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La morte di Casanova

Giacomo Casanova ritratto dal fratello Francesco.

Ritratto del 1788.

Venezia, chiesa di San Samuele.

 

 

La casa, in Calle della Comedia. dove nacque Giacomo Casanova a Venezia nel 1725.

Giacomo buttò via le coltri con un gesto brusco. Ancora una volta il caldo lo assaliva mentre poco prima i brividi di freddo avevano scosso il suo corpo smagrito: un'alternanza di temperature che lo debilitava. Ma non era solo questo a tormentarlo. L'insonnia, la sete, i dolori diffusi, soprattutto alle gambe, gli impedivano di trovare sollievo nel letto rendendogli insopportabile qualsiasi posizione, la difficoltà di respirare infine, tutto ciò contribuiva alla sua sofferenza. Sapeva di essere ormai anziano, aveva compiuto da poco settantatré anni, e nulla chiedeva alla vita; solo sperava di non dover soffrire troppo nell'abbandonarla dopo averla tanto amata. "Manfred!" chiamò, subito pentendosi all'idea di continuare a incomodare quel povero ragazzo che lo assisteva, un musicista tedesco timidissimo e occhialuto venuto da Dresda assieme a Carlo Angiolini, il nipote acquisito, marito di Marion, figlia di sua sorella. Il giovane lo accudiva con dedizione ammirevole, meglio di qualsiasi parente, ma, purtroppo, parlava solo la sua terrificante lingua: niente italiano, niente latino, pochissimo francese, nessuna delle molte lingue che lui, Giacomo, padroneggiava invece con abilità. Già, tante lingue parlava, tranne una: il tedesco. E quando si recava a Dresda da sua madre, in anni ormai lontani, e spesso le chiedeva aiuto per i guai in cui era invischiato, per lui era un incubo: non solo perché la genitrice gli rifiutava ogni appoggio, ma anche per quell'idioma impossibile che non gli consentiva agganci di sorta, a meno di non incontrare persone colte che parlassero il francese. Manfred non era certo uno zoticone, però aveva passato due terzi della sua vita con il naso sugli spartiti e non aveva avuto modo di impratichirsi in cose mondane, anche se in quelle ultime tre settimane nel castello di Dux, da quando si era ammalato e i due amici trentenni erano arrivati dalla Prussia, Giacomo aveva cercato di fornire al giovane qualche rudimento della lingua di Molière, in modo che non fosse del tutto lo sprovveduto che sembrava.

Manfred si affacciò alla pesante porta intarsiata e chiese: "Haben Sie mir geruft?". Giacomo gli fece cenno di avvicinarsi e il giovane tedesco, biondo e già stempiato, si avvicinò.

"Che giorno è oggi?" domandò il malato.

"Bitte?".

"Quel jour est aujourd'hui?" domandò ancora Giacomo.

"Jour? Quel jour? Tag?" richiese Manfred. Giacomo si sentì in preda allo sconforto e stava per spazientirsi , quando costui riprese: "Ah! Tag heute? Es ist einundreizig des Mai, der Letzte". Stavolta fu Giacomo a non capire, ma Manfred corse alla scrivania che si trovava presso l'ampia porta-finestra, prese un pezzetto di carta e, con la penna d'oca intinta nell'inchiostro, scrisse la cifra 31 e accanto la parola Mai. Giacomo capì: "Sì è il trentuno di maggio, certo, e sono ormai due mesi che sono ammalato. Chissà quanto durerà ancora! La vita mi sfugge in fretta come l'ultima sabbia della clessidra. E gli estremi momenti sono terribili. Almeno non soffrissi! Potrei accomiatarmi dolcemente da tutto ciò che ho amato, salutare le cose ad una ad una, accarezzarle per l'ultima volta, invece devo andarmene stravolto e dolorante. Non è nel mio carattere". Manfred lo guardava senza capire.

"Voglio alzarmi, capisci?" e, presa la mano del giovane, cercava di farsi tirar su.

"Nein, nein, herr Onkel!" obiettò il giovane. Giacomo capì e sorrise: "Ti ringrazio perché mi chiami zio, anche se non mi sei congiunto. Ti chiamerei anch'io nipote se solo sapessi come si dice nella tua lingua barbarica. Ma voglio alzarmi, tanto che differenza fa se muoio a letto o alla finestra, dovrete sempre fare la fatica di seppellirmi". Manfred avvicinò la poltrona al letto e lo aiutò a sedervisi, con gran fatica da parte sua e pena del malato che, per quanto consunto dal male, pesava sempre come un uomo di un metro e ottantasette. Giacomo gli additò la finestra a balconata e Manfred spinse con tutta la sua forza di pianista verso il luogo indicato e ne scostò le tende. Nella luce del tramonto si vedeva il paesaggio della pianura boema in primavera, boschi e prati verdi, aiole fiorite nel giardino.

"Apri!" comandò il malato, con un gesto eloquente.

"Nein! Es ist kalt, mein Herr. Verstehen Sie?".

"Apri! Che differenza vuoi che faccia se muoio di freddo adesso o di catarro fra tre giorni?". Ma Manfred continuava a rispondere negativamente. "Va bene, allora lasciami qui" e fece cenno al giovane il quale, dopo qualche esitazione, se ne andò e, di lì a poco, Giacomo lo sentì strimpellare sulla spinetta dell'anticamera, in modo a dire il vero egregio, come mai lui avrebbe potuto. "Ha del talento, il ragazzo!" commentò ad alta voce.

Una piccola bibliografia

Ecco, un'altra giornata se ne andava sulla pianura boema, tanto lontana da Venezia! A quella stessa ora il sole stava calando verso la Malcontenta illuminando di luce rosata le acque che avvolgono la città come in un abbraccio e l'acqua, riflessa da mille colori, perde la sua abituale tinta verde scuro per assumere tonalità multicolori; l'aria si fa dorata, spessa, salata, specialmente guardando dalla Riva degli Schiavoni verso La Salute, dietro la cui cupola arricciolata il sole sembra nascondersi. Anche le barche che escono dal Canal Grande affacciandosi nel bacino di San Marco o che dalla riva di Piazzetta si allontanano verso le antistanti isole di San Giorgio e della Giudecca sembrano scivolare su una superficie rosea, come cosparsa di fiori di pesco. Allora la gente va al caffè a rendere omaggio alle dame o a vedere le più belle e tutti passeggiano in piazza tra venditori di bussolài e di croccanti, musicisti che strimpellano -un po' come Manfred, ma chiedendo la carità di un obolo- scimmiette e cagnolini ammaestrati da crudeli padroni. Oppure no, no… adesso è primavera e la bella gente non è in città. Sono tutti emigrati in villa dove si rendono visita l'un l'altro, tra pranzi all'aperto e feste nei saloni affrescati, illuminati dalla luce calda di mille candele sistemate sui grandi lampadari di vetro, decorati da foglie contorte e fiori delicati, che prima vengono calati con la catena al centro delle stanze da ricevimento per accenderli e poi issati con catene fissate ai chiodi delle pareti. E dalle ville di campagna, aperte su scenari arcadici di malinconica bellezza, talvolta resi confusi dalla nebbiolina sciroccosa della bella stagione, anche da quelle finestre il paesaggio non è meno verde, ampio e disteso di quello della Boemia, ma con più prati e meno boschi e una diversa luce vespertina, più calda, più colorata e il sole al tramonto ha un colore di tuorlo d'uovo fresco.

Eppure anche stando a Venezia nella stagione estiva si vedevano cose meravigliose e lui, Giacomo, non sempre era disposto a correr dietro ai fasti della nobiltà ovunque si trovasse. Amava anche, e soprattutto, la città del popolo, quella di Castello e Cannaregio, quella dei panni stesi di traverso alle calli e delle donne vocianti e litigiose, quella delle altane illuminate dai lampioncini e delle barchette piatte legate alle rive dei canali accanto alle reti stese, quella dei giochi di lotta sui ponti e della piazza d'estate quando la gente non si radunava più allo scopo di vedere passare la nobile dama o la celebre cortigiana, ma andava solo per il listòn delle borghesi e delle popolane, sconosciute nel nome ma spesso più belle delle signore celebri o altolocate. Si vedevano in tal modo splendide creature bionde e brune, slanciate o minute, con i fiori tra i capelli e lo scialle nero frangiato sulle spalle, le gonne che lasciavano scoperta la caviglia e la caviglia, si sa, fa capire tutto di una donna: come è fatta, che gusti ha, cosa si aspetta. E da una caviglia lui non aveva mai sbagliato un giudizio, sfuggendo come la peste quelle caviglie grosse e tozze, indice sicuro di mentalità grette e di sentimenti volgari. Questi ragionamenti tuttavia si potevano fare solo con le plebee, perché le signore di rango indossavano abiti lunghi che sfioravano o addirittura spazzavano il pavimento e la diagnosi della caviglia diventava impossibile, a meno di non fare come certi depravati che spiavano da sotto le scale o stavano appostati come falchi all'arrivo delle carrozze per studiare la discesa della dama. Ma Giacomo no, lui non si era mai abbassato a tanto! Bastava cogliere le confidenze, spesso prezzolate, di un cocchiere o di una cameriera per venire a sapere tutto sulle caviglie… e anche qualcosa di più. E nel compiere queste indagini quante volte aveva preferito la cameriera!

