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Il bigamo di Narni

Con un tonfo assordante il portone della cella si chiuse su si lui, il buio appiccicoso e maleodorante lo avvolse, il rimbombo cupo della chiave si dilatò nel suo cervello impazzito, dove una fiamma lo bruciava come i ferri che gli avevano arroventato il corpo. Non poté fare a meno di pensare al conte Ugolino, all'Inferno di Dante, alla Torre della Fame. Come lo avrebbero fatto morire? Domenico Ciabocchi, in quella sera del 14 aprile dell'anno di grazia 1726, Domenica delle Palme, chiuso in catene ormai da oltre un mese nell'angusta cella del convento domenicano di Santa Maria Maggiore, dalla quale lo tiravano fuori solo per gli interrogatori dell'Inquisizione, si sentiva ormai spossato, vinto, annientato. Non scorgeva alcuna speranza davanti a sé, non vedeva alternative a quel suo stato di sepolto vivo. Vivo? Sì. Ma fino a quando?

Aveva perso perfino la forza di gridare. Che cosa doveva gridare ancora? La rabbia contro l'ingiustizia? Il dolore delle torture? La sua inutile ribellione alle leggi? Aveva già gridato, vedendo attorno a sé solo sguardi indignati e crudeli. E ora anche l'ultima pugnalata: Susanna è morta. Anche lei prigioniera nel convento delle monache, a poca distanza da lui, chissà in quale gorgo di paura. E chissà se era vero, poi! Si poteva credere a quello che diceva l'Inquisizione? Susanna dai lunghi capelli neri e dagli occhi tenebrosi, Susanna la spagnola – come la chiamavano a causa di un nonno che da lì era venuto – Susanna che lo aveva fatto innamorare al primo sguardo, solo a vederla mentre con una corda tirava su la brocca da una delle tante cisterne cittadine. Tornava dallo studio del notaio Paolucci, dove esercitava la funzione di scrivano e assistente, verso la casa dove viveva ormai da quindici anni con Ermelinda, sua moglie. A forza di percorrere il medesimo tragitto guardando solo le pietre del selciato si era dimenticato che esisteva la vita, a forza di vedere libri e documenti d'archivio e, in alternativa, la faccia da badile di Ermelinda, si era perfino scordato di essere al mondo. La vecchia usuraia! Così la chiamavano a Narni, anche se vecchia proprio non era, ma prestava a interesse da così tanto tempo da essere diventata un'istituzione nella piccola città. Parlava solo di danaro, non le aveva mai sentito fare altri discorsi, e diventava sempre più ricca. Ma non le bastava. Voleva esserlo ancora di più, a costo di rovinare la gente. Perfino a letto parlava solo di baiocchi, di quanti ne doveva riscuotere e a quale tasso, tanto che lui, ormai da anni, si era dispensato dall'incombenza. Alla domenica quando usciva per andare a messa nel duomo di San Giovenale si pavoneggiava per la piazza, vestita come una regina e indorata come un'icona: lungo strascico di broccato, grosse perle al collo e agli orecchi, un anello per dito, perfino il diadema. E con che alterigia assisteva alla funzione pubblica sotto gli sguardi rassegnati di tutti i santi narnesi! San Giovenale, San Cassio, Santa Fausta, Santa Lucia…e poi la cappella del Cardinale Sacripante, tutti parevano ammetterla nel loro illustre consesso.

E chi la conosceva all'inizio? – chiese, bisbigliando da solo, rivolto al nulla – Sapevo io chi era? Arrivato da Fabriano, dovevo solo passare un periodo a Narni per riordinare i documenti notarili e costruire una biblioteca prima che quei pochi libri se li mangiassero i topi. Sapevo io che avrei sposato un'usuraia? La vedevo, anzi, come una donna benestante con cui sistemarmi: e poi a quei tempi non era così. Mi aveva fatto comodo, è vero. Non avevo né arte né parte, io, nessuno al mondo, tutti morti nel giro di pochi anni, – genitori, fratelli, cugini – quasi tutti lavoratori di cartiera, qualcuno stampatore in proprio dalle ridicole ambizioni. Solo io archivista e bibliotecario. Il letterato della famiglia! Com'erano orgogliosi, poveretti. E se mi vedessero adesso? Gli prese un attacco di singhiozzi convulsi, senza lacrime, e sperò che passassero, lì nel buio freddo di quella specie di cantina, dal cui pavimento esalava un'umidità maledetta che infradiciava il materasso pieno di cimici. Si sentì dolere il petto per lo sconquasso di quei singhiozzi.

