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Gli echi che
ripartono senza tregua dal subconscio, automatica rivincita culturale di chi
tenta di ascoltare il segno della conoscenza, inondano qui la scena memoriale,
le inquietudini al di là dell’angoscia, la logica tra senso comune e proiezione
dell’incantamento.
Mandrino non
è nuovo ad "un impegno di officina sul materiale linguistico contrassegnato
da una attenzione selettiva, senza più gli affanni dell'approssimazione o di
ostentata normalizzazione...”- come sottolinea nella postfazione Roberto
Roversi - ed ancora una volta riesce a presentare un folto gruppo di
composizioni poetiche omogenee nella fattura e convincenti nell’itinerario.
L’apertura
del raggio di osservazione rompe il discorso lirico per lasciar posto, in ottimo
equilibrio con il dettato, ad una avvincente corsa tra l’immaginario ed il
flusso del reale, qui compresso ed esternato da frammenti cristallini, intessuti
di coincidenze e da incredibilmente semplici ritrovati linguistici.
S’insinua fra
le crepe
di sette muri il vento
per insidiarti un bacio
prima che tu sia
vecchia
e la sabbia negli occhi ...
- o ancora -
E' così che la pieve
fonda le colonne
su scheletri uguali
e ruggini corazze:
Il Fango volta pagina
ma non tiene l’immagine.
Agile e
fantasioso l’autore offre una pratica di linguaggio folgorante, non inquinato
dalla preoccupazione del canto a tutti i costi o della ritmica scansione
testuale, scorrendo tra esasperate resistenze e colorite accelerazioni.
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