Il sole intanto era tramontato, il buio calava veloce nel giardino e nei boschi circostanti, gli uccelli avevano da molto smesso di cantare, anche Manfred aveva finito la sua sonata alla spinetta. La stanza piombava nell'oscurità con i suoi pesanti arredi intagliati nel legno scuro, secondo uno stile campagnolo-venatorio che all'inizio, tanti anni prima, quando era arrivato a Dux come bibliotecario, non gli era dispiaciuto ma che ora lo opprimeva. Già, tutto gli era diventato oppressivo da quando la scarsa salute gli aveva impedito di viaggiare e aveva dovuto ritirarsi nel luogo in cui aveva un lavoro e la certezza del pane. Ridursi a Dux, nella mediocrità! E ringraziare Iddio che aveva quel lavoro e il conte di Waldenstein gradiva il suo operato, lo stimava e lo pagava, non splendidamente è vero, ma era un modesto impiego, anche troppo per chi come lui non aveva mai avuto né una casa né una famiglia, come un albero senza radici né rami… già, un vecchio tronco ormai. Per queste ragioni non doveva voler male a Dux, anche se nulla aveva in comune con le genti di quelle plaghe: veniva da troppo lontano. Non era solo una lontananza spaziale, rifletté. A questa si aggiungeva la lontananza temporale dei suoi settantatré anni che lo portava a tempi immemorabili, a una città che era anche uno stato, mentre ora è solo una delle tante province di un vasto impero.

Solo un anno prima infatti la Repubblica di Venezia era caduta, non che fosse un gran male visto il modo pessimo con cui era amministrata, da sbirri e vecchi bacucchi. Ma questo Napoleone, nuovo padrone del mondo, abituato a governar caserme, l'aveva venduta come un oggetto di seconda mano che si cede a un robivecchi assieme al ciarpame ereditato dalle vecchie generazioni. Gli avevano detto che c'era stata gioia nei territori della repubblica da parte di tanti cittadini, esultanti all'idea di diventare finalmente servi della gleba. Una vera prova di intelligenza! Finalmente qualcuno vedeva Venezia trattata come altre città erano state trattate da Venezia: la Nemesi…come se Venezia fosse stata una qualsiasi altra città! Vendere Venezia non era come vendere Rovigo o Pordenone. Che cosa avevano da dire, nei secoli, Rovigo o Pordenone? Venezia invece aveva più di mille anni di storia, come Roma, come Bisanzio. In più i nuovi padroni nel loro fanatismo si erano rivelati peggio dei precedenti, senza contare l'atteggiamento contraddittorio della nobiltà veneziana: prima a prestare giuramento a Napoleone e, qualche mese dopo, la stessa cosa all'imperatore d'Austria. Ma dopotutto non c'era altro da aspettarsi da gente come quella: parassiti e basta, per forza a Rovigo erano contenti!

Comunque fosse Giacomo, pur avendo tanto viaggiato, vissuto, amato, si sentiva lontano dal posto in cui abitava: apparteneva ad altri tempi e ad altri luoghi. Ormai era uno straniero, ovunque. Solo l'anno prima, mentre le forze già l'abbandonavano e tutto cominciava a costargli fatica -anche completare le sue memorie, tanto che le aveva piantate lì alla soglia dei cinquant'anni- aveva pensato di tornare a casa, a morire, e a febbraio ancora programmava quel viaggio. Rivedere Venezia dopo quindici anni! Dopo esserne stato cacciato per la seconda volta a causa degli screzi con la nobiltà onnipotente! Un'idea folle, la sua, perché non aveva più casa, né i soldi per affittarne una, né conoscenze in quanto gli amici veneziani erano tutti morti, alcuni anche da molto tempo, e delle giovani generazioni non conosceva nessuno. Ma lui sarebbe tornato solo per morire e per essere seppellito nell'isola di San Michele accanto a tante persone care. Poi la notizia lo aveva fatto riflettere: se il trattato di Campoformido cedeva i territori della Repubblica all'impero d'Austria, andare a Venezia equivaleva ad andare in Austria, cioè a Dux che pure faceva parte dell'impero. Quindi tanto valeva non muoversi da lì se, tanto, non aveva più una patria (ma quando mai l'aveva avuta?), se anche a Venezia avrebbe rischiato di sentirsi uno straniero. Il suo mondo era finito comunque, dappertutto. Il mondo era finito con gli eccidi della Rivoluzione dell'89 e i reali sulla ghigliottina, con la dea Ragione che cacciava Cristo nella polvere e l'onnipotenza del Nuovo Còrso, come chiamava lui Napoleone con uno squisito jeu de mots che purtroppo a Dux nessuno capiva.

Manfred fece capolino alle sue spalle tenendo un candelabro su cui ardevano cinque candele e lo chiamò. "Sì sono vivo! Almeno fino a domani" rispose Giacomo e il giovane, appoggiato il candelabro sulla scrivania, raggiunse il malato e gli fece cenno di tornare a letto. Ma Giacomo scosse il capo canuto e spelacchiato nei pochi capelli bianchi, dritti e irti come le spine di un istrice. Additò invece la scrivania e disse: "Devo scrivere una lettera, capisci?" accompagnando la frase con un movimento ondulatorio della mano in senso orizzontale. Manfred capì ed esclamò: "Schreiben? Jezt? Nein, mein Herr. Morgen! Morgen Sie werden schreiben, mit der Licht. Jezt Sie haben zu essen. Essen. Verstehen Sie?". Ma Giacomo non capiva e così Manfred si arrabattò a lungo con le tende e la finestra mostrando il buio e continuando a ripetere: "Morgen, morgen", tanto che il malato alla fine si rassegnò.

"Dov'è Carlo?" chiese "dovrebbe ormai essere ritornato, no?".

"Karl ist noch nicht wiedergekommt!" rispose Manfred e fu solo dal suo tono veramente desolato che Giacomo capì che il nipote non c'era. Anche lui! Andarsene così, lasciandolo sofferente e in compagnia di un tedesco con cui non poteva parlare! Certo era stufo, non ne poteva più di Dux e della cosiddetta "pace agreste" e dopo quasi un mese di permanenza cominciava a soffrire la lontananza da Dresda, da casa sua, dalla dolce e giovane moglie; poteva capirlo. Ma abbandonarlo in vista della morte, con la scusa di cercare un altro medico, come se non si sapesse che quel male renale che gli gonfiava la pancia e le gambe e gli impediva, o quasi, di urinare era ormai all'ultimo stadio, inguaribile, senza ritorno! Cosa poteva dire un altro medico che già non si sapesse? Era solo questione di tempo. Anzi era durato anche troppo in quelle penose condizioni.

Meno male che aveva terminato la storia della sua vita, o almeno la parte più interessante, quando Giacomo era affascinante e divertente: ne era rimasto conquistato anche il vecchio marchese de Ligne, lo zio di Waldenstein, tanto che voleva pubblicarla subito, come monumento dell'Ancien Règime. "Laudator temporis acti" aveva detto compiaciuto di lui il vecchio gentiluomo, a quanto gli avevano riferito. Ma Giacomo non voleva prestarsi alla politica di nessuno: era la maniera più sicura per equivocare la sua opera. E pur avendo tanto sognato di ottenere un tardivo, se non estremo, riscatto letterario, quale compenso per tutto il male che era stato detto di lui, ne aveva bloccato l'uscita, lasciando de Ligne con la sua copia inutilizzata in mano e le sue nostalgie. Non era quello il modo, infatti, non erano quelli gli intenti che si era proposto quando vi si era dedicato fino a dieci ore al giorno per sette anni! Giacomo voleva consegnare ai posteri qualcosa di veramente suo, qualcosa che gli appartenesse veramente: il ricordo, dolce e bruciante, della sua stessa esistenza. Voleva dire con quelle tremilaseicento pagine di confessioni: "Ecco, guardate, questo sono stato, non altro. Non accampo scuse, non mi ammanto di pretesti nobili, come tanto oggi si usa. Sono così è basta. Questa è la mia vita vera che si è svolta come un romanzo inglese di avventure, con la differenza che questo, diversamente da quanto raccontano Fielding o Sterne o Defoe, questo è vero". Ma aveva capito una cosa: il mondo non era maturo per una tale sincerità perché se prima dominava l'ipocrisia, come qualcuno aveva denunciato, ora dominava il fanatismo. Per questo la sua opera doveva restare ancora inedita e, alla fine della vita, aveva dovuto rinunciare anche a quell'ultima speranza alla quale per anni si era tenacemente aggrappato, quella di vederla pubblicata e di poter dire: "Finalmente mi hanno capito!". No, non lo avrebbero capito ancora per molto, lo sapeva, e doveva morire incompreso o frainteso, dopo tutte le cose che aveva fatto e le discipline che aveva coltivato.

