque, simbolo e mito che ha attraversato le società antiche e le religioni. Per quanto ne sappiamo a partire dai Sumeri, attraversando le culture di Babilonesi, Egizi, Ittiti e poi dei Greci per arrivare ai Romani e quindi a noi. Poi l’uomo, con arroganza prosaica e trionfalistica, nel 1969, grazie agli astronauti Armstrong e Aldrin, la camminò facendo presagire altre mirabolanti conquiste. Rinviate poi sine die. E così parve che essa avesse perso ogni ‘poeticità’ e interesse umano, da non essere più citata neanche nelle canzonette. Ma così non è per la Slomp Ferrari. Per lei la luna è un calendario ideale, che scandisce il sentire poetico, e già dalla dedica del libro – Alla vita, a ogni donna | che in essa si rispecchia. – evoca la vita e la donna che in essa si rimira. E ogni donna, lo si sa, per sua natura la vita ce l’ha dentro! Anche se, nelle nove poesie che precedono le nove lune, essa è travagliata da paure e ricordi, da apprensioni che si fanno cosmiche, come nei versi del testo DONNA IO, p.17: Brivido cosmico | questo tremore che mi staffila, | mi unghia le carni | nell’impotenza estrema. | … | per questa predazione dell’essere. | Donna io. Profanata!

Dunque, queste liriche preludono al seguito della raccolta, in cui l’autrice attrae a sé le energie positive per opporle al male, che è nel mondo, facendosi paladina contro la violenza sulle donne.

Come goccia di vetrata è diviso in quattro parti. Le liriche della prima parte sono percorse da un filo di sofferenza, con l’evocazione di commoventi immagini paterne, dei patimenti della seconda guerra mondiale, del dopoguerra con gli aiuti ECA e la ricostruzione, la nostalgia per la nonna che intrecciava giunchi per la fiera, di Margherita e del Sessantotto a Trento. Nella seconda parte la figura materna si fa prepotente e fanno capolino i ricordi dell’infanzia, la ninnananna… Nelle altre due parti sono il proprio vissuto, lo stordimento dei sensi, il dato emozionale, l’intimismo a prevalere. Spesso la misura è l’endecasillabo sciolto, nel ricamo lessicale dell’ordito linguistico. E colgo un ossimoro, “urlo silenzioso”, p. 43, e due versi surrealisti: “Sopra di me si sposano le ortiche. | Sotto continua a veleggiare il sogno”, in VISIONI, p.82.

Prendendo a prestito il linguaggio proprio delle arti figurative, si può dire che in queste poesie aleggi la sensibilità di un personale impasto linguistico-informale: il dato reale naturalistico – Lilia, si è visto, predilige piante, fiori, animali, come imprescindibili innesti ispirativi – è sottoposto a sconvolgimenti concettuali, ma l’autrice cerca e trova continui equilibri. Ma sono i ricordi a riaffiorare prepotentemente dalla memoria: tristi o gioiosi, lieti o malinconici, inquieti o rassicuranti, affettivi o ambientali. E hanno peso e consistenza. E, tuttavia, non è poesia memorialistica quella che Lilia Slomp Ferrari va scrivendo. Ineluttabilmente, sono i singoli ricordi evocati a farsi tasselli o mattoni, con cui lei ricostruisce idealmente e liricamente il proprio arco esistenziale, che pervade e attraversa questo libretto.

Krotone, 12 agosto 2011
www.angelosiciliano.com

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