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In fondo al pozzo

Nell'estate del 1944, mentre eserciti di ogni nazionalità percorrevano la Toscana, i contadini terrorizzati cercavano soprattutto di non lasciare i cereali nei campi e gli animali senza cibo. Per questo molti non erano fuggiti; lo strazio di dover abbandonare il frutto di un anno di lavoro proprio al tempo del raccolto li aveva convinti a rimanere. Tra gli altri era restata la famiglia Marchi composta dal padre Eugenio, dalla madre Norina, dalla nonna Bice e dai quattro figli, tre femmine e un maschio Bruno, a quei tempi sedicenne. Anche a casa loro, una colonica in cima a una collina, assolata d'estate e ventosa d'inverno, vi era stato un gran discutere.

"Non ho niente da nascondere" aveva proclamato con orgoglio il capofamiglia, un solido quarantenne dalle incredibili capacità lavorative. Non era fascista, mai stato, aveva sempre lavorato duro, a mezzadria, in terre di proprietà di un ricco editore di Milano che ne possedeva a chilometri senza sapere di averle, senza conoscere neanche le facce di tutti i propri schiavi. Non era però neanche comunista, Eugenio, no, gli ripugnava proprio quell'ideologia, anche se per amicizia ne aveva aiutati alcuni a nascondersi nei tempi bui. Insomma, non aveva alleati ma nemmeno nemici e contava di rimanere sulla terra che l'aveva visto nascere, lui e suo padre prima di lui, a patteggiare le quote con l'avido sorvegliante che lo controllava, in nome del padrone lontano e irraggiungibile, o forse, più semplicemente, per il proprio tornaconto. "Non ho niente da nascondere, io. Ho sempre fatto il mio dovere e lavorato sodo. Ho la coscienza pulita" aveva ribadito a chi gli proponeva una fuga strategica, almeno fino a che non fosse passato il fronte e, con esso, quelle truppe coloniali inglesi e francesi di cui si raccontava il peggio. Così la famiglia Marchi fu l'unica a restare, mentre nella campagna deserta di uomini le messi biondeggiavano al sole. Tutte le mattine Eugenio guardava l'ampio panorama che gli si spalancava davanti, le torri della città lontana, l'orizzonte vasto e dorato mosso da basse colline sulle quali ondeggiavano al vento miliardi di spighe mature. Voleva mietere al più presto, a mano come si usava allora, con l'aiuto delle donne che avevano sempre lavorato quanto gli uomini, anche se con qualche mugugno.

Fu alla mattina del 16 giugno che Eugenio si accorse di qualcosa di strano che si muoveva nella polverosa stradina che tra, mille ghirigori, portava alla sua e a molte altre coloniche per ricongiungersi, dopo una dozzina di chilometri con la statale. Erano due puntini che arrancavano sotto il sole e procedevano di buon passo verso chissà quale meta. Visitatori, viandanti,? O forse fuggitivi, disertori, sbandati? Chissà. Eugenio rientrò in casa e avvertì le donne. "Non fate rumore. C'è gente!" raccomandò. Poi andò in cerca del figlio, ma presto dedusse che se ne era andato, senza dir nulla, come sempre. Bruno era testardo, buona razza, caparbio e per di più appassionato di caccia. Pur non avendo l'età né essendo quella la stagione, era capace di essere uscito all'alba a tirare, rifletté Eugenio, e andò di corsa in cima alla scala, dove, appesa alla parete del pianerottolo, stava la doppietta. Con sgomento si accorse che non c'era, ma non disse nulla alle donne per non allarmarle ulteriormente. Controllò nel cassetto dove teneva le cartucce e anche queste mancavano. Non c'erano nemmeno i pallettoni da cinghiale, che i cacciatori chiamavano "terzaiole" per via di quelle tre palline d'acciaio che si liberavano nel corpo della vittima.