Un po' alla volta, anno dopo anno, era stata tutta una rinuncia, per lui. Le ambizioni scientifiche e letterarie le aveva ormai abbandonate con cocente amarezza, conscio che ormai né la fama né il danaro avrebbero potuto venirgli da quello, pur avendovi dedicato molti sforzi. Il desiderio di essere grande e celebre, di lasciare un segno in questo mondo (dove solo chi era già predestinato dalla nascita e dalle alleanze poteva ricoprirsi di onori), di emergere dalla massa dei plebei suoi simili grazie all'ingegno e alle doti del suo spirito, tutto questo -fame di vento!- gli era passato. Aveva tentato di tutto: la scienza matematica e le logge massoniche, il classicismo e la letteratura, lo studio della natura e dei suoi elementi, il teatro, il melodramma… alla fine aveva deciso di dare in pasto se stesso alla gente che non voleva riconoscergli niente e lo aveva giudicato solo un imbroglione, un ciarlatano, un seduttore, un baro, una spia. Certo aveva fatto anche quello, ma per sopravvivere. Se avesse potuto scegliere non sarebbe stata quella la sua vita. Avrebbe voluto essere un filosofo rispettato e temuto, come quell'odioso Voltaire, uomo peraltro di rara volgarità, o un intellettuale potente e ammirato come quel vanesio di Rousseau, idolatrato dall'alta società e perciò ritenuto privo di tutti quei difetti che invece si riconoscevano a lui. Oppure avrebbe voluto essere matematico, classicista, soprattutto medico, -come invano aveva desiderato da giovinetto, mentre i suoi maestri si ostinavano a farlo laureare in legge!- comunque scienziato, appartato in qualche ricco castello, magari con moglie aristocratica e ristretta cerchia di amici con i quali scambiarsi i risultati degli studi. Per questo aveva approfondito da solo le scienze naturali, l'alchimia, la geometria, il latino, il greco, tanto da saperne più di tanti palloni gonfiati che pure erano famosi. Spesso aveva dovuto reprimere l'impulso di zittire tante autorevoli bocche da cui uscivano terrificanti strafalcioni, ma aveva dovuto mordersi la lingua perché troppi ignoranti sono potenti, e vanesi, e permalosi, e vendicativi mentre lui, figlio di attori -gente adorata e maledetta al tempo stesso- era povero e solo. Ma è il rango che fa la differenza, non l'ingegno! Chi è in alto può dire qualsiasi stupidaggine e anche ora che il mondo si era rovesciato con una rivoluzione atroce che ammazzava i cristiani, l'unico risultato era che nuovi boriosi erano venuti alla ribalta, non meno bestie dei precedenti nella loro ignoranza, ma più di loro avidi e collerici. Così la sua vita era stata tutta un fallimento, una catena di fallimenti da cui si era ripreso sempre meno, pur avendo scartato da subito l'idea del suicidio, che aborriva come cattolico anche se la capiva come pensatore. Questa vita di fallimenti però era pur sempre la sua vita, riviverla era l'unica cosa che gli rimaneva e il ricordo consolatore era riuscito a diventare l'ultima attività del vecchio avventuriero in esilio. Non avevano voluto i suoi studi, i suoi scritti, il suo impegno? Avrebbe dato loro l'unica cosa che gli rimaneva: la sua vita stessa. Non a tutti, non alla gente che sempre l'aveva respinto. Ma ai posteri sì!

Manfred lo costrinse a ritornare a letto, lo sistemò premurosamente poi uscì e ritornò subito con un vassoio. "No! Non voglio mangiare, non ho fame" protestò Giacomo prima ancora che il pasto fosse posato sul tavolino da notte. "Etwas, nur etwas" tentava di lusingarlo Manfred, arrotolandogli un ampio tovagliolo sullo scollo della camicia. Più per compiacenza che per altro, il malato ingoiò qualche cucchiaiata di brodo, uno dei pochi alimenti che ormai poteva permettersi visto che era quasi completamente sdentato, ma si rifiutò di prendere altro. Poi Manfred lo lasciò per qualche tempo e ritornò ancora a prendere il lume e sistemarlo per la notte; si capiva che Carlo tardava e Giacomo non chiese altro limitandosi a guardare il suo improvvisato infermiere con inquietudine malcelata. "Morgen, morgen!" ripeté Manfred e Giacomo si apprestò a passare una notte insonne nel buio fitto della camera, per non gravare troppo sul povero musicista.

Non riusciva nemmeno lui a spiegare la propria condiscendenza: un misto di tenerezza e di rispetto. Aveva sempre avuto grande considerazione per le figure goffe degli uomini di studio, pervasi da un ideale dello spirito e sordi, veramente, ai richiami della materia. Uomini che mangiavano male, erano astemi, arrossivano in presenza di una donna, non sapevano maneggiare una spada, spesso erano miopi. Quanti ne aveva incontrati! Molti erano stati suoi amici, a qualcuno aveva anche fatto sposare delle donne che aveva amato, in quanto sono ottimi mariti e padri e nulla di meglio può desiderare una ragazza. Forse vedeva in Manfred qualche amico di anni lontani che magari aveva goduto in pace per tutta la vita, e grazie a lui, di un delizioso frutto che Giacomo aveva solo fugacemente assaggiato, trascinato com'era nell'ebbrezza voticante della sua esistenza.

Avvolto nel buio Giacomo era ancora solo nei suoi pensieri e soprattutto nei ricordi.

Ecco, ora è buio anche a Venezia e la gente esce per andare nei casini e nei ridotti a conversare e giocare. Si trovavano tutte le allegre brigate in quelle stanze rinchiuse. Venendo dall'esterno, quasi sempre da una calle buia e stretta, salendo i gradini scivolosi di una scala impervia e scarsamente illuminata, si aveva l'impressione di andare verso qualche pericolo e il cuore batteva un po' per l'ansia. Ma appena la porta veniva aperta da un cameriere al quale si dichiaravano le generalità, subito lo sguardo si spalancava su vasti saloni illuminati a giorno, gioiosi di grida e risate, decorati da lussuosi tappeti orientali, con tavoli gremiti dove a faraone, a biribissi o alla bassetta si vincevano e si perdevano cifre impressionanti. Lì la gente più bella, più allegra, più inquieta si sfidava in emozionanti passatempi, mentre i più colti e riflessivi gentiluomini parlavano tra loro di argomenti filosofici o raccontavano di passate querelles intellettuali ai più giovani frequentatori. Le cortigiane più belle e in vista vi si recavano a giocare e ad ammaliare uomini potenti e non mancavano viaggiatori di rango: giovani lords inglesi che compivano il Grand Tour in Italia, banchieri francesi e mercanti olandesi, donne ricchissime e insoddisfatte, ambasciatori di ogni parte d'Europa, alti prelati venuti a redimere le anime perdendovi la propria, spie di ogni nazionalità. Chissà se era ancora così, ora, con l'impero! Non poteva saperlo, per questo aveva progettato di andare a vedere con i propri occhi e sperava di riuscirci ora che i suoi aguzzini e persecutori non comandavano più o, chissà, forse comandavano ancora, dato che avevano avuto la faccia tosta di giurare fedeltà all'imperatore conservando (forse) i loro posti eminenti all'interno degli apparati giudiziari, dove negli ultimi decenni si erano rintanati a fare giustizia sommaria e vendette personali, fregandosene dello stato e del popolo. Se c'era una notizia positiva in tutto il tourbillon che aveva devastato l'Europa negli ultimi dieci anni era proprio la perdita del potere di questa gentaglia senza scrupoli e senza carità cristiana… che lui, proprio lui, si era preso la soddisfazione di beffare con la sua fuga dai Piombi di oltre quarant'anni prima. Purtroppo, almeno in Francia, i successori erano stati ben peggiori e si era liquidato nel sangue tutto un modo di vivere e di pensare che aveva costituito, secondo lui, la vetta più alta cui era giunta fino a quel momento la civiltà, togliendo dal mondo quella "dolcezza di vivere" che chissà quando mai sarebbe ritornata nella storia futura ad allietare l'umanità.

Il sonno non arrivava e i pensieri continuavano a galoppare come cavalli scalpitanti nella testa del povero vecchio che ad un certo punto avvertì davvero un rumore di zoccoli, voci concitate, usci che sbattevano, e capì che Carlo doveva essere ritornato dalla sua missione praghese. Ne udì poco dopo la voce, alternata ad altre: c'era anche Manfred destato dall'arrivo notturno. Forse varie persone si parlavano nell'anticamera e forse l'argomento era proprio lui. Come avrebbe voluto che fosse tutto finito! La porta si aprì lentamente nel buio e Giacomo capì che qualcuno lo guardava dall'ingresso: "Siete sveglio, zio?" chiese una voce nota. Ma Giacomo non rispose, rimase immobile, pensando che fosse meglio fingere di dormire anche se ciò gli era impossibile. Così Carlo se ne andò a riposare nella camera degli ospiti, oltre lo studiolo dove Giacomo aveva tanto lavorato negli ultimi anni. Un po' alla volta la luce grigiastra dell'alba cominciò a filtrare dal finestrone schermato e cominciarono a distinguersi gli oggetti: la poltrona poco discosta dal letto, il tavolino a scrittoio con l'attrezzatura da scrivere, la sedia, l'armadio e il comò che completavano l'arredamento. A questo punto il sonno invase la mente del vecchio che, quasi di colpo, si addormentò.

Si svegliò che c'era gente attorno al suo letto. Manfred apriva le tende, facendo entrare un sole smagliante, mentre Carlo, chino su di lui, gli sorrideva affettuoso con i suoi bei denti bianchi che risaltavano sulla carnagione bruna. "Zio, questo è il dottor Hasak, specialista di affezioni renali, che sono andato a prendere a Praga per un consulto a domicilio". Solo allora girandosi dall'altra parte Giacomo vide un vecchietto imparruccato, quasi suo coetaneo che, tenendo in mano vari strumenti, era pronto a gettarsi su di lui.

"No Carlo, ragazzo mio, non è necessario" protestò il malato.

"Suvvia, zio, fatevi almeno visitare, ché il dottore non sia venuto fin qui per niente. Abbiamo viaggiato tutta la notte, lo sapete?".

