Servizi
Contatti

Eventi


La normale anormalità degli esseri umani

Antonietta Benagiano, insignita di numerosi premi di rilevanza, è una scrittrice jonica nota per la produzione in vari campi letterari (poesia, narrativa, saggistica, teatro), per il timbro particolare della sua scrittura. Collaboratrice anche di vari giornali e riviste, relatrice in convegni, ha di recente pubblicato Anormalità normale, che già in copertina evidenzia le strane sinapsi umane. La dedica insolita sollecita poi a meditare sulla natura umana che ama camuffare le proprie meschinità imbellettandole.

“Il labirinto”, la poesia della stessa autrice, posta in apertura, è forse la chiave di questo romanzo, del suo senso che sembra andare oltre la stessa anormalità degli uomini, i quali, proprio per la medesima condizione che tutti accomuna, si ritengono normali. Scrive la Benagiano che “… la qualificazione più insignificante e meno vera che si possa dire dell’Altro è che rientra nella normalità… Ogni essere è dunque un ‘anormale’ che vive un’apparente normalità. La normalità di un soggetto dominante o del gruppo dominante non è l’interesse generale ma quello ristretto, del singolo o dell’élite…”

In questa anormalità si comprende bene la riflessione che non si possa di certo eliminare il bellum omnium contra omnes, pertanto l’armonia del singolo, come pure la pace mondiale, non è che utopia. E si coglie assurdo il comportamento di ciascun soggetto che pur agogna alla felicità e poi esso stesso spesso si oppone alla sua realizzazione, così come irrazionali sono le decisioni di quanti, da posizioni di dominio, solo a parole dimostrano di volere il compimento della pace.

Coinvolge la lettura di questo romanzo concettualmente denso, scritto in uno stile asciutto, lontano dagli stereotipi oggi in voga. In esso il filo rosso della comune anormalità si sfaccetta nelle vicende dei personaggi, negli eventi drammatici che rimbalzano, sollecitano a riflettere. Tante pagine hanno timbro filosofico, storico-politico, psico-sociologico, estetico, senza che appaiano mai giustapposte. Basti pensare soltanto alle note durante il pranzo di nozze, così perfettamente in armonia con i segni dell’innamoramento. Tutto è sapientemente dosato, senza sbavature, così come nelle vicende dei personaggi non vengono introdotti mai i soliti topoi per sortire determinati effetti sui lettori. La orchestrazione della varietà di temi, sorvegliati sempre e trattati nella bellezza della essenzialità, ci offre un quadro variegato, non rispecchiato in modo fotografico ma elevato alla essenza, ad una totalità intensiva nella recisione di ogni inutile legame.

L’inizio del romanzo è a Torri gemelle già crollate. Il terrorismo fa sorgere numerosi interrogativi in Manuela, attorno alla quale ruotano le vicende degli altri personaggi volti anch’essi a riflettere, ad analizzare (Lucia, Rita, Nico…), nel Professore con la sua concezione della storia, con il riferimento alle oscure trame degli anni Settanta. Un fatto oscuro anche la stessa morte dell’anziano docente, quasi un giallo che nessuno s’impegna a risolvere.

L’attualità si sfaccetta nelle storie dei personaggi, nei drammi personali, nelle tragedie lontane che rimbalzano. Ma lo sguardo è anche al Novecento (fascismo, terrorismo…), sfuma nell’epilogo in un futuro di trasformazioni, nella visione dei popoli-tribù afflitti da “disastri ecologici, da sperimentazioni chimiche, nucleari, biogenetiche, da esplosioni terroristiche, da ogni sorta di eventi cui l’uomo va incontro per narcisismo”.

L’anormalità, considerata normalità perché sempre presente, è spesso il contrario della autenticità, è ambiguità, ipocrisia. Nel concerto mondiale è finalizzata al predominio, ripropone ciò che Voltaire ironicamente chiamava “la bellissima arte”, (è il personaggio di Lucia a riprendere Voltaire), l’amore più grande che da sempre ha superato quello per la stessa vita. E’ soprattutto essa l’anormalità normale più infausta, ed esplode, come scrive la Benagiano, per “gl’interessi individuali e delle oligarchie legali e illegali”, si camuffa e cela sotto bandiere di democrazia.