"Domé!" disse ad un tratto una voce fioca che proveniva dall'alto. Alzò lo sguardo nelle tenebre, ma non vide nessuno. Sentì solo la voce di Giantò, il carceriere, che gli chiese se voleva qualcosa da bere e, alla sua risposta affermativa, si diede ad armeggiare con l'inferriata. Anche nella più totale oscurità quell'uomo, come un gatto, sapeva dove mettere le zampe. La finestra quadrata collocata in alto sulla parete, lungo il soffitto della cella, ma da fuori situata a livello di terra, sembrava un lungo passaggio inclinato nel largo spessore del muro, come uno di quei condotti idrici costruiti dai Romani. Giantò aprì la grata di ferro, chiusa all'esterno da un lucchetto, e gli allungò, anzi gli fece scivolare giù, una fiaschetta che il prigioniero prese quasi al volo alzando nel buio le mani incatenate. L'assaggiò e solo in quel momento si rese conto di aver sete e che dentro c'era sì acqua, ma mista a vino, cosa proibita nella sua situazione. "Grazie Giantò!" mormorò Domenico. "Di niente" rispose il carceriere e subito richiuse l'inferriata, vi mise il lucchetto, lo scosse per verificarne la tenuta, si alzò da ginocchioni e si incamminò strascicando i piedi attraverso l'orto dei Domenicani. Tutto ciò nel buio più fitto. Era uno strano uomo, quel Giuseppe Antonio Natili, noto a tutti come Giantò. Fisico segaligno, età imprecisata, sapeva rimanere impassibile davanti alle torture più efferate a cui assisteva, ma rivelava inattesi guizzi di umanità quando i reverendi padri non vedevano e l'Inquisitore era assente. Allora era perfino capace di portare da mangiare qualcosa di decente, sennò era il solito riso stracotto e con i vermi, preparato una volta sola per tutta la settimana che già, specialmente d'estate, aveva fatto morire parecchi detenuti fra atroci dolori di ventre. Svuotò rapidamente tutto il contenuto della fiasca, poi si diresse verso il pitale che esalava i suoi miasmi nell'angolo opposto a quello della finestra. Doveva convivere con i suoi stessi escrementi che venivano rimossi solo una volta ogni tre giorni. Anche quello era un sistema per annientare un uomo. Certo l'Inquisizione non lasciava niente di intentato: paura, dolore, freddo, fame, sporcizia, abbrutimento.

E adesso che cosa faranno? – e Domenico esausto si stese sul pagliericcio pronto a darsi in pasto alle cimici – L'ho fatta troppo grossa oggi in chiesa! Si aspettavano la pubblica ratifica della confessione estorta con le tenaglie e gli spilli sotto le unghie. La procedura vuole così. L'imputato deve confermare la confessione entro le 48 ore. E io invece? Ho fatto vedere le mie piaghe a tutto il popolo di Narni riunito per la messa della Domenica delle Palme, sperando che reagissero, mi aiutassero, vedessero fino a che punto si distrugge un uomo. Credevo che avrebbero protestato. Invece niente! Niente! Indifferenti a tutto. Non gliene importa un fico secco di me. Eppure domani potrebbe accadere anche a loro. Non ero mica l'unico, io! Ma ho avuto il coraggio di agire apertamente, di andare a vivere con la donna che amavo lasciando mia moglie che non amavo più, anzi che non avevo amato mai. Loro le fanno di nascosto queste cose, le fanno anche loro, ma non si deve sapere in giro, anche se poi ne parlano – e ne ridono – tutti. Bigamia, hanno detto. Non è bigamia visto che ho lasciato Ermelinda! Loro sono i bigami, loro, che si tengono la moglie e anche l'amante, anzi più di una, come i turchi. Io non sono bigamo! Quante volte l'ho detto? Ma chi mi ha creduto? Già questa è un'infamia. E poi il resto. La puntigliosità di trasformare l'accusa di bigamia in stregoneria e la stregoneria in eresia! Eretico! Come Calvino, come Lutero, come Giovanni da Leida. Come se fossi andato a predicare teorie religiose inaccettabili per la Chiesa. Ma chi si è mai sognato di predicare teorie religiose di qualsiasi tipo? E poi il libro.... Stava da decenni nello studio, forse ce l’aveva lasciato il precedente notaio che aveva la passione dei libri proibiti, ma per il fatto di averlo trovato dove lavoro hanno detto che era mio e che era un testo eretico: La Clavicula Salomonis. L'ho trovato e l'ho letto, gli ho detto. E allora? Non per questo lo approvavo. Volevo solo sapere che cosa c'era scritto... Quattro scemenze, in fondo! E' ben più pericoloso per loro il mio caro Locke, con i suoi fondamenti razionali del cristianesimo, il diritto di natura e la tolleranza. E ora? E ora?