Ecco, capito l'arcano! Il furfantello si era allontanato all'alba per cacciare e procurare un po' di carne per tutti, visto che capre e galline erano contate e tutta la famiglia doveva risponderne. D'altronde sparare con il fucile del padre – pensò Eugenio – è una delle marachelle più amate dai ragazzi e anche lui, ai suoi tempi, le aveva commesse. Certo però che Bruno aveva scelto il momento peggiore! E se quei due fossero stati tedeschi? Il ragazzo dimostrava di più dei suoi sedici anni e i tedeschi tiravano a qualunque maschio ne avesse compiuti diciotto. Come avrebbe fatto a far capire che era più giovane dell'età minima per la fucilazione germanica? Ma se fossero stati i cosiddetti "marocchini"? Quelli invece violentavano chiunque, femmina o maschio che fosse! E se Bruno li avesse incontrati? Forse, non immaginando dove volessero arrivare, avrebbe parlato con loro e poi… glielo avrebbero rovinato suo figlio. Eugenio non fece trasparire nulla di questi pensieri. Ordinò invece alle cinque donne di andare nella stalla e restarci, ferme, zitte e mute, che era meglio.

"Ma perché? Pensi che quei due potrebbero arrivare qui?" chiese Norina.

"No. Niente fa pensare che siamo qui. Ma è meglio così, per prudenza" e con uno sguardo eloquente fece capire alla moglie che non era opportuno approfondire di fronte alle ragazze: Angelica che aveva diciotto anni, Luisanna di tredici e soprattutto la piccola Dionisia di undici che in quel momento stava bevendo del latte di capra da una larga ciotola. A lei il padre si rivolse perentorio: "E tu sbrigati con quel latte!". La bambina ridendo si leccò un baffo bianco che il latte fresco di mungitura le aveva lasciato, poi corse a stampare un bel bacio sulla guancia ispida del genitore dicendogli: "E bravo il mio babbo!". "Sparisci briciola!" intimò il padre alzando un dito "e mi raccomando stai zitta, qualunque cosa succeda!". Così le donne della famiglia Marchi passarono nella stalla e lì si rintanarono, malgrado il caldo, vicino alle capre e alle due mucche. Eugenio, rimasto solo nella grande cucina si mise a sparecchiare, mettendo le ciotole nel lavello di marmo e la napoletana sul ripiano. Aspettava in silenzio gli eventi. Poi si sedette presso il grande tavolo di legno, davanti al largo camino annerito che d'inverno intiepidiva e affumicava le loro modeste cene al lume del carburo. Fuori un silenzio totale, non un alito di vento, non un richiamo di uccelli.

Fu in quel momento che entrarono: due facce brune, cotte dal sole africano, su cui sfavillavano occhi neri, senza fondo, acuti, di rapace. Erano due soldati delle truppe coloniali francesi, quelli che venivano chiamati "marocchini", ma erano spesso tunisini o algerini, oppure, se dell'esercito inglese, indiani e pakistani. Ma Eugenio non distingueva le divise e men che meno l'idioma, francese, inglese o altro che fosse. L'unica cosa che distinse, oltre agli occhi baluginanti e avidi, fu la risata beffarda e le intenzioni non benevole. Si alzò e con la mano fece cenno di accomodarsi. "Ci sono solo io qui!" spiegò indicandosi, "io e nessun altro". "Oro! Oro!" borbottò uno e Eugenio fece di no con il capo. "Argent!" incalzò l'altro e Eugenio rispose: "Né oro né argento, siamo povera gente". I due si guardarono e lo guardarono con un ghigno. "Femme!" disse uno e si toccò le parti basse. "Non ci s'hanno i gabinetti qui!" tentò di rispondere Eugenio fingendo di non capire, ma arrossendo. Uno dei due gli si parò davanti con il fucile, lo caricò e gli ripeté mettendoglielo sotto il naso: "Femme! Femme! Où sont les femmes?". Glielo urlò due, tre volte. "Sono solo qui. Vivo solo. Io solo, solo!". "Seul? Pas de femmes?" chiese quello rimasto sulla porta. Disse qualcosa all'altro che lo teneva sotto tiro e uscì. Eugenio sperò che non le trovasse, ma poi dalle urla selvagge e dal pianto delle ragazze capì. Ridendo sguaiatamente e urlando l'uomo all'esterno richiamò l'attenzione del compare, che lasciò per un momento l'uomo correndo sulla porta a vedere la preda. Eugenio decise di tentare il tutto per tutto e gli si scagliò contro. L'altro barcollò, Eugenio tentò di trascinarlo dentro per sottrarsi al tiro di quello che teneva a bada le donne, tentò di disarmarlo. Ma il soldato si riprese subito dalla sorpresa e con il calcio del fucile colpì sulla testa Eugenio, che stramazzò a terra. I due nordafricani fecero entrare le donne in casa e qui ridendo scelsero chi violentare.

Bruno stava rientrando a casa fischiettando, il fucile sulla spalla. Nel carniere a tracolla portava le sue vittime: tre pernici e cinque passerotti. Era soddisfatto dell'impresa e pronto a rintuzzare qualsiasi rimbrotto paterno: aveva pensato alla famiglia che pativa la fame per non poter toccare le bestie del padrone e per ubbidire a quelle altre bestie che avevano voluto la guerra. A cena si sarebbe mangiato di grasso! E il ragazzo, alto e ben formato già come un uomo, avanzava compiaciuto per la salita bordata di cipressi. Ma quando arrivò a qualche decina di metri da casa si fermò, impietrito. Nell'aia antistante un uomo aveva legato la piccola Dionisia con un cappio al collo al tronco di un leccio e mentre lei si divincolava, strozzandosi sempre di più, dopo averle alzato la gonna e strappato le mutande, inginocchiato davanti a lei stava calandosi giù i pantaloni, borbottando: "Bela babbina, bela babbina!". Bruno non ebbe esitazioni; al riparo dell'ultimo grosso cipresso del viale fece scivolare il fucile giù dalla spalla destra, tastò sul retro della sua cintura portacartucce, prese le munizioni da cinghiale, inserì con calma due pallettoni in canna, con freddezza prese la mira. Uno sparo echeggiò nella campagna deserta, un volo di uccelli si levò dagli alberi, l'uomo inginocchiato si piegò su se stesso e cadde in avanti, il cervello spappolato, a fianco della bambina, che in un attimo fu schizzata da brandelli di materia cerebrale e sangue. Dionisia non ebbe reazioni, anzi ammutolì, restò immobile. Bruno aveva capito da subito che dovevano essercene altri, altrimenti quello non avrebbe tentato di fare una così vile azione da solo. Si riparò meglio proprio mentre fischiò nell'aria una pallottola, sparata dall'interno della casa. Bruno riprese la mira da dietro il cipresso, ma l'altro sparava dallo stipite della porta aperta e c'era il rischio, mancandolo, di colpire qualcuno in casa. C'era però anche il pericolo di colpire Dionisia, che si trovava quasi tra i due fuochi, legata all'albero e solo parzialmente coperta dal cadavere. L'uomo alla porta sparò quattro o cinque colpi che scalfirono il cipresso, poi fu Angelica a intervenire. Saltò in groppa all'aggressore tempestandolo di pugni, subito imitata dalla madre, mentre Eugenio scattato in avanti afferrò il fucile dell'uomo che, ormai disarmato, visto il compare morto, cominciò a piagnucolare alzando le mani verso Bruno supplicando: "No sbara, amico mio, no sbara!". Il ragazzo mosse due passi verso di lui tenendogli sempre la doppietta puntata. "No sbara!" piangeva l'altro, il volto scuro rigato da lacrime. Bruno lo guardò per un istante lunghissimo, poi con lentezza prese la mira e un altro sparo echeggiò per tutta la vallata, seguito da un silenzio totale e poi da strida di uccelli spaventati. L'uomo si accasciò con la testa dilaniata.

"La bambina" urlò Eugenio e si precipitò verso Dionisia che tremava senza piangere sotto tutti i fiotti organici che l'avevano investita. La liberarono, ma per molte ore restò svanita, incapace di parlare, pallidissima. La madre la lavò e la cambiò, coccolandola e dicendole parole rassicuranti. Le sorelle si abbracciavano piangendo accanto alla nonna che, tirato fuori il rosario dalla tasca del grembiule, pregava sommessamente. Bruno guardava quei due cadaveri nell'aia, preoccupato. Chissà se ce n'erano altri! Chissà se il loro esercito li avrebbe cercati e che cosa avrebbe fatto scontare a tutti loro! Il padre parve leggergli dentro. Eugenio sanguinava ancora dalla testa, ma non aveva smesso di ragionare.

"Dobbiamo nasconderli!" disse rivolto al figlio. "Li seppelliamo? Ci vorrà tempo a scavare una fossa!" ribatté Bruno con fare già adulto.

"Non occorre. C'è sempre il vecchio pozzo, lì, sotto la piattaforma di legno" e il padre indicò, dietro la casa, proprio in cima al cocuzzolo, quel ripiano di tavole sotto le quali rimaneva un vecchio pozzo, largo e profondo, non più in uso da anni e perciò nascosto completamente dall'assito. Da quando avevano preso l'abitudine di far provvista d'acqua alla vicina fonte, – acqua buona, acqua del vivo –, non avevano più avuto bisogno di quella brodaglia del pozzo se non per occasioni particolari, come le pulizie di primavera o l'irrigazione di qualche campo, quando vi infilavano un lungo tubo pieno d'acqua e la mandavano giù per caduta. Ma questo non succedeva più di tre o quattro volte l'anno e per l'occasione Eugenio allontanava i ragazzi nel timore che vi cadessero dentro. Ecco il nascondiglio ideale! A buttarli lì dentro si faceva in un attimo. Così mentre Eugenio schiodava le assi, la madre e le sorelle grandi raccattarono delle grosse pietre che fecero rotolare fino al bordo del pozzo dove, trascinati i due corpi, ve li legarono con robuste corde. Poi quando furono ben zavorrati, i cadaveri furono spinti giù uno dopo l'altro tonfando nell'acqua. Le assi furono infine richiuse e la famiglia tutta si adoperò a cancellare ogni traccia dei due cosiddetti "marocchini", forse sbandati o disertori dell'esercito, comunque due soldati spariti nel nulla di cui sarebbe stato scritto, ad uso delle famiglie, solo un vago e frettoloso commento burocratico: "dispersi nel corso delle operazioni belliche".

Quando tutto fu compiuto e le prime ombre della sera si stesero sulle dolci colline bionde del grano che nessuno avrebbe colto e sfavillanti delle piccole luminarie di migliaia di lucciole, solo allora Eugenio riunì la famiglia nella camera di sopra dove dormivano le ragazze. Si sedette sul letto di Dionisia, che aveva ancora gli occhi sbarrati e una cera cadaverica, e continuando mentre parlava ad accarezzarla sui capelli spettinati, biondi come le messi, disse: "Nessuno dovrà mai sapere quello che è successo oggi. Dico è successo perché Bruno non ha fatto niente, ha solo salvato sua sorella dalla violenza e forse tutti noi dalla morte. Però se i militari lo sapranno e, anche dopo, se lo verrà a sapere la polizia, Bruno andrà in galera come un delinquente, accanto a gente che ha fatto cose come quella che volevano fare quei due. Quindi tutti noi dobbiamo giurare di non raccontare mai niente dei fatti di oggi, 16 giugno 1944. Capite cosa intendo?". Una serie di facce spaventate, nell'alone della lampada al carburo, annuirono. "Soprattutto te, mamma, non ti far prendere da scrupoli religiosi. Ci siamo difesi, ripeto, ci siamo difesi!".

"Posso pregare per loro?" chiese la vecchia Bice.

"Finché vuoi, nessuno te lo impedisce! Ma bada a non lasciarti sfuggire una sola parola. Questo vale per tutti! Oggi è stato come ieri, cioè un giorno in cui non è successo nulla, non si è visto nessuno. Bruno mi ha rubato il fucile, è andato a caccia e io l'ho rimproverato anche se poi sono stato contento delle tre pernici e dei cinque passerotti che ha preso. Giurate quindi di mantenere il segreto! Questo per ora, per domani e per tutti gli anni futuri, anche con i mariti, le mogli, i figli che avrete. Per sempre. Io per me lo giuro su Dio, sulla mia casa e sui miei figli!" disse Eugenio e posò la mano destra sul Vangelo che Dionisia teneva sul comodino. Sulla sua mano si posarono una dopo l'altra le destre degli altri che dissero tutti "lo giuro" e per ultima la manina di Dionisia che annuì in silenzio guardando il padre.

La vita riprese per la famiglia Marchi: altre truppe non se ne videro, la guerra finì, la strada sotto la collina cominciò ad essere affollata di camionette che passavano a tutta velocità lasciando nuvole di polvere a imbiancare i bordi della via. Qualcuno salì anche da loro per fraternizzare: erano soprattutto americani allegri e rumorosi, ma Eugenio si presentava sempre alla porta con il fucile, salvo poi abbandonarlo e accettare un dialogo, cortese ma senza entusiasmi, con i nuovi arrivati. Tornarono i vicini scappati, tornarono i comunisti che andarono a ringraziare la famiglia Marchi dell'aiuto prestato, tornarono, ma alla chetichella e chiudendosi subito in casa, anche i fascisti. E quando tutti ebbero ripreso le proprie abitudini arrivò una commissione militare a domandare se avevano visto delle truppe. Erano i soli ad essere rimasti in zona – spiegarono – e la loro testimonianza era importante. Quanti ne avevano visti? E di quale esercito? Avete visto Tedeschi? Americani? Marocchini? Tutti dissero di no. "Ci dispiace deludervi!" concluse ridendo il capofamiglia "ma per noi è come se la guerra non ci fosse nemmeno stata! Noi non s'è proprio visto nessuno!". Tornarono anche – ma nessuno li aveva rimpianti – i ricchi e lontani padroni. Vennero un giorno in visita: macchina con autista in divisa, neanche fosse un generale, compagnia del marchese del luogo che cortesemente mostrava loro ciò che ignoravano di possedere, scorta del sorvegliante che abitualmente disputava con i contadini fino all'ultima semente facendo loro pagare tutto, anche due o tre volte, e pretendendo sempre la metà di quanto prodotto. Ma neanche loro riuscirono ad impressionare la famiglia Marchi. Nel 1950 morì la nonna. Eugenio fece finta di andarle a cercare il prete richiesto, ma non glielo portò, in modo che non parlasse. La vecchia Bice andò quindi al Creatore portandosi dietro i peccati rimasti dall'ultima confessione di tre mesi prima: non un gran bagaglio, tutto sommato.

Bruno intanto aveva raggiunto i ventidue anni, Angelica stava per sposarsi, Norina aveva degli acciacchi. "Ma che ci stiamo a fare qui?" brontolava sempre Bruno "A farci mangiar vivi da quelle belve dei padroni e del sorvegliante? Babbo andiamocene! Tanto qui ormai prendiamo il quaranta per cento, non è nemmeno più mezzadria: è schiavitù!". Ma il pozzo e il suo contenuto costituivano sempre materia di disputa. Eugenio voleva restare più per quello che per qualsiasi altro motivo. Se qualcuno avesse ristrutturato la casa, per esempio, avrebbero forse trovato quei corpi. No, bisognava rimanere – sosteneva con foga – anche ai sempre più iniqui patti agrari che i latifondisti imponevano; restare per custodire il segreto. Invece Bruno voleva andarsene proprio per quello. Di notte spesso non dormiva pensando ai due cadaveri in fondo al pozzo; gli pareva di vederli nell'avanzata decomposizione, di sentire lo sciabordio delle acque infette sulle loro ossa spolpate, di annusarne il fetore dolciastro mescolato a quello muffito delle acque stagnanti. Si alzava talvolta nelle notti d'estate e camminava sopra l'assito scricchiolante fiutando l'aria e ascoltando eventuali rumori che venissero da sotto. Era Dionisia a raggiungerlo in quelle notti e a stringergli la mano al buio, in silenzio. Per questo Bruno voleva andarsene. Forse lontano da lì, in qualche appartamento moderno in paese o in città, si sarebbe sentito una persona normale, senza più pozzi nella testa. Tanto disse e tanto ridisse che alla fine la famiglia Marchi abbandonò il podere dove per generazioni, bene o male, era vissuta.

Bruno aveva trovato lavoro come meccanico d'auto, poi aprì un'officina per conto suo, poi trovò anche una fidanzata, Eva, compagna di scuola di Dionisia, una bella e intelligente ragazza di città che divenne in seguito sua moglie. Il fratello di Eva inoltre sposò Luisanna e tutti furono sistemati, tranne Dionisia che, pur piena di corteggiatori, non volle mai prendere marito. Cominciarono a nascere i figli e i vecchi ebbero la soddisfazione di avere dei nipoti, otto per l'esattezza, che diventarono anche la ragione di vita della zia nubile. Ma il pozzo continuava a incunearsi nella mente di Bruno con i suoi cadaveri insepolti e il giovane meccanico ritornava spesso con il pensiero a quel segreto di morte che chiunque avrebbe potuto casualmente scoprire. Era come se quel pozzo gli si scavasse sempre di più anche nella mente con il suo carico di orrore, come se dietro alla vita tranquilla, da onesto operaio specializzato senza problemi finanziari, si spalancasse un abisso sottile ma profondo come il cunicolo di un tarlo. Il pozzo dell'anima era purtroppo più sconvolgente di quello reale che continuava a esistere nel podere. Eva spesso guardava inquieta quel suo bel marito forte e gentile, ma dagli improvvisi silenzi, intuendo che qualcosa doveva roderlo nel profondo, senza riuscire a capire cos'era.

Fu alla metà degli anni '60 che i potenti editori milanesi vendettero le loro tenute in Toscana per investire in alberghi in località alla moda. Allora le terre, un tempo coltivate da uomini tenaci e caparbi, in breve divennero incolte, abbandonate alle erbacce, trascurate da tutti. Le case coloniche cominciarono a crollare sotto il peso di tetti mai riparati e di antiche infiltrazioni d'acqua e, attraversando le campagne punteggiate di rovine, circondate da distese di gramigna e di rovi, si aveva la sensazione che fosse quella la vera guerra che si era abbattuta su quelle terre. Solo pochi latifondisti resistevano nelle loro grandi proprietà, ormai coltivate a macchina da pochi, sottopagati, ossequiosi dipendenti. Bruno passava in auto e tirava un sospiro di sollievo; a nessuno avrebbe mai interessato quella casa in rovina, nessuno sarebbe mai andato a curiosare sotto quelle travi marce che nascondevano il baratro della morte le cui immagini putride talora continuavano a tormentarlo. Aveva quarant'anni ormai, la stessa di suo padre all'epoca del fattaccio, ma non faceva il servo di nessuno, si era anzi comprato la villa, degno simbolo di un benessere duramente conquistato . Stava per trasformare l'officina in una vera concessionaria, con salone espositivo e uffici. Dionisia avrebbe provveduto all'amministrazione, dove lavorava anche il cognato. Erano lontani i tempi della schiavitù, del sorvegliante protervo che li riduceva alla fame sulla terra dove erano vissuti per generazioni. Sì, Bruno era proprio contento che la campagna andasse in rovina. Era stato un mondo crudele, pieno di sopraffazioni e di miseria. Nessuno lo avrebbe rimpianto!

Ma presto anche quella situazione cambiò. Dopo il periodo dei pastori sardi, che trasformarono quelle colline in un'immensa pastura percorsa da greggi e costellata di caseifici, arrivò quello delle terre incolte, quando si cominciarono a prendere soldi dallo Stato per lasciare che la gramigna avanzasse. Quelli che non avevano venduto si ritrovarono perciò ricchi di prebende senza alzare un dito. L'ultima novità fu alla fine l'ambientalismo militante; bande di ricchi esaltati si infrattavano nelle vecchie coloniche e ci vivevano da primitivi, con stuoli di bestie e di figli, rifiutando sia l'elettricità che l'acqua. Costoro fecero imbestialire il vecchio Bruno quando ormai si sentiva sicuro, a capo dell'officina mentre la concessionaria era ormai gestita dal figlio Danilo. Era diventato nonno, Eva si baloccava i nipoti, gli affari andavano bene. Fu allora che scoppiò la bomba. Una famiglia di tedeschi aveva comprato – e a caro prezzo! – quel mucchio di ruderi ammuffiti, anzi aveva comprato tutto il lotto di terreno; presto sarebbero arrivati a ficcare il naso per ogni dove, forse anche in fondo al pozzo. Voleva andare a vedere, ma furono loro a cercare lui in officina con il pretesto di farsi controllare l'auto. Bruno era diffidente, inquieto.

"Ziete Foi che afete habitaten a Cinciano?" chiese l'uomo, mentre la moglie guardava con espressione estatica qualunque cosa.

"Sì sono io. Perché vi serve qualcosa?" rispose Bruno, scabro.

"Ah! Puf! Bah! Si può bere aqva di pozzo?" domandò l'uomo.

"Ma scherza? Quella fogna? Non è buona neanche per innaffiare le ortiche; noi non l'abbiamo mai bevuta, neanche nei tempi peggiori" e Bruno, mascherando il vuoto allo stomaco, si sbrigò verso altre incombenze.

"Bah! Sì! Mmmh! Ma nostro amico detto noi che pvò fare depurazionen…poi si befe!" insisté l'uomo senza mollare l'osso.

"Il vostro amico è pazzo! Quell'acqua è infetta e non c'è depurazione che tenga. Ora scusate: ho da fare" e Bruno li congedò senza preamboli.

Da quel giorno il vecchio Bruno cominciò a soffrire d'insonnia, temendo la scoperta che quei rompiscatole avrebbero potuto compiere. Ormai erano rimasti in pochi a sapere. Eugenio e Norina se ne erano andati da tempo e Luisanna da poco, ancora in una fiorente mezza età. Nessuno di loro aveva parlato, ne era certo, così rimanevano solo Angelica e Dionisia, oltre a lui. Parlò alle sorelle. Erano decenni che non rievocavano quel fatto e ricordarlo così, apertamente, li fece soffrire tutti.

"Io non parlerò mai, neanche sotto tortura, neanche ai miei quattro figli!" proclamò con fierezza Angelica.

"E io neanche in punto di morte!" aggiunse Dionisia, giovanile sessantenne "come hanno fatto tutti i nostri cari che ci hanno lasciato". Ma la presenza di quei fanatici li inquietava, come il fatto che continuamente polizia, vigili, ufficiali sanitari, assessori e altri perdigiorno ronzassero attorno alla loro antica dimora, ufficialmente per indagare sul fatto che costoro si rifiutavano di far vaccinare i figli, ma… si sa, da cosa nasce cosa. E chi poteva assicurare che non avrebbero guardato dentro al pozzo?

Eppure non avvenne così, neanche in quell'occasione così rischiosa e compromettente. Bruno e le sorelle trascorsero notti insonni, finsero più volte di passare fortuitamente da quelle parti, arrivarono a collocare un binocolo su un albero per controllarli a turno, da lontano, ma non successe niente. Il pozzo rimase sotto il ripiano di assi che fu però rinnovato con legni biologici, ricavati da antiche essenze arboree compatibili con l'ambiente storico. Il pozzo dell'anima di Bruno, quello invece, continuò a rigurgitare miasmi. Si domandava spesso che cosa rimanesse di quei cadaveri, se fossero ancora sul fondo o se, scarnificati dalla decomposizione, disancorati da quel bagaglio di pietre, fossero tornati a galla, in tutto o in parte. Come dovevano presentarsi quelle ossa fradice d'acqua? Di quale colore e consistenza dovevano essere? Aveva da poco compiuto i settant'anni e cominciava a diradare le sue presenze nell'officina della concessionaria, anche quella passata ormai a Danilo. Nessun retaggio del passato era mai affiorato e forse i tedeschi, almeno all'inizio, dovevano aver bevuto liquami umani insieme all'acqua "ecologica" con cui si dissetavano, ma alla fine si erano decisi anche loro a servirsi della fonte da cui zampillava acqua purissima. Che buon pro gli facesse! Forse Bruno non era neanche più penalmente perseguibile, forse il reato era caduto in prescrizione, forse, forse...

