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Alessia e Mirta

Alessia è diventata grande, non in termini di età, ma come spessore vitale. La sua personalità iniziato a truccarsi e a mettere tacchi più alti con cui rimane, comunque, agevole muoversi negli affreschi di vita disegnati da Piazza. Alessia vive, sogna, progetta, ricorda, ama. Fa tutte quelle cose che le “istruzioni” della vita dovrebbero indicare. Il suo tempo scorre al ritmo che più le aggrada e le curve non sono poi troppo arrotondate se ne prendi un pezzettino alla volta.

Non serve impegnarsi per trovarsi pieni di esistenza e poco importa se l’essenza è qualcosa di solo sfiorabile, come un tramonto d’estate, sulla spiaggia, in riva al mare. Tutto scorre placido nella forma che si fa sostanza, in una vita a due dimensioni in cui il vivere è modellato perfettamente con la natura e riempie senza difetto gli spigoli della quotidianità.

Ma l’innocenza si sa, trae valore solo se confrontata all’esperienza; solo davanti alla “terribile simmetria” della tigre, l’agnello ottiene il suo riconoscimento profondo come simbolo di candore incontaminato ma superficiale. E la fame, la fame di vita prima o poi emerge, nelle modalità più disparate e disperanti. E così ad Alessia si contrappone Mirta, come un sasso che precipita a perpendicolo su una superficie piatta, generando onde concentriche che si allargano sempre più per poi affievolirsi man mano.

La vita. Il suo senso profondo. L’impossibilità di possederlo per trovare conforto, nonostante i colori, le copertine patinate, le parole edulcorate e le apparenze. Tutto si riduce ad un drammatico e digitale “si” o “no”. Non esiste un tasto per ricominciare, per ridefinire i parametri e ottenere risposte diverse. Il tempo non perdona chi si abbandona al tempo per trarne conforto.

E così mentre tutto continua a scorrere per Alessia, tutto quanto si interrompe per Mirta. Perché? Per quale motivo la stessa aria che respiriamo genera reazioni così contrastanti? Quale è il segreto delle cose? Esiste la felicità o è solo una semplice domanda?

Recensione
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