Ora nulla, solo aspettare la morte. Dopo la ritrattazione coram populo, nella chiesa di Santa Maria Maggiore, lo avrebbero interrogato di nuovo. Anzi era strano che non l'avessero già fatto. Lo avevano riportato giù, attraverso una stretta e buia scala a chiocciola, fino ai locali sotterranei dove l'Inquisizione indagava, lo avevano lasciato nella camera della tortura, che loro definivano "degli interrogatori". Otto ore in piedi, da solo, ad aspettare accanto al tavolaccio dove la vittima – cioè loro dicevano "l'interrogato" – veniva legata e tirata per mani e piedi da robuste corde fino a spezzare tutte le ossa. Otto ore di paura, tremando ad ogni rumore, guardando quel tavolo e i suoi argani, la ruota, la corda che pendeva dalla volta in mattoni, attaccata a un gancio, dove veniva appeso il malcapitato e tirato su, lasciandolo sospeso per ore prima di toglierlo, ormai agonizzante per asfissia come un povero Cristo, sì, proprio come il povero Cristo che a loro, evidentemente, non è riuscito a insegnare nulla. Anche quella sosta incruenta nella stanza delle torture, dove nessuno gli aveva torto un capello, faceva parte della loro strategia del terrore, escogitata con sottile malizia: otto ore in attesa dell'aguzzino che poi non arriva, anche questo ti scava dentro e ti riduce a uno spregevole essere implorante, disposto a tutto pur di evitare il dolore. Invece l'avevano rimesso in cella che era già notte. E ora? E ora?

Ora lo aspettava un altro interrogatorio, lo sapeva, quello che gli avrebbe fatto sputare sangue e paura, oltre alla confessione che volevano. Ciò che aveva subito finora non era stato nulla: solo i tormenti nella carne, in fondo, non quelli delle ossa. Ma lui non avrebbe potuto resistere al tavolaccio e ai suoi argani e dopo aver ritrattato la confessione avrebbe di certo ritrattato anche la ritrattazione. Poi, firmato il verbale, sempre che avesse ancora le mani intere per firmare, ci sarebbe stata la sentenza. Ma mi preoccupo per la firma? – borbottò quasi sghignazzando – Tanto se le ossa sono rotte firmano loro, tenendoti le dita spezzate insieme alla penna, basta uno sgraffio di calamo e hai firmato, sottoscritto, approvato. Sono ben altre le preoccupazioni. Susanna! In mezzo a questa paura che mi mangia vivo rischio di dimenticarla. Susanna che non mi voleva quando di notte andavo a bussare alla sua porta. Già, il marito dell'usuraia che aveva rovinato il suo vecchio marito! Aveva paura di me. Messer Alfonso lo avevano trovato stecchito giù del ponte, non si sa se per disgrazia o per suicidio a causa dei debiti con Ermelinda. E lei vedova a ventitré anni, di un marito di dieci anni più vecchio di suo padre!

Non mi voleva, no. Potevo darle quello che non aveva mai avuto, né conosciuto, forse neppure immaginato, eppure aveva paura solo a guardarmi. Dovevo avere una faccia da pazzo, infatti. Ma io mi sono innamorato all'istante e l'ho seguita fino a casa sua, in un vicolo angusto con le scale, vicino alla chiesa di S.Maria Impènsole e poi sono tornato, una, due, tre volte, di notte, bussando e supplicando, stando per ore seduto sul gradino della sua porta. Di giorno lavoravo dal notaio. Confezionavo fascicoli di documenti usando come copertina le cartelle del lotto – che papa Orsini ha abolito perché non è serio – scrivendoci sopra sempre la stessa litania: “Illustrissimo domino viceregente Narnie, illustrissimo et reverendissimo domino episcopo”. E dentro assurde pergamene di pronotari e arcivescovi, tutte legate. Ma la notte, smaniando come un ossesso, la passavo seduto sul gradino di Susanna. Lei fingeva di ignorarmi. "Ma non capisci, ti amo!" le ho detto una notte. Così alla fine aprì. Lei aprì. "So già che per tutto il resto della mia vita mi pentirò di avere aperto questa porta" mi disse, vestita solo della camicia, i capelli sciolti, il lume in mano. E io senza rispondere l'abbracciai. Ma nemmeno io avevo mai conosciuto, né immaginato, una dolcezza come la sua. Forse nelle sue ultime ore di vita avrà maledetto quel momento.

