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Nebrodiversi

Filippo Giordano propone ai lettori un’ampia silloge destinata a ripercorrere il quarantennale itinerario poetico iniziato con la pubblicazione de I fili si allungano verso i balconi (Spirale, ed. Società Storica Catanese), riuscita descrizione ambientale tra panni stesi al sole, vicoli, finestre dalle quali “sguscia attenta una testa” e “figli sballottati a nord” dove “Inghiottono fumo e nostalgia” nella speranza di un futuro migliore sicché i loro occhi “saranno gli occhi di un carabiniere, / di un operaio della fiat, di un laureato”. Un sud immutabile nell’immagine del vecchietto “sospeso a una sedia / sull’uscio di casa” e sensuale nelle movenze di quelle donne le quali “Con nel corpo / ancora il sapore / dell’ultimo amore (…) si infilano le calze”.

È anche poesia d’amore, quella di Giordano come attesta la sezione L’amore epigrammato dove “Gli amori piegati dal tempo / riverberano foglie d’autunno / e le malinconie disegnano / presagi bianchissima neve” mentre il canto dell’amor perduto si alterna alla promessa di immortalità (“Con te ho confuso / l’attimo e l’eterno”). Se dura l’inverno si apre con i ricordi di una infanzia legata a “… un tempo di pastori / accovacciati all’ombra di qualche rudere / mentre la nenia delle pecore / si spandeva sulla groppa dei Nebrodi” e dedica spazio sia al ritorno, per le vacanze, di chi è andato lontano per lavoro: “E su queste pietre , ridiventati / lucertole al sole, meditano / che qui il riposo non ha incubi / di solitudini abbarbicate ai grattacieli” sia alle peripezie di quelli che sono rimasti, come suo padre “contadino abbandonato alle gelate / e alle danze malefiche dei venti”, prendendo atto che tentare di reagire allo sfruttamento è lecito ma inutile: dopo dieci giorni di sciopero “Siamo ritornati all’ovile / stritolati da catene secolari: / anelli di rassegnazione intrecciati”.

La quarta sezione, Passeggiando intorno alla primavera, si occupa di disoccupazione e vuote promesse elettorali con l’amara constatazione che “Siamo cresciuti con teste / di preoccupate formiche / e la canzonatura è che abbiamo raccolto zero”. Significativa la lirica Sicilia: “Noi ci stiano… (con una mano a Messina, / l’altra a Palermo, testa sui Nebrodi, / piedi a Capo Passero) un po’ crocifissi.”

Anche le liriche di Villaggio fra le braccia di Morfeo, giocate tra sfiducia e disincanto, sfociano nella rassegnazione di uomini (Mario, Rosario, Rodolfo…) costretti ad adattarsi a un mestiere diverso pur di lavorare.

A Sussulti d’acquazzone sulle tegole segue Del sabato e dell’infinito con il ricordo di quella Via San Nicolò nella quale l’antica solidarietà degli abitanti è svanita e oggi “l’uomo è un balenio dentro la selva” e due capolavori: Frammenti (summa di secolari umori e sudori della civiltà contadina con i villani raggruppati “.. con la falce in pugno / levando rancori tra le spighe / contro i pieni granai dei padroni”) e Dopoguerra, quando i contadini “avevano canti antichi alle bocche, / nenie arabe del sangue”.

Il poeta ora spazia tra “chiazze di menta selvatica”, castagni, mandorli, ulivi, limoni, colori e profumi ai quali vanno ad aggiungersi, a Settembre “gli odori / dei vasi con le piante alle finestre, / la menta e il basilico negli anditi”.

I Minuetti per quattro stagioni propongono un dubbio legittimo: “Al gioco vince / chi fra i fortunati ha più abilità? / Oppure vince, / fra gli abili migliori, / chi ha più fortuna?” mentre in una notte di festa “Di luce vanno / il buio a fecondare, / in cielo fuochi”. L’autore accorda lo spazio alla poesia dialettale con Scorcia ri limuni scamusciata (Buccia appassita di limone), destinata a rievocare “ru sciauru chi spanni ari sti casi / quannu i ciliegi erinu “ggirasi” (“l’odore che espandeva da queste case / quando i ciliegi ancora si chiamavano “ggirasi”) e A festa ru Santu Patruni (La festa del Santo Patrono) con la consueta “Lustriu ri lampadini / stinnuti a tinchitè, / u lustriu ri caliara / e chiddu ri cafè” (Luce di lampadine / a iosa collocate, / la luce degli ambulanti / e quella dei bar).

Il sale della terra spazia da Omero a Cristoforo Colombo e dall’intuizione di Copernico (“Una verità solitaria, invece / talvolta ruzzola tra i dirupi / nelle notti oscure e inerte resta / in attesa di radica e germoglio”) ai fratelli Lumiere, Il canto dei paesi ci regala l’immagine di quella fanciulla la quale “fresca come l’uva settembrina” e fugace come un vecchio motivetto / dispare dietro l’angolo di strada / lasciando gli attempati a bocca chiusa / a meditare lo scorrere del tempo”. Infine “Sussurri d’acquazzone del cielo e mormorio di numeri primi”, definito da Giorgio Bárberi Squarotti “libro geniale di poesia filosofica, teologica e matematica” dedicato ai numeri primi (un binomio vincente, quello tra il cognome Giordano e tali numeri, se si considera che fu il romanzo La solitudine dei numeri primi a sancire nel 2008 il successo letterario di un altro Giordano, Paolo vincitore dello strega e del campiello): partendo da Euclide, il quale dimostro “con il pensiero astratto / la concreta idea che dopo l’ultimo primo / ce n’è sempre un altro e poi un altro ancora”, l’autore giunge a svelarne il millenario segreto: “stanno i numeri primi dentro la corolla / che circonda ogni numero al quadrato”.

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