Giacomo non ebbe più coraggio di protestare e acconsentì ad essere visitato. Il medico lo spogliò, facendogli prendere un sacco di freddo, lo auscultò, lo palpò, lo strizzò fino alle lacrime. Poi, rivolto a Carlo che si era seduto nella poltrona accanto al letto, cominciò con una sfilza di domande in tedesco, alle quali Carlo prontamente rispondeva, senza che il paziente capisse o gli fosse spiegato alcunché. Poi il dottore prese un tubicino e senza minimamente spiegarsi tentò di infilarlo nel membro del malato che istintivamente si protesse con le mani urlando: "No, no. Ma che vuol fare costui!". Carlo intervenne: "Zio, il dottore vi deve far urinare altrimenti morirete e questo, nella vostra situazione, si può fare solo con un catetere. Abbiate pazienza che è per il vostro bene!".

"Ma che bene e bene! Preferisco morire senza tante complicazioni…".

"Zio calmatevi. Si tratta solo di un tentativo di formulare una diagnosi. Il dottore ha bisogno delle urine da analizzare e in ogni caso il decorso, come dice lui, potrebbe essere benigno. Ma per saperlo bisogna fare delle analisi". Giacomo si confuse alla sicurezza di Carlo, rimpiangendo in cuor suo il vecchio medico condotto di Dux che ordinava qualche decotto o impiastro e, se non funzionava, lasciva che il malato si spegnesse in santa pace. Costoro invece hanno la dea Ragione, che Dio li fulmini! E questo li autorizza a torturare la gente in nome di astratti principi. Giacomo tuttavia non disse ciò che pensava veramente e, messo in soggezione dall'autoritarismo del medico cittadino, specialista di affezioni renali, accettò, "ma solo per una volta" specificò, anche in tedesco con sorprendente abilità ("Nur einsmal, herr Arzt!"), di essere drenato nelle vie urinarie. L'operazione fu dolorosissima e spremette dal malato anche una certa quantità di sangue, oltre che una bottiglia di urina, della quale il dottor Hasak fu estasiato, tanto che gli brillavano gli occhi sotto le lenti alzandola, come un trofeo, con entusiastici e incomprensibili commenti in tedesco e boemo.

Ma Giacomo era stato messo a dura prova e giaceva stremato. Carlo, soddisfatto, si allontanò per raggiungere il dottore che era uscito in fretta con la sua ambita bottiglia piena. Il sonno riprese per un po' il malato insieme alla spossatezza succeduta a quella dolorosa esperienza. Venne poi Manfred e gli mormorò frasi tenere che Giacomo non capì, ma gli fecero comunque piacere. "Vuoi vedere che alla fine solo tu mi capisci?" mormorò con grande tristezza. Manfred aveva portato un catino d'acqua e volle lavargli il viso e le mani, poi lo pettinò e lo sistemò quasi seduto con molti cuscini. "Danke, mein Freund" bisbigliò Giacomo, con sincera gratitudine. In effetti quel giovane musicista aveva più carità cristiana di tutti gli altri messi insieme e gli dimostrava un grande affetto, quasi filiale, come mai gli era capitato di vedere e Giacomo si mise a riflettere sui numerosi figli che doveva aver seminato per il mondo, sia quelli di cui sapeva, ed erano già abbastanza, sia quelli di cui ignorava l'esistenza che dovevano pure essere tanti. Ad averli tutti lì, in quella penosa situazione, chi si sarebbe comportato come Manfred? Pochissimi, forse nessuno, chissà. La sua vita affannata non gli aveva permesso di conoscerli e di coltivarne l'amicizia: aveva fatto male, lo sapeva, ma non se ne pentiva. Spesso molti padri alimentano l'affetto dei figli, e soprattutto delle figlie, al solo scopo di essere da loro curati da vecchi, rovinandone in tal modo l'esistenza. Giacomo non era stato tra questi e aveva preferito ignorarli o incontrarli di rado, ma che fossero liberi da qualsiasi obbligo: piuttosto che essere un cattivo padre aveva preferito non essere padre. Forse i suoi figli lo avevano capito e gliene erano riconoscenti: niente rassicuranti affetti, è vero, ma niente ricatti, meglio per loro. Manfred gli portò un vassoio da letto e glielo mise davanti. "Non voglio mangiare, ragazzo mio. Non ho fame, capisci? Essen nein! E poi sono senza denti da anni!". Manfred sorrise e portò il calamaio con il portacenere, la penna d'oca e alla fine la carta profondendosi in spiegazioni.

"Ecco un uomo d'onore che mantiene gli impegni! Hai ricordato che volevo scrivere ieri sera. Sei veramente una brava persona, Manfred" e Giacomo si sentì rinfrancato dalla presenza del giovane musicista: almeno aveva qualcuno di cui fidarsi. Cercò quindi di iniziare la lettera che aveva in mente, ma si accorse ben presto di non avere nemmeno la forza di tenere in mano la penna e scrisse solo poche parole. Aveva bisogno di aiuto anche per quello, ormai, ma il musicista tedesco non poteva aiutarlo, dato che Giacomo voleva scrivere in francese e Manfred avrebbe tappezzato la missiva di errori d'ortografia.

"Potresti chiamarmi Carlo?" chiese quando il giovane riapparve alla porta.

"Karl? Ein moment, Ich sehe" e la porta si richiuse. Ma passò molto tempo prima che qualcuno si facesse vivo e il malato rimase là seduto e dolorante, con accanto tutti i suoi oggettini d'argento sbalzato con i quali un tempo passava deliziose ore a scrivere di sé, ma che in quel momento gli apparivano inutili orpelli.

Si era sempre circondato di oggetti raffinati: le tabacchiere smaltate, argentate, dorate, in avorio e in tartaruga, talvolta impreziosite da pietre incastonate, da cammei e gemme antiche, le bomboniere, gli orologi da taschino con cassa in argento, gli anelli sigillari per imprimere il proprio marchio sulla ceralacca che chiudeva le sue missive, i corredi per scrivere con calamaio, fermacarta, portacenere, tampone, tutto con le stesse punzonature e decorazioni, le copertine dei libri in cuoio con guarnizioni d'argento, i calici di vetro alti e sottili dai colori diafani e dalle forme sinuose, i panciotti di broccato, damasco, seta ricamata, impunturata, perlinata, spesso con fili d'oro intrecciati. Erano questi i primi oggetti a venir impegnati o venduti nei tempi di magra, erano queste le cose da cui si separava con maggior dispiacere, ma di cui si circondava non appena poteva, disposto a rinunciare anche al necessario per potersi permettere il superfluo. Ma ora anche quei ninnoli, che il suo innato buon gusto aveva sempre prediletto, non riuscivano a lenire la sua pena fisica e morale. Nel momento della separazione pensava con strazio alla loro sorte e vedeva come avanti a sé, dopo la sua morte, quando mani brutali avrebbero forse frugato tra le sue cose, facce rozze avrebbero osservato con indifferenza e noia oggetti incomprensibili e decisioni rapide avrebbero disperso tutto quel patrimonio tra i rigattieri di Praga, calpestando con essi quella vita che li aveva tenacemente amati al punto da rinunciare anche al cibo qualche volta pur di non esserne separato. Non aveva figli cui lasciare un patrimonio di esperienza, ma anche i figli, talvolta, a quel che aveva visto, erano i primi a fregarsene di ciò a cui i genitori tenevano e, anzi, a disfarsene con gioia.

Non avrebbe potuto aspettarsi niente, neanche se li avesse avuti quei figli! Nemmeno loro avrebbero capito, lo sapeva. Lo aveva saputo da subito; per questo non si era mai interessato a loro. Ma forse faceva in tempo a fare qualche raccomandazione a Carlo, affinché portasse a Dresda, da Marion, molte delle cose che gli erano care e le lasciasse in eredità ai suoi, di figli, e questi a loro volta ai loro discendenti. Non poteva illudersi però che Carlo si portasse fino a Dresda tutta la sua biblioteca, gli abiti, i mobili, i ninnoli e Marion forse sarebbe inorridita alla vista di tutto ciò: amava la musica, lei, non i soprammobili. Intanto i dolori aumentavano e le mani non avevano la forza di allontanare quel tavolino da letto per ottenere uno spazio più comodo. Eppure voleva scrivere ancora una volta ad Elisa von der Recke, una cara e dolcissima amica che molto lo aveva confortato, anche nella malattia che ora lo stava portando alla morte, venendo a rendergli visita a costo di lunghi e faticosi spostamenti, fino a quando aveva dovuto rifiutarsi di riceverla per non farle vedere lo sfacelo in cui stava precipitando, dato che aveva una dignità e preferiva essere da lei ricordato come il vecchio gentiluomo galante che spesso la faceva ridere con i suoi complimenti così spropositati all'età. Voleva accomiatarsi da lei e, attraverso di lei, da tutte le donne che aveva incontrato e anche da quelle che non aveva incontrato. Ma aveva paura di non riuscire a terminare l'ultima lettera.

Solo dopo mezzogiorno Carlo si decise ad affacciarsi alla camera dello zio ostentando un sorriso di facciata, mentre dallo sguardo traspariva la preoccupazione che lo pervadeva. Il medico, che aveva trascinato fin là dalla capitale, non gli aveva lasciato molte illusioni: l'urina del malato era orribile, con tutti i segni della totale paralisi renale. Si poteva continuare a drenarlo ogni tre giorni ma il risultato prima o poi sarebbe stato uguale: la sorte di Giacomo era segnata. Carlo aveva pagato il medico e lo aveva rimandato a Praga dicendogli che non voleva prolungare le sofferenze di quel poveretto: l'esosa parcella gli richiamò alla mente le opposizioni dello zio che già sapeva di essere condannato in quanto glielo aveva fatto capire il medico di Dux. Giacomo sorrise alla vista del nipote acquisito: "Finalmente vieni a visitarmi! Allora cosa ti ha detto il tuo luminare della scienza?". Carlo non sapeva cosa rispondere e per qualche momento brancolò nel buio cercando una risposta.

