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Cosa unisce religione e poesia? Lo studio dell’eternità?
Si potrebbe affermare che, ovunque si presenti la luce, le tenebre svaniscano e che questo movimento di presenza e di assenza di luce, l’avvicendarsi delle generazioni di uomini, scandisca come un orologio l’eternità, ma qual è la luce che illumina i processi della storia? E, se la poesia fosse solo un processo di scrittura, Lazzaro, appena risvegliato dall’eterno sonno della morte,vi andrebbe incontro come l’infelice appestato che i poetichiamano verso?

Alla prima domanda rispondiamo che alcuni esseri umani, con tutto il corpo, hanno illuminato con la fragile eternità di cui disponevano, che sentivano, la storia o, come direbbe Franco Fortini, il vero che è passato. Alla seconda domanda, rispondo che quel lazzarone chiamato verso, più che infelice o felice di essere stato rianimato, dovrebbe essere nocivo, decisivo, rompere il processo di scrittura e correre oltre il testo come eternità.
Il masso della tomba di Lazzaro lo sposta il poeta senza l’aiuto di nessuno, senza il controllo dei tempi,senza timbrare il cartellino che pone il verso nella storia di una letteratura fantasmagorica.

L’importante è che qualcosa nel dimostrare, indicare e verificare, ci torturi; che qualcosa di quotidiano verifichi la regola d’un tempo/fuori dal comune. La poesia incontra la nostra vita nella straordinarietà dell’ordinario e, velata da una buona dose di ironia, anche nel misticismo della routine, il nostro debole sangue.
Questi sono i passi di Erminia Passannanti in Mistici, libro edito da Ripostes: folli o utopici, basta che colgano il segno, il punto di vista preciso dove applicare la leva per alzare questo debole sangue; e nei pressi di cosa si trova questo punto di osservazione, questa leva?
Vicino a ciò che non ha consistenza, che non ha niente, come la sospensione dello stupore o l’interdizione di fronte il male/posto/ai limiti comuni, il male di vivere che ci tiene incollati alle nostre benedizioni quotidiane come una bibbia nera.

L’iniziale poesia-invocazione Volevo scrivere una lirica di Erminia Passannanti è chiara: qualsiasi prassi ufficiale, categoria, genere che si consolida in poesia (in ogni religiosità umana o nel pensiero del nostro essere qui) dà vita a quella sorta di spartizione della torta (i nostri interessi, le speranze, la voglia di costruire qualcosa di tangibile) da parte di una confraternita più o meno variegata di individui, spiriti incapaci/di fare i regnanti, ma capacissimi di fare gli avventori, gli speculatori, non riuscendo a meditare una piccola ma salda economia, un onesto baratto sociale.

La mia ipotesi è che si tratti di qualcosa simile ai convegnisti assonnati, ai prelati abbottonati, presidenti di quella squadra o di quel partito che nel prendere a calci il mondo non hanno la consapevolezza di prendersi a calci, gente senza idee, poeti troppo "pateticamente" o dai versi-copia di quelli dei "maestri". E i maestri? Dov’è il rabbi?

La nostra società distrugge i "maestri" per la glorificazione dello spettacolo, del culo delle soubrette televisive, ma la nostra finzione quotidiana (o mitologia) non è dotata del tatto. La solennità del corpo ce la siamo dimenticata, ci siamo dimenticati anche la nostra debole carne… Aspetta, un angelo telegenico sta per stuzzicarci…

No, ciò che vediamo e sentiamo non è nostro; questo paradiso è un miraggio.
Siamo individui che non mascherano di essere presi da un delirio di voci, ma al contrario dei poeti e degli angelinon riusciamo a trascriverlo questo delirante volo, e ci glorifichiamo solamente dell’esperienza di altri più grandi (conduttori televisivi che telefonano in diretta al figlio che ha ucciso il padre, dive in doppio o triplo petto e poi scandalo per quattro seni al vento, attori mediocri da fiction che festeggiano quarant’anni di carriera, politici, psico-conduttori da talk show). Può consolarci il fatto che è peggiore, malsano, impudico per passività, chi si comporta come i primi anticristo denunciati da San Giovanni nella Seconda Epistola, cioè chi vorrebbe sedurci e ci riesce. Per l’esattezza, chi di voi ha letto e riletto la Bibbia e critica apertamente alcune impostazioni o interpretazioni degli apparati religiosi?

Chi sono questi anticristo o questi moderni anticristo di cui vi parla questo articolo, evocandone il mistero? Gli anticristo, per San Giovanni, sono i molti seduttori "usciti per il mondo, i quali non confessano Gesù Cristo esser venuto in carne". La Passannanti dunque, che parla di un Cristo in carne, non è un anticristo. La Passannanti, che discute la verginità della Madonna, non è un anticristo.

