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Storia di strada, d'amore e resistenza

Mangialibri.com

Ruggiero percorre un viale della riviera di Rimini: è preda di mille pensieri, trabocca di riflessioni. La sua vita è la strada, e dalla strada prende nutrimento. È infatti un attore di strada e mette in scena le manie, la povertà, le schizofrenie di questa società osservandone i dettagli, assaporandone ogni incontro.

Durante le sue riflessioni, la televisione racconta la realtà in maniera distorta, narra una vita imbellettata, finta, colma di menzogne. “La pioggia si abbatté con furia ed intensità tali che i propagandisti della televisione dissero che a memoria d’uomo non si ricordava qualcosa altro di simile. Beh, era il solito linguaggio delle televisioni: se i telespettatori possedessero reminiscenza, avrebbero rammentato che le stesse cose erano state sostenute un anno prima e due anni prima e tre anni prima…”. Ruggiero, attraverso i suoi incontri invece, conosce la vita. Quella vera. Quella fatta di persone. Ad un tavolo, un venditore di assicurazioni e polizze con il suo cliente diventa l’emblema del valore del denaro e della relazione di forza che rimane come unica modalità di incontro e comunicazione.

La scena cambia e appare, per contrasto, un carrozzone bavarese con una donna, un uomo e un bambino, lontani, fisicamente e ideologicamente, dallo “stile moderno”. E poi, ancora, Ruggiero si imbatte in un gruppo di persone assembrate davanti all’ingresso di un albergo per piangere la scomparsa del loro idolo; in un gruppo di agenti di polizia che picchia un malcapitato abitante della strada, eterna lotta tra vittime e carnefici, dove le vittime siamo tutti, tutti siamo perdenti. Alcuni avventori al ristorante chiacchierano di firme e calciatori, prefigurandosi un mondo “ripulito” dagli “scarti” della società e, subito dopo, la strada porta Ruggiero all’incontro con un nero e il suo viaggio della speranza, alla ricerca di una società “civile”.Ruggiero è legato a doppio filo alla strada, compagna di vita, maestra, palcoscenico e agorà. L’elogio della panchina racchiude la sua filosofia di vita: “dalla panchina si contempla lo spettacolo del mondo, … è il simbolo di ciò che non si compra, delle ore trascorse e non pagate, … è la civiltà che resiste”. Il viaggio continua attraverso le storie di strada e di resistenza, che si fondono alle storie d’amore, in un unico sentimento che rende solidale l’umanità. La strada è l’occasione per vivere diverse vite, immaginandosi altro da sé per poter replicare in teatro quanto l’esercizio di estraneazione ha insegnato e comunicato. È una sorta di catarsi, funzionale alla comprensione di sé e del mondo, attraverso l’osservazione dell’altro...

La scrittura diventa, così, non solo denuncia ma la possibilità di dar voce a “chi non ha voce, appunto la gente di strada, io che mi reputo uno di loro e tuttavia ho la possibilità di muovere una penna”. La funzione sociale, non solo di denuncia, è radicata nel pensiero dell’autore cha fa dire al suo protagonista “se l’arte non può incidere sulla realtà, perché non ha più una platea attenta” può diventare però “non un mezzo di intrattenimento ma di partecipazione e di cambiamento”. Forti le accuse al “sistema”: dai giornalisti, ai politici, alla gente comune che, nell’indifferenza, diventa connivente con le aberrazioni della società cosiddetta civile.

Il romanzo raccoglie, nei pensieri espressi dal protagonista, tutti gli archetipi della critica veterocomunista: dal borghesotto che non vuole gli immigrati al cattolico senza carità, fino ai ragazzi dall’alto tasso alcolico prima della discoteca e all’immancabile racconto dietro il quale si cela un noto “giovin signore di ottant’anni” che ha basato il suo successo sull’ignoranza della gente. Esempi a volte banali di commenti sempre uguali, di critiche “riciclate”, con un accento nostalgico per gli anni ‘70 e la contestazione. Manca però il contraddittorio, e il narratore pare avere la presunzione di guardare il mondo dalla prospettiva corretta, da quella giusta. In una continua autocelebrazione, Ruggiero sostiene il suo punto di vista, biasimando il resto. Attraverso un linguaggio ricco di metafore e citazioni, a volte ermetico ma sempre carico di sentimenti, di rabbia, il racconto diventa un urlo contro la mediocrità e l’ignoranza, il non-pensiero. L’unica arma contro la morte etica è la presa di coscienza, la consapevolezza del pensiero e dell’azione, contro ogni logica di guadagno. I soli valori che restano e che valgono davvero sono la poesia, l’amore che riscatta, la solidarietà che mette il “noi” davanti alle esigenze esclusive dell’”io”.

E sono gli unici valori che salvano, che permettono all’uomo di vivere e non sopravvivere. Ci hanno ucciso l’utopia, sostituendola con i beni materiali, col denaro. Senza l’utopia non resta che l’alienazione. Per dirla con le parole di Oscar Wilde “Una carta del mondo che non contiene il Paese dell’Utopia non è degna nemmeno di uno sguardo, perché non contempla il solo Paese al quale l’Umanità approda di continuo”.

Recensione
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