Dopo un paio di mesi me ne sono andato dalla casa di Ermelinda, alla quale del resto non importava niente: mi chiese solo i baiocchi dell'affitto, visto che avevo abitato da lei. Glieli diedi. Da parte sua non mi aspettavo altro. Credevo solo di sfidare la morale, i dogmi, il buonsenso comune, per una scelta che era solo mia. Ero convinto del diritto naturale. Del resto a me e a Susanna che ce ne importava? Ci scansavano solo a vederci. E allora? Tanto, eravamo felici lo stesso. Alla sera quando tornavo a casa lei mi aspettava sulla porta, mi correva incontro e mi abbracciava stretto. Sognavamo di andarcene da qualche altra parte. A Fabriano per esempio, magari a lavorare in cartiera, o in qualche altro posto dove non ci conoscevano e ci sono le stamperie importanti, quelle che stampano in tricromia, che so a Venezia o a Firenze. Però era inverno, lei aspettava il bambino e non volevo che si affaticasse. Perché non ci siamo messi in viaggio lo stesso? Questo è stato il mio grande errore! Intanto Ermelinda, per il discredito pubblico in cui si è trovata, con nessuno che le voleva più pagare i baiocchi dovuti, è andata dallo zio domenicano e ci ha fregati. Bigamia, stregoneria, eresia! Eresia vuol dire una sola cosa: morte. Il notaio all’inizio ha tentato di difendermi dicendo che la bigamia era di foro misto e l’eresia non era provata, ma qui fanno quello che vogliono, tanto non li controlla nessuno. Hanno montato tutte queste accuse con accanimento malevolo, chissà mai perché, e adesso…E adesso? Hanno detto che Susanna non c'è più. Devo crederci? E il bambino? Che ne è stato del bambino?

Il sonno lo colse mentre parlava da solo e si addormentò seduto sul pagliericcio con la schiena al muro. Si risvegliò sudato che era ancora buio, eppure aveva freddo. La luce grigiastra dell'alba cominciò a delineare i contorni delle cose. Si rannicchiò sul pagliericcio stringendosi nella giacca pesante che tuttavia non riusciva a scaldarlo. Sentiva mani e piedi intirizziti e la schiena bagnata di una guazza glaciale. Non riuscì più a dormire, ma trovò strano di esserci riuscito. Come fare a sapere? Sapere di Susanna, del bambino, della propria sorte. Anche negare la conoscenza della verità è una forma di tortura per condurre un uomo nell'abisso della disperazione. “Giantò, certo, devo far parlare Giantò, quando viene per portarmi il cibo o cambiare il pitale, sempre che arrivi”. Si aspettava di tutto ormai, anche la fine del conte Ugolino. Ma Giantò si fece vedere che il sole era già alto.

"E' vero che Susannna è morta? Dimmi la verità!" gli chiese guardando in su. L'altro si era rannicchiato davanti alla grata che per lui era all'altezza dei piedi.

"Così dicono" rispose e aprì il lucchetto scegliendo la chiave dal mazzo che, con un anello, teneva appeso alla cintura.

"E mio figlio? Che fine ha fatto il bambino?" domandò senza più rabbia.

Giantò non rispose. Solo dopo un paio di sollecitazioni del prigioniero si azzardò a dire: "Il bambino è morto con lei. Era troppo presto perché nascesse".

Domenico stava per avere una crisi ma si trattenne, convinto che solo un comportamento quieto gli avrebbe consentito di far parlare quell'uomo bizzarro.

"E' stato per le torture che ha subito? Per i maltrattamenti e gli stenti, vero? O è stata una malattia? Dimmi la verità, Giantò!"

"Non lo so, davvero. Era nel convento delle monache, qua di fronte. E' successo, Domé, è successo e basta. Pare che li abbiano già seppelliti. E' andata così. Tra poco toccherà a te, quindi non hai da preoccuparti più di tanto" e il carceriere si rialzò in piedi per prendere il piatto del rancio che aveva l'abitudine di passare dalla finestra, invece di andare ad aprire la porta della cella attraversando la stanza degli interrogatori. Forse non gli andava di vedere quella stanza più del necessario, forse era più pratico passare un piatto da un pertugio piuttosto che fare il giro, comunque così faceva Giantò. Si distese a terra, a pancia in giù porgendo il piatto e la brocca a Domenico che si alzò in punta dei piedi in uno sferragliare di catene. Guardò dentro: solito riso verminoso e acqua putrida da bere.

"Giantò, non te andare!" lo pregò, mentre chiudeva la grata con il lucchetto.

"Che vuoi?"

"Credi che mi interrogheranno ancora? E mi tortureranno?"

"Per forza, Domé! Hai ritrattato, quindi ti tocca. Ma non ora, visto che siamo in settimana santa. Dopo Pasqua. Quindi hai una settimana di calma in cui nessuno penserà a te. Se vuoi un consiglio, comunque, riconfessa subito e firma. Almeno eviterai una brutta morte" spiegò pacato il carceriere.