Fu dopo la guerra kosovara che successe la catastrofe. Fiumane di gente disperata si erano riversate in Italia per sfuggire alle nefandezze di casa propria e le immagini di dolore umano e di cieca bestialità bellica trasmesse dalle televisioni facevano ricordare a chi le aveva vissute le tragedie di oltre mezzo secolo prima. Anche Bruno ricordava, anzi non aveva mai smesso, lui. Ma poi ai profughi di guerra si aggiunsero facilmente i delinquenti, trafficanti di morte e di sesso che speculavano sulle disgrazie dei propri compatrioti. A un certo punto si verificarono furti nelle abitazioni. Una banda batteva la zona e cercava di introdursi nelle ville, specialmente se un po' discoste dall'abitato, come quella di Bruno; lo facevano senza remore, anche con la gente in casa. Molti si erano svegliati in piena notte a causa di rumori prodotti da chi cercava di forzare porte e finestre; un vicino di Bruno se li era perfino trovati davanti, nel buio, ma erano scappati quando lo avevano sentito. Eva era terrorizzata; mai niente era successo da quelle parti e per lei la paura era una novità. Ma per Bruno non era così! Lui con la paura ci aveva convissuto per cinquantacinque anni e sapeva che bestia era. Alla lunga è un sentimento che logora e il pozzo ormai, dopo tutto quel tempo, può arrivare a crivellare ogni fibra di un essere umano.

In un notte di giugno, mentre Bruno ed Eva erano a letto con accanto, nell'altra camera, la piccola Eugenia di undici anni, la nipotina più piccola, Arian e Bilje, due fratelli albanesi di diciassette e diciannove anni, tentarono di entrare nella villa. Erano arrivati due mesi prima su un gommone di clandestini ed erano fuggiti dal campo di accoglienza per timore di essere rimandati indietro. Cercavano un lavoro, ma non avendolo trovato così facilmente come pensavano, si erano ridotti a vagabondare, a mendicare e poi, per disperazione, a rubare. Ma non erano loro la banda di scassinatori, no, quelli erano professionisti e italiani. Arian e Bilje erano due disperati che avevano fatto solo quattro visite prima di quella notte, rubando valori dove li avevano trovati, ma accontentandosi anche di videocassette e radioregistratori; in un'occasione avevano portato via roba da mangiare prelevandola dal frigo e consumandola poco lontano, come era stato dedotto dalle scatolette ritrovate. Ma Bruno non sapeva tutto ciò. Sentì solo un gran fracasso di sotto, si alzò e cercò l'arma sulla parete del pianerottolo. Al buio caricò due pallettoni da cinghiale nella solita doppietta e scese in silenzio per le scale che conosceva. Quando arrivò nel salone dove avvenivano i pranzi di famiglia sentì delle voci sommesse parlare in una lingua sconosciuta. Non avrebbe fatto fuoco solo per quello.

Ma quando si sentì dietro la voce di Eugenia: "Nonno, nonno, dove sei?", il sangue gli si raggelò. "Vai via!" le ordinò sottovoce. Ma quella, cocciuta come le bambine d'oggi, mai represse neppure da un velato rimprovero, insisté: "Che succede nonno? Cosa stai facendo?". I ladruncoli, benché nel buio più fitto, si videro scoperti e fecero per scappare. "Fermi lì, sennò vi inchiodo!" intimò Bruno, l'arma puntata verso delle vaghe ombre. Eugenia intanto, giunta alle spalle del nonno, taceva, finalmente. Bruno allungò una mano e accese la luce. "Adesso da bravi sedetevi e alzate le mani". I due che gli stavano di fronte non avevano lo sguardo nero e rapace come quelli di cinquantacinque anni prima, erano anzi piuttosto pallidi per la paura e la fame, ma uno di loro, forse per fare lo spiritoso in quel momento di tensione che voleva sdrammatizzare, vedendo la piccola Eugenia dietro quel vecchio solido e deciso, borbottò in un incerto italiano: "Bela babbina, bela babbina!".

Un colpo di fucile risuonò nella quiete della notte, poi l'urlo terrorizzato di Eugenia seguito da un'invocazione disperata: "No sbara, amico mio, no sbara!". Un secondo colpo squarciò l'aria. Sopravvenne un silenzio fitto e pesante, rotto poco dopo dalle sirene della polizia che giungeva di corsa. Il pozzo, alla fine, aveva vinto.

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