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Il mio incontro con Pietro Nigro affonda le radici nella adolescenza. Studente del primo corso delle scuole superiori trovai positivo l’impatto con la lingua inglese (che, al pari di quella francese – chissà, forse perché mi rievocava viaggi ed evasioni – recava su di me un certo fascino). Ciò mi indusse a contattare un esperto della materia per accelerare i tempi di apprendimento della lingua anglosassone. Il ragioniere Nigro, stimato amico di famiglia, partecipe di questa esigenza, rese la sua ampia disponibilità compulsando il figliolo Pietro, laureando in lingue straniere, e lo convinse di prestarsi alla bisogna. L’approccio col novello docente si mostrò al di sopra di ogni mia ottimistica previsione. A giorni alterni per un’ora (ma poi ogni convegno si protraeva sempre abbondantemente oltre il tempo prefissato) il suo studiolo, piccolissimo, zeppo di libri, ci ospitava ed una minuscola scrivania separava docente e discente.

All’inizio si parlava solo di inglese ma via via col passare del tempo si intavolavano conversazioni sugli argomenti più disparati: dalla politica alla letteratura, dalla musica alla sociologia e ad ogni problematica contingente. La convergenza delle idee fra maestro ed allievo (seppur entrambi giovanissimi) era impressionante. Ricordo che lavorava alla tesi di laurea (“la poesia di Paul Valéry”) e mi rendeva partecipe del lavoro che mano a mano sviluppava. La passione per le lingua ci accomunava ed ascoltavo volentieri il racconto delle sue esperienze di lunghi viaggi fatti per motivi di studio e di diporto in Francia ed in particolar modo a Parigi, città che mi descriveva fascinosa, misteriosa ed irripetibile; (ebbi occasione poi, molti anni dopo, visitando “le monstre”, così infatti i francesi chiamano la capitale, di constatare quanto avesse ragione a darne siffatta descrizione). L’abitudinarietà delle lezioni vi consacrarono un carattere di ritualità.

Venne l’estate e finiti gli incontri non ci rivedemmo che in autunno allorquando ci ritrovammo su una stessa barricata politica a gestire col cadere delle foglie e con scarso successo una competizione elettorale, finita la quale imboccammo strade diverse. Lui docente negli istituti superiori mise su famiglia e trasferì la dimora a Noto, io l’università, la professione.

Solo rarissime volte ci siamo rivisti nell’arco di questi lunghi anni; ogni volta tuttavia due certezze hanno trovato conferma: l’immutata reciproca stima e l’inesorabile vistoso avanzare degli anni in entrambi.

Tempo fa passando, rovisto con gli occhi nella libreria Urso alla ricerca, come d’abitudine, di novità editoriali. Fa bella mostra di sé un volumetto (e Dio sa quanto amo i piccoli libri che si leggono tutti di un fiato e dei quali non si deve mai sospendere la lettura col rischio di non poterla – o volerla – riprendere). Il titolo: “Il deserto e il cactus”; autore, Pietro Nigro. Ho un momento di smarrimento misto a perplessità, rivado fulmineamente indietro nel tempo col pensiero. Ma va, mi dico si tratta di un omonimo mentre mi accingo a chiedere lumi a Ciccio, l’amico libraio, una vera punta di diamante nel settore.

Ho tra le mani il volumetto, sono poesie di Pietro Nigro, sì proprio lui. Corro in studio, appoggio il libro sul tavolo di lavoro. Quel tavolo che vede passare su di sé cause ed effetti di legislazione tributaria è ora leggìo delle liriche di un amico. Leggo e rileggo ogni poesia: mi sembra – la pelle rabbrividisce – di ascoltare la logica continuazione dei nostri colloqui di venti anni fa. La lettura di ogni brano scende su di me come l’effetto benefico di una doccia ristoratrice.

Certo si nota ora la riflessione dell’uomo dagli “anni corrosi da illusorie promesse” (“Commiato”, p. 30) che ha vissuto e sofferto le “illusioni” (p. 33), (lirica letta e riletta decine di volte)

che cos’è questa vita?…
… infernali sogni …
… cocenti rimpianti …
… momenti perduti per sempre …
… speranze senza più ritorni ….
… rive di tenere illusioni …

che portano, quasi d’obbligo alla via della “eternità” (p. 21) ove

in rarefatte atmosfere vagano vite e pensieri,
speranze illusioni e certezze di morte,
… di chi non sa più dire niente.

Si avverte l’eco di un pessimismo buio e irreversibile, permeato da toni di tipo leopardiano, senza luce nè speranza, con qualche tratto di richiamo foscoliano, vale a dire di illusoria salvezza, ad esempio in “rimpianto” (p. 9)

… ritornerai
e rimpiangerai i soavi sogni
di vicende commoventi
che ti facevano regnare su un mondo
dove esistevi tu soltanto.

Al rimpianto tuttavia, forse come necessaria alternanza, si sovrappone la nostalgia del

ricordo di un pallido sole
sotto il cielo di Parigi
… di un algente brezza
che ci faceva correre
felici verso la Bastiglia …
… quella panca alla Senna
a guardarci negli occhi
e fermare il tempo (p. 14).

Ecco sembra ancora una volta che Parigi abbia regalato al poeta la immortalità di una nostalgia che per un momento riesce a far dimenticare illusioni e certezze di morte; e la mente corre al “quartiere latino” (p. 37), tanto caro ai giovani perché di essi si nutre, laddove il Nigro studente viveva e soggiornava in mezzo ai

solitari lampioni
di notte in attesa
alle insegne dei métros
di Cluny, Saint-Germain, Saint-Michel,

nomi mitici, fascinosi, ripetuti da generazioni, culla dell’esistenzialismo e di cultura letteraria e filosofica che richiamano altri nomi famosi quali J. Paul Sartre, Simone de Beauvoir, A. Camus (e l’elenco potrebbe continuare). E’ una cultura di cui il Nigro è intriso non per averla studiata ma per averla vissuta in prima persona e maturata sino in fondo. Ogni nostalgia è fonte di speranza

… cadranno a Cluny altre foglie ancora
e lentamente le raccoglieremo ad una ad una
a ricomporre il nostro passato.

Non è dato di sapere al poeta però se ciò è speranza o certezza. Egli vaga, prigioniero senza colpa, attraverso la sua “dimenticata terra di Sicilia”, che altrove ha ben definito Meridione sfortunato ed emarginato, che soffre in silenzio rassegnato e che “nasconde la vergogna della povertà antica” (p. 20).

Ma si accorge che tutto è un “miraggio” (p. 19) dappoichè quando

… s’alza il vento
gocce di sabbia mi soffia in viso
a ricordarmi che intorno è il deserto.

Recensione
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