"Ma mi condanneranno lo stesso!" obiettò il prigioniero.

"Sì, ma almeno ti impiccheranno per benino e tutto intero fino a cinque minuti prima. Ti porteranno a Terni due giorni avanti e ti faranno divertire fino all'ultimo: roba buona da mangiare, vino corposo e forte, magari qualche bella puttana per l'ultima nottata, mentre il padre guardiano fa finta di non vedere. Senti a me. Ti conviene. Pensaci, Domé!".

E conclusa la sua saggia predica Giantò si mise in piedi e si avviò.

La morte è sempre brutta – rifletté Domenico – Non c'è differenza se comunque si deve morire. Certo che risparmiarsi un po' di patimenti è desiderabile, se non addirittura intelligente. I Domenicani erano impegnati nella liturgia della Settimana Santa e quella tregua gli avrebbe permesso di pensare se accettare o meno i consigli di Giantò. Guardò i muri della cella percorsi dai graffiti di tutti coloro che lo avevano preceduto là dentro: li conosceva a memoria ormai. Segnavano i giorni, e talvolta anche le ore, che altri sventurati come lui avevano trascorso in quella cantina dalle mura spesse e impenetrabili. Ogni tanto i frati mandavano qualcuno a intonacare le pareti perché non si vedessero quelle testimonianze d'orrore, implacabili atti d'accusa che forse un giorno qualcuno avrebbe letto, e capito, e valutato finalmente. Incidere qualcosa su quei muri voleva dire lasciare ricordo di sé, anche se per poco, dato che la successiva copertura l'avrebbe occultato. Ma qualcuno avrebbe visto e riferito, se non altro i muratori chiamati a eseguire quello spregevole lavoro. In ogni caso avrebbero visto i detenuti, quelli che non ne sarebbero usciti vivi. Anzi, quel grattare i muri lasciandovi scritti il proprio nome, l'anno, il numero dei giorni trascorsi lì dentro, era quasi un modo per consolarsi l'uno con l'altro pur senza conoscersi, formando una catena del dolore nella quale tutti si sentivano partecipi. Prese un anello della sua intanto, più ruvido degli altri e vagamente appuntito, e con quello cominciò a grattare: ecco un modo per passare quella settimana, in attesa della fine. Sulla parete accanto alla finestrella non c'era più posto, dato che era il punto più luminoso, anzi meno buio, della stanza. Ma sul lato opposto c'era ancora spazio e la luce, benché fioca, permetteva di vedere qualcosa. Trascorse il resto della giornata a grattare su quel muro, o meglio sul suo intonaco marcio. Verso sera sentì cantare i Vespri dei frati e smise, anche perché gli faceva male la mano. Solo allora si accorse di non aver mangiato nulla e si diresse, barcollando nell'oscurità, verso la ciotola. Il cibo era disgustoso, ma lo finì in breve tempo. Meglio mangiare al buio, così non si vedevano i vermi che sguazzavano in mezzo al riso, o meglio in mezzo a quel pastone colloso che una volta doveva essere stato riso. Incidere il muro lo aveva stancato e non aveva più la forza di muoversi. Gli dolevano i muscoli come se avesse fatto chissà che lavoro fisico. Meglio – brontolò – così mi passo questa settimana di m…Ma si morse la lingua ricordando che era la settimana della morte di Nostro Signore. Stando lì finiva per diventare anche bestemmiatore, cosa che aveva sempre aborrito! No, anzi…Signore aiutami, mi sento tanto solo. E si addormentò.

