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Radici e rami: l’essere riflesso di Danilo Mandolini

Leggere i libri di Danilo Mandolini comporta sempre una riflessione sulle diverse dimensioni dell’esistenza: di un essere-per-la- morte si era detto a proposito di La distanza da compiere; di un essere-riflesso si potrebbe invece parlare per Radici e rami, Edizioni L’Obliquo, 2007.

Il riflesso, ogni riflesso, conduce indubbiamente all’idea di dualismo, a uno specchio che divide. La divisione, nel celeberrimo mito della caverna di Platone, è rappresentata fisicamente da un muro, e chiari risultano gli oggetti della separazione: da un lato la realtà, dall’altro le ombre, le parvenze. Non così in Radici e rami per il quale, semmai, di Platone vale l’idea che gli uomini vivono la propria vita come un sogno, anzi “nella penombra di un sogno” (p. 25).

Questa considerazione avvicina il senso dei versi di Mandolini all’opera di Schopenhauer: la visione delle cose è deformata e l’esistenza tutta è mera apparenza, una sorta di incantesimo, una realtà effimera: “ma il pomeriggio che sarà poi tardo | e che adesso è inutilmente altrove | qui non entra” (p.26), per la quale non vi sono certezze: “Tutto passa oltre e nulla torna | per i sentieri che si pensa di conoscere” (p . 25), e che si può definire “l’incanto che non dura” (p. 73). Così nulla è definitivo, solo appare, come ogni stagione, come l’inverno, in una delle prime immagini del libro (p. 13).

Il “di qua” e di là” costantemente presenti nel libro, fino ad esserne il tessuto della stessa struttura, sono i termini che separano non solo la vita dalla morte, non solo un “Dimorare presente” da un “Dimorare futuro”; dividono altresì: la disperazione e la fiducia (p. 21), un essere trascorso del padre e un essere futuro di sé (p.32), un di qua “tra letti e foglie” e un di là, “oltre i vetri” (p. 35), il riso e il pianto (p. 57), la notte e il giorno (p. 79)…

Il fatto è che il confine tra gli opposti non è dato dalla nettezza di un muro, è anzi vario, mutevole al punto di mescolare i sensi (p. 29 e 53 ); può essere il ricordo o il sogno o un vetro… o il fusto di albero che separa, per l’appunto, le radici dai rami.

Il “di qua” e il “di là” si confondono addirittura e Mandolini, volgendo in positivo la poetica montaliana alla quale i versi di questo libro riconducono, non esclude la possibilità che uno dei limiti prevalga sull’altro: (Quando l’elastico smetterà di tendersi potrà | rompersi, scagliarsi da una mano all’altra. | Si altererà comunque l’equilibrio che tiene, | legati insieme, il dolore e la gioia? | Penderà verso l’una o l’altra parte | l’ago che ricuce gli strappi ed imbastisce | i giorni dimenticati della nostra vita)

A questo punto, solo la parola è garante dell’esistenza, o meglio della consistenza: “Le parole sussurrate nel mezzo della folla | che avanza col primo accenno del mattino | raccontano di spaesamenti e sogni andati, | gettano luce e cielo sui tetti delle case | e schegge di dolore dentro il tempo” (p. 55). Il tempo comunque rimane se stesso come se stessa rimane la sabbia che pure vive e muore (p. 19), come la stessa esistenza, che può solo simulare la propria fine (p. 33).

Attraverso il gioco del riflesso, la storia che Mandolini narra, parla di una lacerazione, del proprio dolore per la perdita del padre, e ruolo essenziale svolge il ricordo; e poi, come si è detto, la mescolanza tra quanto non è più e quanto sarà.

La lingua usata è misurata, le parole sono quelle del quotidiano. Eppure la poesia che ne risulta è colta, complessa, dal momento che ogni parola è granulo di senso al massimo grado. I versi sono vari, ma il loro ritmo, la loro musicalità, data specialmente dalle assonanze (qualche volta Mandolini si lascia anche tentare dalla rima), nulla lasciano al caso.

Recensione
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