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Pro Cultura
Trento, 11 febbraio 2011

Bruna è un romanzo lirico di centosettantaquattro pagine per diciotto movimenti. Circa un secolo di storia fra racconto e autobiografia. Un connettivo narrato con molti tasselli, storie su storie, con inserzione di eventi storici. Un romanzo la cui poeticità non cade mai nel poeticismo, anzi è scarnificante della realtà, scorrevole e affascinante: un’alleanza fra prosa nuda e poesia pura come la definì Thibaudet a proposito di Baudelaire.

La colonna sonora sono i grandi fatti del mondo: si parte dalla fine dell’800 per arrivare agli anni 90. Non c’è artificiosità nei riferimenti storici, c’è un’accuratezza che è puntualità in riferimento ai piccoli avvenimenti. Ad esempio c’è un passaggio in cui si ricorda la grande crisi dei pastai in Italia dei primi anni settanta. Eventi drammatici, suicidi degli imprenditori, il dramma del padrone ( quasi sempre era un ex operaio) a far fronte ai propri impegni etici verso i dipendenti. A distanza di trent’anni, oggi 2011, si ripete la stessa cosa nel Veneto, dopo la disastrosa alluvione. E si parla anche del rastrellamento feroce in Veneto nel ‘43, della guerra di Libia, della prima trasmissione radio in Italia nel ‘24, del ‘27 di Sacco e Vanzetti, nel ’66 dell’alluvione in Trentino, nel ’69 dell’allunaggio... Tracce, ma che s’intrecciano perfettamente al tessuto narrativo, la grande storia fa da colonna sonora alla piccola storia.

C’è una vastità di personaggi oltre Bruna: i genitori, le sorelle, il marito capitalista illuminato che ha segnato la storia dell’industria di Rovereto ma che entra in conflitto con se stesso alla notizia di diventare padre a sessant’anni, poi gli operai nella loro umanità, i figliastri, la figlia, le sorelle, gli zii, i cugini, le suore, il medico ... Il tutto con una narrazione sospesa a distanza. Ricordi temperati dalla memoria, la nitidezza del paesaggio interiore ed esteriore in un gioco continuo del dentro e del fuori come eventi del cuore e eventi del mondo.

La casa come l’universo della famiglia è luogo fisico e metafisico, teatro principale degli avvenimenti dove tutto diventa contraddittorio, anche violento. Bruna rappresenta l’ordine familiare, che soprattutto nella crescita della figlia diventa l’ordine delle idee e della maturazione, diventa la madre-parola, vitale nella crescita dei livelli sentimentali, come una radice buona, anche in mezzo al conflittuale. Nella poesia “Quei fiori”dedicata alla madre, pubblicata in un testo edito lo scorso anno, Annamaria Cielo scrive così: Madre, sentiero. La mia vera casa. Mai lontana. Un legame forte, di guida insostituibile.

In tutto il romanzo Bruna c’è una scrittura di gran precisione, capace di aggregare molte cose e sullo sfondo di tenere in sospeso qualcosa sempre di percezione del futuro: il presagio. È un impasto linguistico coerente e teso, dotato di lievitazione, in grado di leggere la dinamica dei sentimenti nella loro delicatezza ma anche nella loro spietatezza, perché nella storia delle famiglie non albergano solo i santi e gli eroi, ma anche i demoni del male e dell’errore.

I nuclei poetici sono innovativi e coraggiosi e ben si fondono con la narrazione, anche nelle fasi complesse c’è un linguaggio in cui la poesia diventa centrale, nulla togliendo alla drammaticità degli eventi.

Le frasi hanno una punteggiatura molto accurata. Per la precisione dell’impaginatura definirei Bruna un “poema dell’amore” prima che un romanzo.

L’uscita finale è esemplare.

Nell’ultimo capitolo c’è una narrazione sospesa, un insieme di “presenze” – affiora un oggetto, una grande scatola in radica, oggetto transizionale in tutta la storia – la valigia dei ricordi che appare e poi scompare. Un’atmosfera magica, un’accuratissima descrizione d’ambiente, una rappresentazione nitida della realtà e del sogno che ritorna realtà. Il linguaggio è teso a imprigionare le sensazioni. Le parole si fanno rarefatte fino al silenzio.

Nella tesi di laurea “Scrivere di sé” Paola Mellini afferma: “Decidere di scriversi vuol dire recuperare la tenacia, la voglia di viaggiare dentro e fuori del sé. Non tanto per cercare di individuare la meta finale, ma per dare voce a quei ricordi, a quei sogni, a quelle emozioni che hanno puntellato l’esistenza. Significa recuperare la gioia dell’esserci, del partecipare a un movimento cui possiamo dare una seppur piccola spinta direzionata. Forse scrivere di sé non è altro che questo: percepire e celebrare la vita come un bagaglio non come un fardello”.

Queste righe si adattano bene ad Annamaria Cielo, che vede nella vita l’elemento positivo, il tono dell’umanità piuttosto che l’elemento della disgregazione. Anche per questo punto di vista il libro Bruna vale molto ed è un’opera importante.

Recensione
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