Il nuovo giorno gli rivelò lo stato del suo graffito. Doveva inciderlo più profondamente, non si vedeva quasi nulla. Sulle onde del mare pareva galleggiare il suo nome: Domenico Ciabocchi scritto per esteso. Sopra vi era una nave con le vele triangolari spiegate, sulla cui prua si leggeva il nome "Libertas" e verso la cui poppa soffiava dalle nuvole un vento impetuoso. Decise anche di rappresentarvi il sole davanti. Una nave che veleggia verso occidente! – declamò – Potrebbe andare in Spagna da dove veniva il nonno di Susanna. Avremmo potuto prenderla con nostro figlio, che aveva anche lui sangue spagnolo. Già. E in Spagna che avremmo fatto? E se avessimo incontrato ancora l'Inquisizione? No, bisogna andare dove quella non c'è per starsene tranquilli. In qualche paese eretico! Forse si vive meglio con loro. Pare che in Inghilterra brucino i cattolici, invece. E se uno dall’Italia va lì, che gli fanno? Se poi scoprono che viene dallo Stato della Chiesa, peggio. Si divertì a sognare dove avrebbe potuto approdare la sua "Libertas" dalle vele spiegate: in America, solo lì si poteva campare in pace. Era una colonia inglese ma con l'oceano in mezzo. Niente inquisizione, niente persecuzioni religiose. E se poi uno non voleva stare nella colonia inglese poco male, poteva andare in quella francese e lui la parlava quella lingua. Ecco, lì avrebbe potuto portare Susanna e il bambino: in Louisiana. Ma sono morti – ricordò – morti e sepolti, entrambi, e non avrebbe mai saputo che cosa glieli aveva portati via. Così graffiò ancora quel muro, abbozzando sulla prua della nave la figura di una donna con un bambino in braccio che guardava verso il sole occidentale. Non si accorse neanche che il sole stava tramontando per davvero e che quel passatempo lo aveva occupato per tutto il giorno. Anzi, Giantò non si era fatto vedere e la fame improvvisamente cominciò a tormentarlo. Ma forse gli avevano dato precise disposizioni in proposito: bisognava digiunare nella Settimana Santa, più che in Quaresima quando già si stringeva la cinghia, bisognava soffrire, espiare; e dovevano farlo soprattutto quelli che già mangiavano poco.

Sentì nel buio lo scalpiccio dei passi del carceriere e il tintinnare delle chiavi appese alla cintura. Ormai si regolava con i rumori, anche quelli impercettibili.

"Sei qui Giantò? Credevo che mi avessi dimenticato!"

"Ho avuto da fare, Domé. Ma tu hai pensato a quello che t'ho detto?" e le chiavi girarono nella serratura del lucchetto.

"Sì, ci ho pensato tutto il giorno. Farò come dici tu. Almeno soffro una volta sola ed è finita. Che mi porti?"

"Ti ho lasciato a digiuno tutto il giorno ma stasera ti porto pane e formaggio, due mele e un po' di vino" bisbigliò il carceriere con tono complice.

"Come mai questa gentilezza?"

"Per premiarti della tua decisione. Sapevo che l'avresti presa. Sei un uomo intelligente, di cultura, tu. Non puoi essere tanto scemo da farti rompere tutto e poi morire lo stesso! Tieni, Domé. E buon appetito".

"A domani Giantò!" rispose il detenuto.

"Domani ti porto il pranzo" promise Giantò, la voce già lontana.

Era buono pane e formaggio con il vino schietto e poi c'era anche una brocca d'acqua fresca: finalmente il gusto di sapori normali, non di cose che avevano lo stesso odore del pitale e del pagliericcio umido e pieno di cimici. Ormai era fatta, allora! Lo stavano trattando umanamente. Forse dietro la generosità di Giantò c'era un ordine preciso, forse l’Inquisitore sapeva che lui si stava dimostrando più arrendevole. Passato il lunedì dell'Angelo, magari già martedì, avrebbe firmato di suo pugno una confessione completa e la sentenza sarebbe stata eseguita di lì a poco. Quanto gli restava da vivere? Era martedì sera. Almeno otto giorni, se non di più.

Mi portassero un lume – mormorò – almeno potrei leggere, almeno potrei scrivere! No, quello non me lo concederebbero mai! Potrei raccontare tutto e loro che figura ci farebbero? Ma almeno la lettura di un libro per passare il tempo! Una settimana è lunga senza far niente, specialmente sapendo che dopo di tempo non ce n'è più. Che si fa nell'ultima settimana di vita? C'è solo il pensiero, il ricordo, questo martellamento continuo di immagini, di facce, di frasi. E' simile alle torture dell'Inquisizione, anzi forse l'hanno scatenato proprio loro che sono così raffinati nell'infliggere sofferenza. Bisogna abbandonare le memorie, dicono, e lanciarsi già nella dimensione dell'eterno, dove ognuno troverà il suo giusto posto, come i pianeti e le stelle. Ma se anche lì hanno voluto sentenziare perché Dio non ha fatto il mondo come volevano loro, con la terra ferma in mezzo e tutto il resto a girarle attorno. Invece Dio l'ha fatto diverso. No è sbagliato! Eresia! Ancora un po' e dicevano che s'era sbagliato il Creatore!

Qui gli scappò una risata. Forse sto diventando matto – continuò a voce alta – mi metto a ridere in una situazione come questa. E se ritrattassi come Galileo? Già. Ma non è quella l'accusa. La mia colpa è di essermi sentito libero di sposarmi un'altra volta con mia moglie viva. Avrei dovuto farla uccidere e poi ereditare. Così sarei stato considerato perfino un uomo perbene! Magari un altro salto giù dal ponte, come messer Alfonso. Forse qualcuno l'ha anche fatto, perfino in questa stessa città e nessuno ne sa niente. Perché è questo il segreto, l'ho capito finalmente: agire in modo che nessuno sappia mai niente. Questo avrei dovuto fare, come un congiurato. Prendermi Susanna e farci l'amore a sazietà, vivere con Ermelinda, trovare un sicario che l'ammazzasse, piangere al suo funerale, ereditare il suo sostanzioso peculio, far passare il periodo di lutto regolamentare, risposarmi con Susanna, adottare suo figlio che poi era il mio, infine prendermi un'altra amante, magari più giovane, e ricominciare tutto daccapo. Questo fa un uomo onesto! E' qui che ho mancato e per questo devo morire. Ma perché non capisco mai come ci si deve comportare? Hanno ragione, hanno: l'inquisizione, i Domenicani, i narnesi, Ermelinda, lo zio frate. E giù ancora risate. Forse era il vino forte di Giantò, forse il pensiero di non aver più niente da sperare, ma Domenico si addormentò euforico quella sera.

Fu diverso il risveglio: la testa gli pulsava, le ossa gli facevano male, la debolezza lo schiantava. Forse ho la febbre –concluse – forse muoio prima di firmare la ritrattazione della ritrattazione. Sai che smacco per i Santi Inquisitori? Cosa mi farebbero? Seppellimento in terra sconsacrata o rogo del cadavere? Mah! Il suo graffito gli apparve ancora sul muro, ma non era soddisfatto. Manca la destinazione di quel viaggio che potrebbe anche essere l'ultimo. Si trascinò verso il muro, grattò con fatica usando l'anello appuntito della catena e scrisse il nome della terra verso la quale viaggiava la nave: "Hesperia" la terra della sera, dell'occidente, forse della morte. Tornò spossato al pagliericcio puzzolente. Si sentiva la febbre, brividi e stanchezza lo pervadevano, ma dormì un poco in piena luce. Si risvegliò con un gran caldo, ma ancora più stanco. Provò a sollevare un braccio e non ci riuscì, forse per il peso della lunga catena che gli univa i polsi, stretti da un bracciale in ferro: non si era mai accorto di quanto tutto ciò pesasse.

Arrivò l'ora di pranzo e sentì avvicinarsi il passo di Giantò. Il carceriere si chinò, aprì il lucchetto con la chiave, poi spalancò la grata e guardò dentro.

"Domé, ti ho portato altra roba buona: minestra e uova. Prendila su".

Ma il prigioniero non si mosse limitandosi a guardare in su con un leggero sorriso rassegnato. "Avanti, alzati e prendila. Vuoi saltare il pasto?".

Domenico si sollevò a stento barcollando e si portò sotto la finestra, ma le mani appesantite dalla catena rifiutarono di alzarsi e si fermarono a metà strada.

"Non ce la faccio Giantò. Vieni più giù" disse annaspando.

Il carceriere si sporse dentro tenendo con entrambe le mani un largo piatto dentro il quale stavano una ciotola di minestra, un piattino con uova sode e frutta, perfino un bicchiere. Ma Domenico Ciabocchi davvero non ce la faceva e Giantò, per aiutarlo, scivolò ancora con gran parte del corpo lungo il passaggio nel muro tenendo le gambe fuori della finestrella, e nel far questo le chiavi fissate alla cintura si capovolsero tintinnando.

A quel lieve rumore Domenico ebbe un sussulto. All'improvviso, come per miracolo o per stregoneria, sentì tutte le forze ritornare in lui, pensò in un baleno alla nave "Libertas" e a Susanna, guardò quel mazzo di chiavi penzolante dove si trovavano di certo anche quelle delle sue catene. In un attimo, senza neanche pensare a quello che stava facendo, con mossa fulminea, come una belva famelica che si lancia sulla preda, agguantò il collo del carceriere con le catene, e strinse con tutte le sue forze, tirandolo giù con tutto il corpo. Divenuto paonazzo, con gli occhi fuori delle orbite, Giantò non ebbe neanche il fiato di urlare, cercò con le mani di allentare quella morsa, scalciò disperatamente, ma Domenico gli saltò sopra, sempre stringendo con ferocia la catena e pensando, chissà perché, alle perle sul collo grassoccio di Ermelinda, così orgogliosamente sfoggiate di fronte a tutta Narni. Poi, visto che Giantò non sembrava disposto a cedere, si alzò con un balzo, lo sollevò come fosse un mucchio di stracci e cominciò a sbattergli con violenza la testa sul muro, più volte, sempre più forte, con rabbia cieca, finché vide il sangue schizzare e, alla fine, l'uomo immobile. Allora si mise a provare le chiavi sulle catene fino a trovare quelle giuste, le aprì, se le tolse. Poi, senza degnare di uno sguardo colui che aveva ucciso, con un salto felino si introdusse nell'apertura che portava fuori e nell'attraversarla di testa gli sembrò quasi di star nascendo un'altra volta, di uscire ancora dal grembo di sua madre verso la luce chiara di un mezzogiorno d'aprile azzurro e limpido.