"Non sforzarti. Tanto so di essere spacciato, non occorreva che quel maniaco mi infilasse una canna nell'uccello, facendomi vedere le stelle. Quelli sono dei pazzi. Non curano, analizzano, torturando un poverino che già soffre di suo. E con quale conclusione? Solo quella di aggiungere sofferenze su sofferenze. Potevi risparmiartela, ragazzo mio".

"Non rimproveratemi zio. Ho solo cercato di fare il vostro bene ascoltando anche un'altra campana. Meglio non fidarsi di una sola" e poi accorgendosi del materiale che stava davanti al malato chiese: "State scrivendo una lettera? In tal caso non voglio disturbarvi!".

"No, in tal caso tu resterai qui e la scriverai per me, dato che non ce la faccio neanche a tenere la penna in mano". Carlo allora avvicinò il tavolino da studio al letto, vi posò sopra tutta l'attrezzatura che stava su quello portatile, allontanò quest'ultimo dal malato, si accomodò e, in attesa che Giacomo parlasse, lesse quanto aveva già scritto.

"Ah! Elisa!" sussurrò "Vedo che non abbandonate mai la vostra fama di conquistatore".

"Ma non dire stupidaggini!" esclamò il malato seccamente "Elisa non è la mia amante e non lo è stata mai…e comunque anche se lo fosse stata non lo verrei a dire a te. Scrivi!" e prese a dettare lentamente soppesando le parole, mentre Carlo lentamente scriveva, una lettera d'addio che non era solo un commiato a una donna, ma soprattutto un addio alla vita, all'amore, a tutte le donne che aveva amato e che lo avevano amato. "Mi duole signora dirvi addio, ma purtroppo una forza più grande di me mi costringe ad abbandonarvi per gettarmi in un'ultima, sublime avventura, la più misteriosa e appassionante che un uomo possa affrontare: l'incontro con Dio. Il mio dolore è grande nel lasciarvi, ma è grande anche la speranza che ripongo di un nostro futuro incontro nell'eternità. Spero che la vita vi dia ancora molte gioie e che in esse dedichiate un piccolo pensiero al vostro caro amico che non c'è più". Queste e altre parole intenerirono anche Carlo che si era riproposto un comportamento sereno. Alla fine Giacomo volle firmare di suo pugno con la grafia elegante e sottile che contraddistingueva sempre le sue pagine. Sotto la firma, in un momento di distrazione del malato, Carlo aggiunse poche parole: "Veneratissima signora, il mio povero zio è davvero morente e non so quanto ancora potrà durare. Ma ha voluto firmare di suo pugno anche se non riesce a tenere la penna in mano". Questa avvertenza avrebbe davvero avvilito Elisa quando, pochi giorni dopo, avrebbe ricevuto la lettera. Poi Carlo asciugò e tamponò lo scritto, lo ripiegò, lo chiuse lungo l'apertura con la ceralacca fusa e si sentì chiamare da Giacomo che dal letto gli porse, sfilandoselo, l'anello che portava al dito. Carlo lo prese e capovolgendolo impresse il marchio dello zio sulla cera ancora calda, poi fece per restituirlo, ma il malato scosse il capo e gli disse: "Tienilo tu, come mio ricordo". Carlo tentò qualche debole protesta poi, in segno di accettazione, si mise al dito l'anello e si sedette accanto il letto mentre Giacomo pareva appisolarsi.

"Zio, volete che chiami il prete?" gli chiese quando diede segni di risveglio.

"Sì, anche se è tardi, ora, e il prete deve celebrare la messa. Forse verrà domattina, tu comunque avvertilo". Carlo andò allora nell'anticamera e da qui nella camera degli ospiti, che divideva con Manfred, e chiese all'amico di uscire ad avvertire il parroco della chiesa castellana di Dux, della necessità di portare il viatico a un moribondo, possibilmente la sera stessa. Diede all'amico anche la lettera chiedendogli di provvedere affinché arrivasse al postiglione che sarebbe partito l'indomani e gli chiese anche di informarsi su dove si trovasse il conte di Waldenstein il quale doveva essere messo a corrente dell'imminente trapasso. Manfred si addolorò molto di tutto ciò e uscì per eseguire le commissioni, passando per la biblioteca del castello che Giacomo aveva curato con tanto zelo negli ultimi tredici anni, catalogandone i libri e redigendo schede bibliografiche. Da qui passò nelle vaste cucine del castello e svolse i propri incarichi informando della situazione i domestici del conte che non parvero particolarmente addolorati. La lettera fu comunque consegnata al cocchiere che doveva recarsi l'indomani alla stazione di posta e il parroco fu avvertito prima che dicesse messa.

Un altro tramonto si avvicinava e Giacomo guardava, come la sera prima, la finestra infiammarsi per poi oscurarsi, chiedendosi quanti ne avrebbe visti ancora. "Pochi, pochissimi, forse è uno degli ultimi" si sentì rispondere da dentro. Infatti era sempre più prostrato, oltre che dolorante, e capì che di lì a poco non sarebbe più riuscito a parlare: doveva fare presto.

"Carlo!" chiamò con tutto il fiato che aveva "Carlo! Carlo!". Il nipote arrivò correndo: "Vi sentite male zio?".

"Male come sempre! Ma è sempre peggio e ti devo parlare. Ascoltami!". Carlo si sedette vicino al letto. "No, non sederti" disse con veemenza Giacomo "Vai a quello scaffale di fronte, ecco là. Li vedi quei volumi in alto, con la copertina di cartone? Sì, quelli. Prendili!". Carlo ne prese uno.

"Prendili tutti: sono dodici. Mettili sul tavolo. Bravo". Carlo lo guardava con aria interrogativa.

"Questa è tutta la mia opera: l' Histoire de ma vie. Ci ho messo otto anni a scriverla. Tutti i miei ricordi, le mie esperienze, una vita intera, vera, reale, senza bugie né infingimenti, come nessuno ha mai raccontato. Non ho voluto addolcire né censurare niente, non ho voluto farmi bello. Lo so che sarà faticosa da portare a Dresda e ti ci vorrà un baule intero, ma ti prego di farlo. Quando i tempi saranno cambiati, quando non ci saranno più bigotti e fanatici a dominare il mondo, allora la farai pubblicare e guadagnerai il denaro che io non ho mai avuto. Tu e i tuoi eredi. Ti prego… non disperderla al vento, non lasciarla a chi mi ha calunniato e mi calunnierà anche da morto raccontando chissà quali bestialità sul mio conto! Lì c'è tutta la verità su di me e sul mio tempo…" e si fermò perché si sentiva soffocare.

"Ma…ma, non l'avete già mandata al principe de Ligne lasciandogli i diritti editoriali?". Giacomo scosse il capo spelacchiato, prese fiato e poi rispose:

"Al de Ligne ho mandato solo la prima parte poiché lui se ne era interessato. Ma quando ho capito che ne dava anche lui un'interpretazione ideologica, come tutti gli assatanati di ora, che devono ricondurre tutto a un principio, gli ho proibito di pubblicarla, anche perché sarebbe stato necessario tagliarne i passi più scabrosi, -figurati!- per poter degnamente far parte del partito dell'Ancien Règime" e qui rise amaramente, mentre Carlo sfogliava i volumi ammirando l'ampiezza dell'opera. Giacomo riprese con voce sempre più rauca: "Quelli del Nouveau Règime, invece, sempre per ideologia, vorrebbero leggere solo le parti scabrose, buttando via tutto il resto! Qui ognuno rigira le frittate a seconda della propria bandiera. Odio questo modo di ragionare! La mia opera non è fatta per alcun regime, né vecchio né nuovo: è solo la vita vera di un uomo vero. E io non sono un personaggio da romanzo, anche se qualche volta ho finto di esserlo per gabbare i gonzi. Io sono un impasto di pensieri e sentimenti, anche di vizi, ma non mi ammanto di principi astratti, non mi nascondo, non mento a me stesso. Forse nel futuro ci saranno uomini e donne che sapranno capirmi e che intenderanno la mia opera come va intesa: il romanzo di una vita che fu straordinaria perché chi la visse si abbandonò al destino senza mai cercare di cambiarlo" e qui si interruppe perché il respiro gli mancava e prese a tossire. Nella penombra della sera Carlo non poteva più scorrere le righe continue di quella vita che ordinatamente si srotolava, pagina dopo pagina, volume dopo volume. Lasciò quindi quei grossi tomi sul tavolo e corse verso il malato che annaspava, tossiva e sibilava.

"Promettimi" disse ancora Giacomo, quasi afono.

"Prometto, mio povero zio, prometto. Cercherò di combattere l'incomprensione da cui siete stato circondato. Vi prometto, anzi vi giuro, che porterò le vostre memorie a Dresda, che io e mia moglie le terremo come un prezioso tesoro e le daremo alle stampe quando i tempi saranno migliori. Ma ora calmatevi e riposate. Poi vi faremo avere qualcosa da mangiare, vi va?". Ancora una volta Giacomo fece di no, e con decisione.

