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Intorno alle sirene

Qui presto vieni, o glorioso Odisseo, grande vanto degli Achei, ferma la nave, per sentire la nostra voce. Nessuno mai si allontana di qui con la sua nave nera, se prima non sente suono di miele dal labbro nostro la voce; poi pieno di gioia riparte, e conoscendo più cose. Noi infatti tutto sappiamo, quanto nell’ampia terra di Troia patirono Argivi e Teucri per volere dei Numi; tutto sappiamo quello che avviene sulla terra nutrice” (Odissea, XII,184-91).

In questi pochi versi dell’Odissea le sirene tentatrici si rivolgono con un canto melodioso a Ulisse legato mani e piedi all’albero della nave. Solo l’eroe ha la facoltà di ascoltare i loro pericolosi richiami, non i compagni che remano instancabili con le orecchie otturate dalla cera. Circe, dea luminosa “dai riccioli belli”, la figlia del Sole, aveva consigliato questi espedienti: ai compagni era interdetto udire quel canto, ma non a Ulisse. “Tu invece, se ti piacesse ascoltare, fatti legare all’agile nave mani e piedi” aveva concesso. Le sirene greche, di cui il celebre passo omerico fa menzione, erano tuttavia mostri alati, metà donna e metà uccello dagli artigli adunchi, spesso sostituiti da zampe di leone. In questa attitudine, affine alle Arpìe o alle Sfingi, compaiono infatti sui vasi greci ed etruschi che rappresentano l’episodio omerico. Figlie del fiume Acheloo “dai vortici argentei” erano in origine divinità ctonie, legate alla profondità della terra, appartenenti al mondo infero e come tali depositarie di conoscenza. Il loro canto, accompagnato dalla lira o dal doppio flauto, in origine sarebbe stato destinato alla consolazione delle anime dei defunti, che esse accompagnavano davanti alla regina degli Inferi, mitigando in loro l’amarezza della morte. Queste benefiche figure alate, dalla funzione affine a quella di Hermes psicompo (guida delle anime), la cui probabile origine pre-greca si perde nell’oriente preistorico, ebbero lunga vita in tutto il bacino del Mediterraneo e si perpetuarono con sorprendente longevità nell’iconografia occidentale, tanto da subire una completa trasformazione nel corso dei secoli e dei millenni. Tuttavia la sirena omerica non ha componenti erotiche, il suo canto armonioso trasmette all’eroe un sottile ma struggente richiamo verso il sapere. Nell’impresa degli Argonauti è invece Orfeo, il divino cantore, a sconfiggerle coprendo la loro voce suadente con il proprio canto.

Ulisse e le sirene, anfora attica a figure rosse (480-470 a.C.), British Museum, Londra.

Sirena bicauda su un vaso etrusco, Museo, Volterra.

L’antica funzione funeraria rimase a lungo nelle tombe etrusche in cui si dispiegava il cupo immaginario ultraterreno di questo popolo, per altri versi realista e gaudente. Anzi la prima raffigurazione delle sirene compare proprio in un vaso etrusco del VI sec. a.C rinvenuto Caere. Ma non bisogna lasciarsi ingannare. La tomba cosiddetta “della Sirena” a Sovana raffigura nel timpano non una vera sirena bensì un mostro marino femminile di incerta identificazione in quanto fornito di una coda serpentiforme. La trasformazione delle sirene nelle figure che ben conosciamo, metà donne e metà pesce, è in realtà molto più tarda e avviene nell’alto medioevo. Le tombe etrusche con vere sirene raffigurano infatti donne pennute, guide al mondo ultraterreno e inquietanti compagne di viaggio. Il loro ambiente era ormai diventato il mare e si raccontava che esse, un tempo ninfe al seguito di Persefone, avrebbero ottenuto le ali per meglio cercare la fanciulla rapita da Ades, ma che le avrebbero usate non già per volare nel cielo quanto piuttosto per remare fra le onde. Secondo un’altra tradizione sarebbe stata Demetra a punire le compagne di gioco, colpevoli di non aver saputo evitare il ratto della figlia, trasformandole in creature dalla doppia e ambigua natura. L’acqua, elemento femminile, le accolse quindi prendendole dall’altro elemento femminile che in origine le aveva ospitate, cioè la terra, ma sempre erano destinate a vagare nelle profondità. Un antico ruolo sapienziale, frutto di antichissimi retaggi, rimaneva ancora nel testo omerico, in quel “tutto sappiamo quello che avviene sulla terra nutrice” rivolto a Ulisse.

Seduttrici, sapienti e cantatrici di melodie irresistibili, le sirene rappresentano per lunghi secoli l’immagine dell’inganno attraversando più di ogni altra figura mitologica tutta la civiltà occidentale. L’idea della morte è in loro connaturata; esse fin dall’origine servono la morte e devono morire se non riescono nell’impresa. Ma la loro simbologia si arricchisce nel corso dei secoli: seduzione, inganno, illusione, armonia, morte, mare e duplice natura finiscono per coagularsi in un’unica misteriosa figura femminile. Nel viaggio della vita simboleggiano non solo una seduzione che si fa strumento di morte, ma i desideri e le passioni che ostacolano il retto cammino, il ricettacolo delle pulsioni più oscure e primitive dell’uomo. Ma sono anche l’immaginazione perversa che si attacca di preferenza a un sogno insensato piuttosto che alla dura realtà (l’albero maestro di Ulisse). In questo ormai definitivo ruolo le seduttrici del mare cambiano pelle – anche in senso fisico – verso il VII-VIII secolo della nostra era trasformandosi in donne-pesce e ciò avviene per un probabile, ma non certo, influsso nordico. Isidoro di Siviglia infatti, agli inizi del VII secolo, dice che hanno “alas et ungulas”, cioè ali e artigli perché l’amore vola e ferisce. Nel Liber monstrorum, testo inglese composto tra il VII e il IX secolo, si afferma che queste “marinae puellae” hanno corpo di fanciulle fino all’ombelico e code squamose di pesce. La trasformazione si era dunque compiuta, anche se la sirena-uccello continuerà a vivere accanto alla sirena-pesce in molti rilievi medievali di portali, architravi, capitelli, cornici che si dispiegano prima e dopo il 1000 nell’Italia padana, in Toscana, in Abruzzo, fino alla Francia e alla Catalogna.

Sirena sull'architrave, Pieve di Corsignano (Siena)

Le pievi altomedievali le rappresentano diffusamente, spesso nel gesto di tenere in mano le due code, simili a due gambe squamate, talvolta con definizione del sesso, la cui esibizione, da sempre, aveva avuto un significato apotropaico, oppure con il suo occultamento sotto una foglia. Questa postura non si riscontra nel mondo classico, ma si ritrova nelle antiche dee orientali della fertilità, le grandi madri, le signore delle belve, tanto da far sospettare che nella figura della sirena si fossero concentrati lasciti culturali millenari.. Se stupisce di vedere simili creature all’interno delle chiese, non bisogna dimenticare che nell’alto medioevo, e anche oltre, cristianesimo e paganesimo convivevano, si alternavano, si sovrapponevano. Inoltre la mitologia faceva parte del patrimonio di conoscenze che veniva dispiegato nel luogo dell’incontro comune, ad uso della maggioranza che non sapeva leggere le parole ma capiva benissimo le immagini. Così l’antica figura di enigmatica femminilità si conciliava con l’intento ammonitore della Chiesa che vedeva nella sirena la doppia natura, umana e animale, ma anche il pericoloso richiamo di una seduzione fatale. Le forze negative che fanno leva sulla fragilità umana, la natura ibrida, allegoria del dualismo tra ciò che è e ciò che appare, la seduzione di ogni tipo e modo quale fattore destabilizzante dell’opera divina, tutto ciò trovava un potente mezzo espressivo nell’immagine della sirena più che in ogni altra. Eppure in queste figure legate alle acque, che vediamo quasi fluttuanti sulle pietre delle sculture romaniche, rimane un sottile rapporto tra la parte femminile e l’acqua, costituito dalla coda, o dalle due code, di pesce. Forse il legame ancestrale donna-acqua-vita non era stato del tutto dimenticato, come del resto altre componenti pagane che avevano conosciuto nuova vita nell’alto medioevo, quando la cristianizzazione, specialmente nelle campagne, non era stata ancora completata. Lo stesso termine “pagano”, tuttora usato, definisce infatti l’abitante del pagus, cioè il borgo agricolo.