Questo perché chi ha scritto il Vangelo usava un linguaggio poetico, non letterale. L’interesse era l’insegnamento di qualcosa nei pressi della verità, e questo perché nel momento in cui un uomo nomina qualcosa, crea la prima scissione tra sé e l’oggetto. Inoltre, quando un uomo propone il suo messaggio, spetta ad un altro individuo riceverlo – il mito incorporò questa funzione della comunicazione sociale –; pensiamo alle parabole di Gesù: l’esser in grado di interpretarle, di dare risposte individuali, di prendersi ulteriori responsabilità, non era fondamentale per la crescita individuale e sociale? Allora gli anticristo non sono i poeti, ma i dogmi.

Gli anticristo sono tutti coloro che, lavorando nelle istituzioni, nei giornali, grazie a strutture sociali e culturali, non denunciano e non combattono quelle "verità di bruttezza del potere" o quelle "bellezze che il mondo vorrebbe insegnare e nel farlo non lascia all’individuo la possibilità di svelarle", come quando si cerca di inculcare la poesia o la parola di Dio. Gli anticristo sono tutti coloro che continuano a sedursi la fiction di tutti i giorni, qualsiasi essa sia, e vi subordinano la dignità, che in Italia è addirittura simile al fingere di esseri liberi e felici nel paese delle meraviglie e delle marachelle.

"Chiunque non opera nella giustizia non è da Dio" dice San Giovanni nella Prima Epistola.

Nel paese, l’Italia, dove il truffatore arricchisce e l’onesto impoverisce, dove gli ultimi non saranno mai i primi, dove lo status è nell’essere star da spaghetti-tv e tutto il resto è numero da audience o vestirsi bene per andare a messa la domenica, l’eresia del male del nostro vivere contemporaneo è sublime ed è insita nell’immagine a cui aderiamo con così grande capacità che non riusciamo alla fine a sopportarla nelle sue conseguenze, negli effetti nefasti, cioè il dimenticarci, il dimenticare di avere un corpo, delle dita, un naso, una pancia, un cuore, il cervello. E il nostro genio? Chi sono i nostri geni, i nostri maestri? Li ricordate? Il calciatori, le letterine, i raccomandati che trovano lavoro e i nostri laureati che non lo trovano?

Il genio non è il genio di una sola mente, ma medita il Dialogo tra Saggezza Muliebre/e Virile Incertezza e si chiede quanto/della stoffa intellettuale provenga/dal suo collaboratore di scritture/l’alato Gabriele. No, i nostri miti contemporanei sono diversi dal genio: sono tutti così perfetti e sicuri che non hanno bisogno di nessuno o di riflettere qualcosa, tranne le telecamere delle tv. Sono già il mondo delle idee e per noi tutti i nostri miti… Il genio è uno troppo intelligente per essere considerato dalla tv, è uno che non dà nulla per scontato e che dovrebbe avere un programma solo per sé, è uno che non è determinato storicamente o preciso per definizione quindi difficile da inquadrare; però sa riconoscere ciò che ama, ciò da cui è influenzato, ed è per questo che riesce ancora a stupirsi di qualcos’altro o a rimanere interdetto a causa dell’eterno ritorno dell’uguale, della routine.
Allora anche noi possiamo ambire a qualche forma di genialità. Quale? Forse tra tutti i nostri interrogativi, le nostre metafore, i concetti di noi stessi così abilmente cementati o mimetizzati, l’unica speranza che possiamo nutrire come uomini di questa età postmoderna, non ancora post-atomica, è che il bunker prospettico che ci siamo costruiti regga e non si sbricioli alla prima occasionale e accidentale caduta nel mondo e del mondo.

A meno che non si esca dal bunker.

Fortini dice: "A poco a poco il lume del giorno ruota" e noi non ce ne accorgiamo e giunge la notte. Probabilmente i sogni (e gli incubi) non sono ancora stati corrotti poiché nessun Signor Io li controlla, nessuna Santa Inquisizione ci imprigiona per qualche peccatuccio inconscio. È evidente che in questa situazione politica e sociale di inizio millennio, da angeli un po’ uccellacci presi nella rete di oscuri bracconieri che evocano scontri di civiltà, il tempio della nostra anima oscilli tra la poesia (inconscia) e la disperazione (conscia) e qualche forma di religiosità (non ben definita, presa a prestito casualmente).

Come direbbe Sant’Agostino, continuiamo a cercare Dio negli angeli, quando dovremmo cercare Dio come lo cercano gli angeli, ma siamo angeli? Sarà che senza la conoscenza delle reti non abbiamo la consapevolezza del volo… Forse è meglio non seguire Sant’Agostino, perché è l’unico che ha avuto il coraggio di affermare che dopo più di trecento anni non si capiva più cosa significassero i simboli del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo; meglio rimanere ingabbiati, meglio professare l’atto di fede e lavarsi le mani.

Recensione
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