"Che ne direste di una cioccolata calda, invece del solito brodo. Avete sempre amato la cioccolata". Il malato sorrise con le gengive e annuì. Carlo allora, dopo avergli rincalzato le coperte, uscì.

La pi rilevante filmografia

C. di Federico Fellini. 1976. C. di Lasse Hallstrm, 2005. C. di Simon Lagton, 1987.
C. di Luigi Comencini, 1969. C. di Giacomo Battiato, 2002. C. di Steno, 1955.

Eccolo di nuovo al buio, mentre la morte si avvicinava a grandi passi. Almeno facesse presto, pensò Giacomo, senza farmi penare ancora. Si assopì senza accorgersene e gli parve di vedere sua madre aggirarsi nella stanza buia come se cercasse qualcosa. Si svegliò di botto: era buio pesto. Certo che cercava qualcosa, la povera e stolida Zanetta, pensò Giacomo, cercava suo figlio con cui aveva un appuntamento imminente. L'avrebbe ritrovata di lì a poco e con lei suo padre, e la nonna Marzia, un fratello e una sorella. Ma non le avrebbe mosso rimproveri, non più. Molte volte, in cuor suo, le aveva rinfacciato l'abbandono in cui aveva lasciato ben sei figli, pensando a fare la vita di cortigiana d'alto bordo, senza mettere via nulla per il futuro suo e di quelle creature. Li aveva anche buttati fuori di casa quando era morta la nonna al solo scopo di vendere i mobili e intascarsi il ricavato, allogando i figli in squallidi pensionati. Ma aveva anche pensato a qualcuno di loro e cercato di sistemare anche lui che era il più grande e perciò il primo a doversi rendere indipendente. D'altronde non era stata colpa della madre se non aveva avuto la vocazione religiosa che era stata la prima, facile sistemazione, pensata per lui. Era andata così e basta. La vita gli si era spalancata davanti, palpitante e turbinosa fin dall'età verde e le opportunità più allettanti gli erano state offerte su piatti d'argento: aveva colto tutto ciò che gli era capitato, anche le avversità, confidando nella Provvidenza Divina e senza mai perdere la fede in Dio. Ciò che gli era stato dato, quello, e non altro, aveva preso, senza rimorsi. E senza rimpianti vi aveva rinunciato quando gli era stato tolto. Nessuna sistemazione, nessun lavoro, nessun amore, nessuna residenza era mai stata per lui definitiva; accadeva sempre qualcosa che lo costringeva a fuggire altrove. Ma aveva sempre accettato tutto e cercato, aguzzando l'ingegno, di trarsi d'impaccio nei momenti critici. Forse nelle situazioni definitive si sarebbe sentito prigioniero, chissà, non aveva mai provato. Gli venne in mente allora che la morte era una condizione definitiva e che, comunque, e per la prima volta, stava sistemandosi per sempre. Zanetta cercava lui, lo sapeva, e stava per ritrovarlo. Ma ben altri erano gli incontri a cui ambiva: le donne che aveva amato. Avrebbe ritrovato Bettina e Lucietta, Nanette e Marton, Caterina ed Enrichetta, e poi Teresa, Francesca, Maria…Quanto amore buttato al vento! Ma forse qualcosa ne rimaneva, nella luce dell'eternità.

La porta si aprì su quei ricordi ed entrarono i suoi due ospitalieri volontari; Manfred con un candelabro, Carlo con la cioccolata calda. Il nipote scorse tracce di lacrime sui suoi occhi, ma non seppe cosa dire e gli porse alcune cucchiaiate di cioccolata che Giacomo prima gradì per poi subito disgustarsene. "E' inutile…niente mi attira più ormai" disse con voce rauca. Carlo restò con lui, mentre Manfred alla scrivania sfogliava un tomo delle memorie leggendo qua e là con interesse. Il nipote divagò parlando del tempo, ormai rimessosi al bello, del Waldenstein che era a caccia con numerosa compagnia, ma sarebbe tornato all'indomani che era sabato, del vitto di Dux che non era particolarmente appetitoso, almeno per loro e in assenza del conte. Giacomo sorrideva. "Il prete ormai verrà a farvi visita domani" disse ancora Carlo con nonchalance, evidentemente nell'intenzione ipocrita di convincere il malato della scarsa gravità del suo male. Poi lo sistemò per la notte e chiese se voleva che rimanessero a vegliarlo. Giacomo rispose di no e fece cenno ai due di andare a riposare, tanto la vicinanza delle stanze consentiva di udire ogni sospiro, specialmente a porte aperte. Un inatteso torpore lo invase e pregò in cuor suo di non risvegliarsi più all'indomani.

Invece fu destato che era ancora molto presto e faticò molto a rendersi conto delle cose. Manfred e Carlo, entrambi in camicia, gli dovettero ripetere più volte che padre Wenceslaw, parroco di Dux, era venuto a fargli visita. Giacomo cercò di ricomporsi alla meglio nell'estremo tentativo di parere presentabile a colui che per anni aveva accolto tante sue imbarazzanti confessioni. Veniva il sant'uomo accompagnato da due giovani chierichetti, con turibolo sfumigante l'uno e croce àstile l'altro: tutti i paramenti sacri erano stati sbandierati per l'occasione e Giacomo ebbe la sensazione di essere stato in qualche modo importante nella piccola comunità di Dux, data la scenografica parata con cui erano venuti a congedarlo. Cercando di concentrarsi il malato abbozzò qualche frase in latino, lingua con cui discorreva abitualmente con padre Wenceslaw quando si recava a trovarlo nella sua chiesa parrocchiale e il sacerdote lo accoglieva con affetto e gli offriva un bicchierino di rosolio, quello delle grandi occasioni, conservato nella robusta credenza della canonica. Ma la memoria ora gli sfuggiva e il latino non voleva uscire con la consueta armonia sintattica. Il padre colse solo un: "Miserere mei, patre, quia multum peccavi". Spiegò allora che la confessione completa non era necessaria dato che Giacomo si era confessato e comunicato per la Santa Pasqua, meno di due mesi prima, quando già era ammalato e usciva di rado, e pochi o insignificanti dovevano essere stati i suoi peccati successivi. Carlo approvò con un cenno del capo. Padre Wenceslaw procedette allora alla formula consueta: "Ego te absolvo peccatis tuis" e Giacomo mormorò un inizio di atto di dolore. Manfred, essendo protestante, era in preda all'imbarazzo e non sapeva che cosa fare, mentre Carlo assisteva a mani giunte e capo chino. Allora il parroco prese il viatico e lo porse al moribondo che esclamò con forza: "Dio mi è testimone. Sono vissuto da filosofo, ma muoio da cristiano". Poi si comunicò e rimase con gli occhi chiusi e le mani congiunte sul petto, mentre padre Wenceslaw procedeva con l'Estrema Unzione tra nuvole di incenso. Alla fine della cerimonia il chierichetto che teneva la croce astile dorata la allungò verso il viso del moribondo. Giacomo riaprì gli occhi e quando vide di essere sovrastato dall'immagine di Nostro Signore devotamente la baciò.

La cerimonia era finita e il mesto corteo si avviò verso l'uscita, ma prima il sacerdote volle abbracciare il malato. Carlo e Manfred lo accompagnarono all'uscita verso la biblioteca del castello, con brevi commenti in tedesco. Giacomo era contento: ora poteva partire tranquillo per l'ultimo viaggio. Era come una partenza alla grande poiché molte cose doveva controllare, altre affidare a persone di fiducia e anche fare in modo di alleviare le incombenze di chi rimaneva. Doveva essere a posto con Dio e con gli uomini, avere tutto sistemato e sperare nella benevolenza di chi restava. Avrebbero gli eredi conservato con oculatezza la sua opera? Si sarebbe ricordato qualcuno di deporre un fiore sulla sua tomba? Lo avrebbero lasciato a Dux anche da morto o qualcuno lo avrebbe trasferito in qualche altro luogo, magari nell'ottusa e ingrata Venezia, il cui nome millenario proprio lui aveva contribuito a glorificare? Chi poteva sapere tutto ciò? Intanto i consueti dolori ventrali aumentavano, quelli alle gambe si facevano insopportabili e, per quanto cercasse di essere calmo, gli sfuggirono dei lamenti che allarmarono i suoi infermieri. Cercò di spiegarsi con loro che lo scoprirono e videro che le sue gambe, un tempo perfino troppo magre e lunghe, erano gonfie a dismisura, butterate e di colore bluastro.

"Hasak è ripartito, ma per alleviarvi la sofferenza vedrò di chiamare il medico di qui, va bene zio?". Ma Giacomo scosse il capo con decisione mormorando: "Lascia perdere! Non serve a nulla, ormai. Tra poco sarà tutto finito" e ancora sperò che fosse presto. Carlo era indeciso; del resto, pensò, che cosa avrebbe potuto fare quel dottore di campagna? Ormai c'era solo da aspettare. Aveva ragione in fondo lo zio Giacomo: oltre un certo limite i medici servono solo ad aumentare le sofferenze del malato, tanto vale farne a meno. Ormai respirava a fatica e si capiva che non ne avrebbe avuto per molto.

Giacomo non riusciva a pensare ad altro che al male che lo affliggeva; i dolori si facevano sempre più insopportabili e la giornata trascorse tormentosa e inquieta sia per il moribondo che per i due assistenti. Nel pomeriggio tuttavia il medico capitò senza che nessuno l'avesse chiamato e questo stupì non poco il nipote, che aveva capito quanto poco amato fosse stato il suo anziano parente nel rustico ambiente di Dux. Il fatto era che il conte di Waldenstein era ritornato dalla caccia, con gran strombazzamento di corni, accolto da tutta l'abituale processione di subalterni riuniti nell'atrio del castello per rendergli omaggio. Tra essi vi era padre Wenceslaw che, quando venne il suo turno, disse al castellano che il povero messer Casanova era ormai allo stremo e aveva già ricevuto l'olio santo. Il conte, spiacente oltremodo per quell'amico che amava sinceramente, aveva fatto chiamare il medico e lo aveva inviato al capezzale del morente a vedere se si poteva fare qualcosa almeno per alleviarne le sofferenze incaricandolo anche di preannunciare una sua visita. I due amici assistettero quindi alla visita che il medico compì su un paziente che si lamentava ormai di continuo senza riconoscere nessuno. L'archiatra scuoteva il testone imparruccato e commentò solo: "Armer Mann!", rivolto ai due amici.

"Si potrebbe dargli un po' di laudano" suggerì poi e depose un bottiglietta sul tavolino da notte, spiegando che quell'essenza leniva i dolori, ma non si dovevano superare le venti gocce per volta per non più di tre volte al giorno. Consigliava anzi di dargliene all'ora di dormire affinché riposasse. Carlo ringraziò il medico e si meravigliò del fatto che nessuno avesse consigliato prima quel rimedio che, certamente, era solo un palliativo ma avrebbe risparmiato tanto dolore. Chissà perché l'esimio specialista praghese non gliene aveva parlato; eppure aveva analizzato gli umori con un articolato armamentario di fiale e boccette, utilissimo evidentemente solo al diagnosta, che in tal modo focalizza esattamente il tipo di malattia e poi, pago delle sue geniali conclusioni, se ne va lasciando l'ammalato con le proprie sofferenze. Gli era stata inoltre annunciata una visita di sua eccellenza e Carlo non poté fare in modo di notare che con l'arrivo del padrone tutta la baracca cominciava a funzionare e a qualcuno ritornava anche la perduta carità cristiana. Aspettarono quindi il tramonto e poi, dopo aver tentato inutilmente di dargli qualcosa da mangiare, i due amici somministrarono con fatica le venti gocce di laudano al paziente che, in preda alle smanie, si lamentava e si divincolava nel letto. Notarono poi, alla luce di due candelabri, che il dolore si placava e Giacomo pareva gradatamente calmarsi e scivolare con dolcezza nel sonno.

"Sia benedetto quel laudano!" esclamò Manfred e Carlo approvò con lo sguardo. Stavano discutendo su chi sarebbe rimasto a vegliarlo, quando una voce virile chiese: "Permesso, posso entrare?" e si resero conto di avere davanti sua eccellenza in persona, il conte di Waldenstein castellano di Dux. I due amici scattarono in piedi e si inchinarono con deferenza invitando il signore ad accomodarsi. Il conte era in veste da camera, senza parrucca e in pantofole, insomma come si sarebbe presentato a persone di famiglia, il che aumentava l'onore che essi ricevevano.

"Come sta il mio povero amico?" domandò sua eccellenza e si accostò al letto, non nascondendo le lacrime che, nel momento in cui lo vide, gli riempirono gli occhi chiari.

"E' irriconoscibile! Dio mio. Mio caro Giacomo, l'uomo più bello che avessi mai conosciuto" e Waldenstein si asciugò gli occhi con un elegante fazzoletto di pizzo che uscì dalla tasca della vestaglia.

"Siamo alla fine eccellenza" confermò Carlo con tristezza.

"Tutto ha fine" sussurrò il conte. La visita finì lì, ma il conte si raccomandò che lo venissero subito a chiamare nel caso che il trapasso avvenisse nella notte e promise di tornare il giorno dopo.

Carlo e Manfred si divisero le incombenze, vegliando cinque ore a testa e così la notte passò. Giacomo dormì anche se non ne ebbe chiara coscienza, in quanto la sua coscienza si affievoliva: ma almeno, grazie al laudano, ciò avveniva senza pena. Il mattino dopo era domenica e Carlo seguì mentalmente la messa che si celebrava nella chiesa castrense alla presenza del conte, degli ospiti, dei dipendenti e della servitù: ma preferì non parteciparvi per non correre il rischio di trovare lo zio già defunto al suo ritorno. Manfred, seduto in poltrona, lesse alcuni passi delle Sacre Scritture, sostituendo in tal modo l'obbligo dell'ufficio divino. Al risveglio i dolori erano ricominciati, un piede si era ormai fatto nero, così altre venti gocce di laudano furono fatte scivolare nella bocca del malato. Verso mezzogiorno arrivò sua eccellenza elegantemente vestito e imparruccato, con in mano un bastone dal pomo d'argento. Si accostò al letto del malato e lo chiamò per nome. Giacomo aprì gli occhi, riconobbe Waldenstein e sorrise.

"Coment vous sentez, mon ami? Faites-vous cuorage et priez le Seigneur" disse con sollecitudine il padrone di casa. Giacomo sorrise ancora e cercò con la sua mano quella del nobile amico, poi la strinse e mormorò qualcosa che Waldenstein al momento non capì. Le labbra comunque si univano in una parole che iniziava con la emme. "Moi?" chiese il conte e accostò l'orecchio alla bocca del moribondo che in uno sforzo supremo riuscì a dirgli: "Merci". Ancora una volta gli occhi di Waldenstein si inumidirono.

"Merci de quoi, mon cher?" chiese con voce rotta. Giacomo bisbigliò appena: "Merci de tout", incerto se l'altro avesse capito. Ma il conte, anche se non aveva capito le esatte parole, aveva afferrato il concetto e di slancio abbracciò quel dolorante mucchietto d'ossa, incapace ormai di frenare il pianto, ma subito si ricompose. Tenendosi le mani i due si guardarono a lungo senza parlare. Poi Giacomo parve assopirsi e il conte si rialzò allontanandosi piano e raccomandando ancora ai due amici di tenerlo informato.

Ma c'era ben poco da informare, ormai. Sotto l'effetto del laudano i dolori venivano attutiti e il sonno avvolgeva il malato portandolo a grandi passi verso la morte. Gliene diedero ancora dieci gocce dopo che ebbero pranzato con le ricche vivande loro inviate dal conte, poi altre venti al tramonto.

"Non gliene stiamo dando troppo?" chiese Manfred a Carlo, ma questi scosse il capo con convinzione.

"Che me ne importa? Se gli allevia le sofferenze!" ribatté. Poi si sedette accanto al letto, alla luce dei soliti candelabri e suggerì a Manfred di andare a dormire, ma il tedesco si rifiutò e preferì andare in anticamera a suonare la spinetta, eseguendo una sonata di Haydn: tanto nelle sale festose e affollate di cacciatori del castello di Dux nessuno lo avrebbe udito.

Giacomo dormiva, o almeno sembrava assopito. Verso mezzanotte si destò e, alla luce fioca delle candele, vide accanto a sé Carlo, sprofondato nel sonno in poltrona. Il freddo notturno era pungente e il malato si preoccupò che il povero ragazzo non si intirizzisse nel sonno. Vedendo una coperta ripiegata ai piedi del letto, destinata a lui all'occorrenza, la prese e con una certa fatica scostò le coltri, posò a terra i piedi gonfi, si alzò barcollando e mosse qualche passo, arrivando al giovane addormentato. Stese poi la coperta su di lui e, amorevolmente, lo coprì.

"Zio che cosa fate?" urlò Carlo destandosi di colpo, ma Giacomo gli sorrideva con un'espressione arguta negli occhi scuri ridiventati improvvisamente limpidi e vivaci come quando era giovane. "Ti copro, altrimenti ti prendi un raffreddore" spiegò stando in piedi. Carlo si alzò di scatto e presolo per le braccia cercò di sorreggerlo e ricondurlo a letto, ma scoprì che il vecchio si sosteneva benissimo da solo.

"Andate a letto, su" lo esortò, inquieto.

"Voglio vedere il cielo: andiamo alla finestra" chiese Giacomo e il nipote capì che non erano ammesse repliche a questo desiderio. Gli fece indossare la vestaglia e lo fece sedere sulla poltrona che spinse verso la finestra; qui aprì i pesanti tendaggi che coprivano la porta a vetri che dava accesso alla balconata. Ma il malato restò deluso. "Non vedo il cielo in questo modo. Voglio vedere le stelle, capisci?". Carlo tentò di opporsi dicendo che il freddo notturno era insopportabile, poi vedendo che non riusciva a convincerlo, lo coprì con due coperte e, aperta la finestra, lo portò sul balcone. L'aria fredda della notte tagliava il viso, le stelle brillavano in un cielo nero. Giacomo respirò profondamente.

"Guarda. Antares lì in alto e più giù il Sagittario. Lo vedi?". Carlo annuì, ma si precipitò dentro a prendere prima uno sgabello che mise sotto il piedi dello zio, poi la trapunta del letto con la quale gli ricoprì le gambe, avvolgendogli i piedi. Giacomo non sentiva.

"Siediti vicino a me. Sai, mi sento bene. Ho voglia di parlare". Carlo prese anche una sedia su cui si sedette tenendogli le mani, freddissime, tra le sue.

"Mi ricordo di tante passeggiate notturne che ho fatto, spesso rincorrendo i begli occhi di una donna che mi aveva guardato per un solo istante. Ero felice! Nell'incertezza della conquista il cuore mi batteva forte e l'amore del momento mi avvampava. Non sapevo come sarebbe finita, ma ero felice così, da solo, sotto le stelle, con una speranza nel cuore. Ero capace di fatiche inenarrabili per dare tutto me stesso a colei che, per un momento, infinitamente amavo. Ora voi volete tutto certo, senza rischi. Ma non avrete mai quelle emozioni, quell'ansia, quella gioia. Io ne avuta e data molta, invece. Del resto per che cosa vale la pena di vivere, me lo spieghi?". Carlo nel buio sorrideva.

"Non lo so, zio. C'è chi vive per sublimi ideali o per fare il proprio dovere di casta o per accumulare ricchezze da lasciare ai figli che le dissipano o per macerarsi di sofferenza per peccati mai commessi o…".

"Sono tutti pretesti inutili, false motivazioni. La vita è tua non della tua casta, dei tuoi figli o di chissà quali padroni. Il tuo padrone è solo Dio, non altri uomini, non astratti o addirittura disumani princìpi, non finte convenzioni. Diffida di chi spaccia ideali, ragazzo mio, e insegnalo anche ai tuoi figli. Solo a Dio devi obbedienza, è Lui a decidere quale vita dovrai avere: a te scoprirlo. E' questa la grande sfida alla tua intelligenza. Io ho commesso molti errori e molti peccati, ma ho sempre sentito che il Signore mi era vicino e non mi abbandonava. Se non avessi sentito questo, in tutte le mie traversie, spesso molto dolorose, sarei impazzito o mi sarei ammazzato: invece ho sempre confidato in Lui e ogni volta mi sono tratto d'impaccio".

Nel frattempo Manfred si era svegliato per andare a sostituire Carlo e, entrato nella stanza del malato, si era accorto con sgomento dell'assenza dei due e li aveva trovati sul balcone. "Ecco Manfred che ci cerca, zio. Rientriamo, su!" suggerì ancora Carlo, mentre Manfred si poneva all'altro lato del malato toccandogli la fronte con ansia.

"No, lasciatemi qui. E' bello! Avete freddo forse? Copritevi, io sto bene" disse Giacomo e rise nel buio di una bella risata aperta e cordiale. Manfred andò a prendere le giacche e i due giovani se ne rivestirono. "Lascio tutto a te, Carlo. Disponi come ti pare della mie cose personali: mobilio, arredi, vestiario, oggetti personali. Mi piacerebbe che tu tenessi la mia collezione di tabacchiere che, ne sono certo, piacerebbero anche a Marion e anche i miei orologi. Capisco che portare a Dresda bauli di porcellane e cristalli non ti entusiasma, ma almeno qualche calice di Murano, se ti riesce, portatelo. Poi hai la mia opera… potrei avere un grande futuro come scrittore postumo, non dimenticarlo. E il mio corpo…" e qui Giacomo sospirò. Carlo esitò alquanto.

"Volete qualcosa di speciale per il vostro corpo, zio. Ditemelo se è così".

"Non voglio darti ulteriori noie, nipote mio. Hai già fatto abbastanza per me, più di quanto meritassi. Sia quindi del mio corpo secondo le consuetudini, anche se preferirei essere cremato all'uso massone. Fate quel che volete e… che potete. Ma se e quando i tempi saranno migliori, vorrei essere portato a Venezia…" e qui si interruppe come in preda alla commozione.

"A Venezia, zio? Ma se vi hanno sempre odiato, a Venezia? Vi hanno perseguitato, insultato, umiliato, incarcerato, scacciato…peggio di così. Perfino a Dux vi hanno dato di più, nonostante tutto" affermò Carlo.

"E' vero! Nemo propheta in patria, purtroppo. Ma io ho amato con tenerezza rabbiosa proprio la città che meno mi ha voluto: si vede che le città sono come le donne. Più ti sfuggono e più ti innamori!"; e ancora quella risata accattivante e fascinosa attraversò la notte di Dux, dando l'impressione a Carlo di trovarsi accanto, nel buio, un uomo giovane, benché non riuscisse a vederlo, non quel vecchio cadente di poco prima. Anche la voce infatti si era rianimata, prendendo un tono salottiero, garbato e vivace al tempo stesso; solo che Carlo non vedeva il viso di colui che parlava poiché la notte li avvolgeva. Non voleva tuttavia rinunciare al piacere di ascoltare quella voce maliosa e vagamente scanzonata, dai toni bassi ma non lugubri, lenta e scandita ma non artefatta, con quel vago ma sensibile accento veneziano che sembrava avvolgere di dolcezza ogni parola e ingentilirla, ma senza false affettazioni.

"Parlate, zio, parlate pure!" disse, agitato.

"Le donne e le città si assomigliano. Non credi? Alcune sono splendide al primo incontro, ti ammaliano con i loro fasti e ti seducono in un turbine di passione. Altre ti fanno soffrire con altalene di promesse e di menzogne, ma alla fine ti appagano con rabbia e voluttà: poi non ne resta nulla. Altre ancora ti avvincono a poco a poco ma non te ne staccheresti più, tanto che te ne allontani solo sotto la minaccia delle armi e passi la vita a rimpiangerle. Poi ci sono quelle crudeli che ti fanno vedere tutte le loro bellezze per negartele o darle ad altri sotto i tuoi occhi, facendoti disperare, piangere, gridare di rabbia. Ma ormai ti sono entrate nel sangue. Ecco, Venezia è così. L'ho stramaledetta per tutta la vita e più la maledicevo, più l'amavo. Per questo avrei voluto morire a Venezia ed essere seppellito nel suo ventre. Almeno così l'avrei alla fine posseduta…quella puttana!" e Giacomo rise, straordinariamente allegro, con una voce di diciottenne, mentre a Carlo vennero i brividi, tanto era sicuro che, per un strana e inspiegabile magia, colui che gli stava accanto nel buio non era più lo zio decrepito ma il giovane abate Casanova, quello che amava le sorelle a due per volta. Manfred a sua volta ascoltava trepido, senza capire una parola, ma abbandonandosi al fascino di quella voce adorabile che vagava nella notte stellata.

"Lo sai, ho avuto e dato molto. In compenso sono soddisfatto della mia vita, anche se non sono diventato celebre, o almeno non per le ragioni che avrei voluto: arte, scienza, cultura. Mi spiace del fatto che per molti imbecilli sarò solo quello delle avventure amorose, quando in giro c'erano mascalzoni ben peggiori di me che le donne, davvero, le rovinavano, e sotto tutti i punti di vista, mentre io mi sarei buttato nel fuoco per ognuna di loro…o almeno per quelle belle!…" e ancora quella risata da ragazzaccio attraversò l'aria tersa. I due amici ascoltarono a lungo quel riso e, solo quando si spense, Manfred indicò verso sinistra dove si stava levando la luna calante. In breve il cielo si rischiarò: le costellazioni disparvero, la via lattea si sciolse e solo gli astri più luminosi rimasero, benché più sbiaditi, a punteggiare il cielo. Anche un gallo cantò, ma subito si zittì.

"Adesso è tardi, zio. Tra un po' sarà l'alba e il freddo aumenterà. Ormai le stelle non si vedono più. Che ne direste di rientrare?". Ma nessuno rispose. "Zio!" lo chiamò più volte Carlo, mentre Manfred gli toccava il viso, il collo, le mani, esclamando infine: "Er ist gestorben". Ma non potevano vedere se era davvero morto, lì, fuori, al buio, con quella mezza luna storta e cattiva. Allora presero la poltrona ai lati, la sollevarono in due e la portarono dentro. Qui Manfred prese da un candelabro l'unica candela rimasta accesa e la portò vicino al corpo inanimato cercando di vedere meglio, ma poco si riusciva a scorgere. Accesero allora tutte le candele disponibili e videro un volto di vecchio, impietrito nella morte, ma con gli occhi aperti che Carlo subito, con la mano, subito richiuse. La prova dello specchio confermò la loro impressione: nessun alito vitale proveniva da colui che era stato Giacomo Casanova. Allora lo sollevarono e lo rimisero nel letto disfatto. In breve andarono ad avvertire il conte di Waldenstein che venne subito, di corsa, in camicia da notte, sinceramente commosso da quella dipartita. Fu lui a mandare dei domestici che lavarono e vestirono il morto, fu lui ad organizzare la veglia funebre la notte seguente e a volere gli specchi coperti e il drappo nero sul pinnacolo alto del castello. I suoi ospiti dovettero aspettare che quel contrattempo fosse finito prima di potersi rilanciare nella foresta a caccia di cervi e caprioli.

Nel tardo pomeriggio del giorno dopo, che era martedì, Giacomo Casanova calò nella tomba all'interno del piccolo cimitero di Dux, presso la chiesetta castrense, accanto ai domestici, ai dipendenti e ai borghigiani del conte di Waldenstein il quale, dopo aver assicurato a Giacomo una vita dignitosa negli ultimi anni, gli assicurò anche una decorosa sepoltura.

Carlo nei giorni seguenti imballò le cose che dovevano seguirlo a Dresda, senza dimenticare la famosa Histoire de ma vie, e vendette il resto ai rigattieri. Molti oggetti, abiti, mobili che, per molteplici ragioni, erano stati cari allo scomparso persero allora ogni valore affettivo, in mano a chi non ne comprendeva il senso. Altri ninnoli furono portati a Dresda, ma gran parte di essi giunse a destinazione praticamente in frantumi, data l'imperizia di Carlo e Manfred negli imballaggi. Quando, pochi giorni dopo, uomini e bauli si allontanarono da quel luogo, anche l'oblio cadde veloce sul castello di Dux.

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