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Odisseus. Il secolo breve: conoscenza e solitudine
La recherche di un moderno esploratore dell'anima

Il destino di ogni Odisseo è di tornare alla patria di origine? Sì, se a tornarvi egli è sospinto da preponderanti cagioni sentimentali ed egoistiche (la moglie e il figlio, la sicurezza che tornerà a vivere alla meglio) ed etiche (il bisogno di risarcire il luogo natio per avergli dato la vita per le ragioni del cuore e la vista per quelle della ragione).

Ma se non si s’impongono queste condizioni, può mai un uomo moderno, un Odisseo che si dibatte fra computer e telefonini e raggiunge l'estremo capo della Terra in un batter d'ali, ormai incapace di rinunciarvi per indursi alle origini colme di nostalgie ma di relazioni sociali e familiari e di consuetudini di vita, ostracizzate? Sopravvivrà l'estemporaneità di incursioni natalizie o balneari, nulla più. Durante le quali tornerà il mezzogiorno della vita solare del greco mar il cui godimento renderà, almeno per un momento, il sé antropizzato, estraneo.

E dunque per tornare al nostro Odisseo contemporaneo, cioè a Francesco Alberto Giunta, egli ha due strade davanti a sé, rammentarsi della “patria perduta” avvedendosi nel frattempo che gli è “negata”, e/o lasciarsi andare da un continente all'altro nella vana speranza di ritrovare il “nuovo” che lo rimandi all’antico. Un’alternanza questa da condire con autoironia, magari inconsapevole.

Io credo che al Nostro non sfugga un ingrediente insondabilmente e misteriosamente avvincente del viaggio, appiattirsi tutto nel tempo presente, come a voler azzerare la storia, la memoria, i millenni, gli uomini e le loro gesta che ci hanno preceduto. Sostare davanti ai tanti templi diruti fra Fenici, Greci, Romani, accarezzare la barba di marmo di uno Zeus sparso in qualche anfratto mediterraneo, lasciarsi frusciare le orecchie dagli ulivi nei pressi della tomba di Omero, girovagare intorno alla Torre di Babele o alla Biblioteca di Alessandria, puntare verso le colonne d’Ercole.

Il viaggio scannerizza ogni piega del tempo, anche il più remoto, restituendocene abbellita l’immagine, come se fosse nel nostro presente. Come se...

Ritengo anche che nessun viaggiatore possa emulare Francesco Alberto Giunta. In quanto italiano egli a suo modo racchiude tutto il passato dell'universo compendiandone vestigia e riassorbendone anamnesi e bradisismi, tsunami e poesie, sistemi filosofici eleatici e tombe etrusche, città della natura come Napoli e Venezia e città dell’uomo come Roma e Firenze. Per non dire della sua Catania, una latitudine dell’anima che da oscura provincia percorre in lungo e in largo queste pagine come un fiume carsico cui i precordi dell’autore fanno appello imminente, incombente, come nei sogni infantili popolati da elfi e maghi, da dèi e gargantua ingigantiti dalla fantasia.

Così com’è congegnato, il volume è un insistito “stop and go” negli incontri umani e nei luoghi, cui si addice il calendario della conoscenza. Ora è Giorgio, il generoso combattente della guerra, lì è Hyde Prk con i suoi improvvisati oratori, e ancora Lovanio con i suoi studenti lavoratori, lo sguardo profetico di Jules Verne sulla Parigi del ventesimo secolo, la xenofobia e l’intolleranza che serpeggia dalla Svizzera ai Paesi Bassi fin dentro le viscere dell’Europa, il volto imbronciato dei passanti che hanno fretta come ha fretta Jacqueline, la vestale di una notte, il doloroso carbone dei nostri immigrati. E poi le città di questo ulisside instancabile, il protagonista metafora del Gran Tour alla rovescia, dal Sud va alla scoperta delle meraviglie del Nord, da Berna a Byblos, da Parigi a Copenaghen, da Colonia a Bangkok, da Bucarest a Odessa, poi di nuovo l’assillo del gemellaggio figlio di gente antica, Cirene, Leptis Magna, Giza...Già, le parole non basterebbero, dice l’autore, ma è un limite virtuale che egli stesso non rispetta. Non può rispettare.

Giunta è un viaggiatore di parole e le parole lo conducono fin dentro le pieghe interiori dei Premi Nobel per la letteratura, in un corpo a corpo, da Pamuk a Varga Llosa. E alla fine del libro, il viaggio nelle parole di altri scrittori, dei racconti, del diario intimo, delle reminiscenze senza confini. Vorrei concludere a mia volta questo viaggio attorno a questo terzo “viaggio” di Giunta, rammemorando, insieme con lui, Heine: essere il passato la patria dell’anima.

Recensione
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