Ma anche i singoli personaggi, pur distanti dalle zone infuocate, vivono il malessere dell’anormalità, una solitudine che ha come matrice la incapacità propria o altrui di amare, l’eccessiva difesa dell’ego narcisista che nei suoi risvolti si fa arido, crudele, oppressivo, e ciò, nei riguardi della donna, è denominatore comune in Oriente e in Occidente. E’ un ego che, mentre annuncia la propria libertà, si lascia poi prendere dal pensiero omologante dei media.

Un malessere che la Scrittrice ci fa intravedere più accentuato nelle ultime generazioni, quelle che dovrebbero essere la speranza del futuro, che dovrebbero poter avviarsi ad un progetto di vita. Precarietà lavorativa, assenza di una vera e propria selezione meritocratica, in quanto funzionano ben altre chiavi, generano inquietudine. La condizione di incertezza, non vissuta dalle precedenti generazioni, si ritorce sulla psiche, su una affettività che non appare più in grado di cogliersi come valore pieno. Sono generazioni affette da frustrazioni, da insoddisfazioni e insicurezze, e fanno talora esperienze drammatiche. Non riescono a relazionarsi in modo significativo, né mostrano attenzione alle problematiche altrui, aride proprio nell’età che dovrebbe essere di maggiore apertura.

La situazione attuale non gratifica inoltre “i cervelli”, che possono mettere in atto le loro potenzialità solo emigrando, abbandonando senza rimpianto la loro terra (c’è forse un filo di nostalgia nel figlio di Manuela, in quel suo voler rivisitare i luoghi affettivi prima della partenza), ed è una perdita che potrà provocare solo danno alla terra di origine.

Ma svariate etnie si riversano ovunque, vivono disagi diversi, esperienze anche traumatiche nel proliferare di reti criminali. Un caos di culture, di sistemi di vita, di mentalità che si scontrano ma possono anche incontrarsi. Le diverse generazioni hanno esperienze multietniche, ed i giovani vanno a vivere sempre più distanti.

L’amore, che prende tutti anche se con modalità diverse, è condizione fortemente problematica (Veronica ne è esempio), storia abbandonata per fragilità e utilitarismo (Elio…), e nei più giovani esperienza da lasciare, di volta in volta, scorrere via. Dirà Manuela: “Ora percorreva il perimetro dell’anima –- senza tentare di entrare a conoscerne il volume”. In quelli della sua generazione viene vissuto come semplice piacere carnale anche dai risvolti scuri (Guglielmo, Vito, Vanna, Renato), oppure come sogno da mantenere nel mentre si deve vivere la realtà (Nico, Paolo, la stessa Manuela), prima che si faccia anch’esso caducità, che è poi il marchio della vita stessa.

L’ “esizio”, come scrive la Benagiano nella poesia, è “universale”, l’uscita dal labirinto, anche se il singolo soggetto ed ogni etnia vorrebbero il filo d’Arianna. L’esistenza va avanti spinta da materialità, in un’ottica di utilitarismo e ambiguità, di arrivismo, fluttua nell’accomodamento anche in chi appariva fermo.

I personaggi vivono nell’Urbe, in una città che diviene mondo affratellato nell’addio a Giovanni Paolo II su cui si sofferma Manuela. Roma è grandezza caduca nelle rovine imperiali, eternità cristiana nella grande Piazza. Essa si fa nel Professore sentimento di rispetto (“Le voci del passato dalle rovine rimbalzano alle angustie della nostra contemporaneità”, dice attraversando i Fori imperiali) ma anche ricerca dell’oltre, ed in Manuela, nella coscienza di una solitudine esistenziale, ciò a cui ancorarsi nel divenire che tutto travolge.

A Farad dirà: “Tu mi chiedi di tagliare il cordone ombelicale con questa città… unica mia certezza…”.

Recensione
Literary © 1997-2019 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza