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In Via degli incontri, Annamaria Cielo riprende alcuni simboli presenti nelle opere precedenti, presenti anche nel romanzo Microcircò.  Un simbolo di Annamaria Cielo è riportato all’inizio della raccolta poetica: “Ogni parola ha la sua ombra ed è finestra o porta muta”. La sua parola ha una capacità evocativa e complessa, ma segue l’andamento della vita e degli esseri viventi: l’uscire dall’ombra e il rientrare nell’ombra.

Pensiamo a tutto il discorso mitologico, alle ombre legate alla morte, ma anche all’ombra come riscontro reale della vita che ci accompagna nell’arco della giornata. C’è un primo movimento: Il sentiero. | Un fiore scarlatto | sulla cima della vita.

Un secondo movimento: Sotto l’albero della memoria | ho raccolto i fiori più belli | perché nella mia casa | siano i benvenuti | dopo un inverno di neve.

Un terzo movimento: Viaggiatore | sotto il sole, nel vento, nella pioggia. | Senza telai alle finestre.

L’uscita è nel quarto movimento: Com’è caldo un sorriso | quando si cerca luce | nei campi di nuvole, dove si concentrano anche le poesie in francese, nate spontaneamente in questa lingua.

Uso alcune note consegnatemi dall’autrice, note non presenti nel libro, utili per capirne la struttura: “A volte scrivendo ci si trova davanti e poi dentro a un labirinto dove si prova attrazione, piacere, ma senza capire. Allora, il lavoro paziente sui confini della parola per trasformarla in transito o finestra aperta verso altri possibili confini diventa un enigma. Per fortuna c’è il “sentire” compagno nel percorso dell’enigma che si formula e a volte si svela e ci svela. Il sentire è il cannocchiale dalla capacità di far avanzare o allontanare quello che succede… ma qualcosa non va a fuoco, pertanto s’incrociano e si mescolano varie sensazioni ed inquietudini. È nell’inquietudine che il mio linguaggio prende il corpo della natura o semplicemente, come dice lo scultore americano Simonds Charles: mi interesso alla terra e a me stesso, o al mio corpo e alla terra, a ogni genere di cose della natura. Questa Natura, che io chiamo “sentiero”, porta alla cima della vita per raccogliere un fiore scarlatto, cioè l’incontro capace di risanare le ferite”.

Guardando il percorso all’interno del libro, vi riporto indietro, proponendo alla vostra riflessione una poesia dell’autrice che risale al 1993, nel libro La tartaruga d’argilla: “Io non sono. | Io sono | le dieci persone | che mi porto nel cuore.“

Anche Via degli Incontri ha al suo centro una serie di “memoria affiorante”, in alcuni casi sono ombre che hanno lasciato la terra, ma che dentro l’autrice riacquistano la loro corporeità. La memoria diventa il contatto fisico, diventa l’odore, diventa il profumo, diventa la passione musicale del padre. In una poesia si racconta l’incontro con il poeta Giuseppe Mascotti durante la fase più dura della sua esistenza: il ricovero in ospedale. Tutte figure che diventano qualcosa di vero, qualcosa di reale.

Quindi l’intuizione di tanti anni fa, cioè all’inizio di una maturazione stilistica e decisa, ci riporta, oggi, alla concezione del mondo di Annamaria, meno legata ad alcune caratteristiche precipue della nostra cultura occidentale. L’autrice parte dalla natura limitata della nostra comprensione, vedendo anche attraverso il limite, il cancello, le aperture, le finestre, per poter attingere ai livelli di maggiore libertà, nella visione e nell’azione.

Senza ignorare la sofferenza che ciò comporta, senza dimenticare, senza rifiutare il peso negativo del dolore visto come condizione necessaria per andare verso una possibile libertà.

Non cita Gandhi, ma lo conosce e ne conosce la via alla pace, intesa, in primo luogo, come sapienza del cuore, quindi del sentimento, dell’emozione, della commozione, del “diventare gli altri”. Acquisizione estremamente importante questa di Annamaria Cielo e che dà, dal punto di vista della rappresentazione poetica, dei risultati interessanti e innovativi. C’è la cultura yoga, l’invito del pensiero indiano per cui la realtà è fondamentalmente illusione e l’illuminazione diventa una forzatura, quasi un perforare il velo dell’illusione stessa. Fino a una verità profonda del pensiero indiano, per cui non è sufficiente considerare noi stessi come il nostro vicino, ma “noi siamo il nostro vicino”, siamo una sola Umanità.

Intuizioni che potrebbero apparire mistiche, in realtà sono dei passaggi per trovare l’ombra della parola contro l’ombra negativa dell’esistenza al fine di aprire percorsi e strade anche nuove. Alcuni testi di Annamaria Cielo hanno la caratteristica tipica dell’arte: sul piano della musica per quanto riguarda l’ascolto e il coinvolgimento sensoriale, sul piano dell’arte figurativa quando l’immagine ci prende e ci mette in un vortice particolare che attrae o dà distanza, differenza e, alcune volte, opposizione.

La poesia, assieme alle altre arti, concorre a strutturare in modo diverso la nostra percezione delle cose.

Talvolta succede che davanti ad un’opera d’arte ne usciamo trasformati: per esempio davanti all’Urlo di Munch non ne usciamo mai indenni perché condividiamo i significati più riposti di quell’immagine.

Davanti ad altro scopriamo invece la piacevolezza dell’esistere o del piacere nel suo termine più distillato… Così, nei momenti migliori, dove la riflessione è sempre presente, la poesia di Annamaria Cielo colpisce a fondo per il gioco delle sensazioni, per il gioco dei colori, per l’avvicinamento alla Natura ( ricorrendo anche a dei simboli). In alcuni momenti, può colpire l’Io molto presente, in altri l’Io compresso, condensato e trasformato, usando un procedimento intellettuale e artistico di tutto rilievo.

Recensione
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