L’ultima sirena che si incontra è quella alchemica. Con la fine del romanico infatti le sirene e le altre mitologie scompaiono dai portali e dai capitelli per riaffiorare nel Rinascimento come frivole storielle legate alla generale riscoperta dell’antichità. Ma nella cultura filosofale legata alla millenaria tradizione alchemica ed ermetica questa figura pare riemergere ancora una volta dalle acque primigenie. La sirena, proprio nel suo essere doppio, diventa ideale allegoria della ricerca: è zolfo e sale di saggezza, ma al tempo stesso è acqua mercuriale, madre e principio delle cose. Nel XVII secolo la sirena di Basilio Valentino, le cui mammelle versano l’una sangue (rosso) e l’altra latte (bianco) rappresenterà la perfetta risoluzione alchemica tra i principi complementari. Così, dopo migliaia di anni, la sirena di Ulisse tornerà al suo antico ruolo di sapiente, di tramite tra vita e morte, di abitatrice delle profondità occulte. Insomma colei che sa “quello che avviene sulla terra nutrice”.

Bibliografia:

  • Mariagraziella Belloli, Storia e mito della sirena nell’immaginario delle civiltà mediterranee, in “La Porta d’Oriente”, Marzo 2000, Enec (Europe Near East Center).
  • Silvio Bernardini, Il serpente la sirena. Il sacro e l’enigma nelle pievi toscane, Editrice Don Chisciotte, San Quirico d’Orcia, 2000.
  • Michel Bulteau, Le figlie delle acque, Ecig, Genova 1993.
  • Jean Chevalier-Alain Gheerbrant, Dizionario dei simboli, Bur Dizionari, Milano, 2002.
  • M. Lao, Il libro delle sirene, Di Renzo Editore, Roma, 2000.
  • Omero, Odissea, traduzione di Rosa Calzecchi Onesti, 1970.
  • Giorgio Presotto, Sirene romaniche. Percorsi interpretativi di un soggetto simbolico, in www.romanico.clab.it
  • Meyer Shapiro, Arte romanica, Einaudi editore, Torino, 1982

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Lighea

Mi voltai e la vidi. Il volto liscio di una sedicenne emergeva dal mare, due piccole mani stringevano il fasciame. Quell’adolescente sorrideva, una leggera piega scostava le labbra pallide e lasciava intravedere dentini aguzzi e bianchi. Non era però uno di quei sorrisi, come se ne vedono tra voialtri, sempre imbastarditi da un’espressione accessoria, di benevolenza o d’ironia, di pietà, crudeltà o quel che sia; esso esprimeva soltanto se stesso, cioè una quasi bestiale gioia di esistere, una quasi divina letizia. Questo sorriso fu il primo dei sortilegi che agisse su di me rivelandomi paradisi di dimenticate serenità. Dai disordinati capelli color di sole l’acqua del mare colava sugli occhi verdi apertissimi, sui lineamenti d’infantile purezza...

La nostra ombrosa ragione, per quanto predisposta si inalbera di fronte al prodigio... come chiunque altro volli credere di avere incontrato una bagnante, mi portai all’altezza di lei, mi curvai, le tesi le mani per farla salire. Ma essa con stupefacente vigoria, mi cinse il collo con le braccia, mi avvolse in un profumo mai sentito, si lasciò scivolare nella barca: sotto l’inguine, sotto i glutei il suo corpo era quello di un pesce... Era una sirena.

Riversa poggiava la testa nelle mani incrociate, mostrava con tranquilla impudicizia i delicati peluzzi sotto le ascelle, i seni divaricati, il ventre perfetto; da lei saliva un odore magico di mare, di voluttà giovanissima....

Parlava e così fui sommerso, dopo quello del sorriso e dell’odore, dal terzo, maggiore sortilegio, quello della voce. Essa era un po’ gutturale, velata, risuonante di armonici innumerevoli; come sfondo alle parole si avvertivano le risacche impigrite dei mari estivi, il fruscio delle ultime spume sulla spiaggia, il passaggio dei venti sulle onde lunari. Il canto delle Sirene non esiste: la musica cui non si sfugge è quella sola della loro voce. Parlava greco e stentavo a capirla. “Ti sentivo parlare da solo in una lingua simile alla mia. Mi piaci, prendimi. Sono Lighea, figlia di Calliope. Non credere alle favole inventate su di noi: non uccidiamo nessuno, amiamo soltanto”.

Curvo su di essa remavo, fissavo gli occhi ridenti. Giungemmo a riva: presi fra le mie braccia il corpo aromatico, passammo dallo sfolgorio all’ombra densa; lei m’istillava già nella bocca quella voluttà che sta ai vostri baci terrestri come il vino all’acqua sciapa.

Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Lighea, da “I racconti”, Feltrinelli, Milano 1986.


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