Trovatosi nell'orto dei Domenicani saltò subito il muretto di cinta e si lasciò scivolare per l'alta scarpata che portava giù a valle, ripida e cosparsa di alberi e rovi. Si impigliò, cadde, si appese ai tronchi esili delle acacie, si graffiò le mani sui cespugli, ma alla fine arrivò sulla strada sottostante. Quanto tempo ci avrebbero messo a scoprire la sua fuga? La strada portava a Terni, ma lui si diresse dalla parte opposta. Fatti pochi passi avvertì un rumore di ruote alle sue spalle e vide avvicinarsi in una scia di polvere un carro tirato da due cavalli. Lo fermò.

"Dove vai?".

"A Orte".

"Mi ci porti?".

"Sali!".

Si accomodò a cassetta insieme al conducente. Si sentiva svuotato, la testa all'improvviso sgombra di pensieri, ma il corpo straordinariamente forte, come se tutte le sensazioni provate fino allora si fossero capovolte. L'altro lo scrutò a lungo, poi disse: "Non so chi sei e neanche da che scappi. Non mi interessa. Ma a Orte tu scendi prima del paese!".

"D'accordo!" convenne Domenico. E così fu.

Da Orte si diresse a piedi verso il mare, anche se non sapeva come arrivarci. Un solo pensiero lo dominava: Civitavecchia. Lì avrebbe trovato una nave. Sì, ma come pagarsi un passaggio per mare? Avrebbe dovuto rubare per procurarsi i baiocchi necessari. Stranamente questo pensiero non gli fece paura, come se non lo riguardasse più. Avrebbe cercato qualche ricco viaggiatore da alleggerire e poi si sarebbe imbarcato verso la Francia e dopo, forse, per l'America, sì l'America, l'Hesperia del suo graffito.

Fu solo dopo parecchi chilometri, alla fine di quella mirabolante giornata del 17 aprile 1726, mercoledì di Pasqua, che, nel guardare il sole al tramonto davanti a sé, Domenico Ciabocchi, bibliotecario e impiegato notarile, si ricordò di Giantò e di come lo avesse ucciso. Allora, nella solitudine della campagna presso Soriano del Cimino, improvvisamente si inginocchiò e, comprendendo che quel giorno, proprio il giorno della sua riconquistata libertà, era anche diventato un assassino, pianse a lungo, disperatamente. Poi, rivolto verso il sole rosso che indicava la via dell’occidente, gli gridò: "Ma che cosa mi aveva fatto quel pover'uomo?".

Necessaria postilla

La storia dell'evasione di Domenico Ciabocchi è venuta recentemente alla luce nell'archivio delle Riformanze Comunali di Narni, dove un resoconto in latino – rinvenuto da Bruno Enrico Subioli, recentemente scomparso – attesta in data 17 aprile 1726 la sua fuga "suadente diabolo" e la sua sparizione dopo l'assassinio di Giuseppe Antonio Natili carceriere. Tale interesse documentario è stato suscitato dalle ricerche compiute dagli speleologi narnesi i quali, a partire dagli anni '70, hanno esplorato e ritrovato i sotterranei dimenticati della chiesa e del convento di Santa Maria Maggiore dove si svolgevano i processi dell'Inquisizione, locali ora aperti al pubblico a cura dell'associazione Narnisotterranea. Qui si possono visitare la sala delle torture e la cella, interamente ricoperta di graffiti lasciati dai prigionieri nel periodo di detenzione, talvolta precedente all'esecuzione capitale. Nulla si sa di Domenico Ciabocchi dopo il giorno della sua fuga (attualmente molti Ciabocchi statunitensi vivono a New York e dintorni). La ricostruzione della sua vicenda personale e umana è frutto dell'invenzione della scrittrice, come lo è il suo graffito sul muro della cella. L'autrice ringrazia sentitamente l'associazione Narnisotterranea al completo, ma soprattutto il suo presidente Roberto Nini, per aver cortesemente fornito il materiale archivistico necessario a scrivere questo racconto il cui unico scopo, al di là di qualsiasi interpretazione ideologica, è quello di far conoscere la drammatica, straordinaria e finora ignota esperienza di Domenico Ciabocchi.

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