Servizi
Contatti

Eventi


La nave di Ippolito

Tibi Hyppolite semper

Nel tardo pomeriggio del 4 marzo 1861 due uomini vestiti di nero camminavano con aria guardinga sulla banchina del porto di Palermo, non lontano dalla Cala. Il sole stava tramontando mentre la città si accendeva di tutta la sua sontuosa e fatale bellezza animata da gruppetti di persone che si affaccendavano attorno ai venditori ambulanti, sciamavano nelle chiese per le funzioni vespertine oppure semplicemente indugiavano a guardare le acque scure del porto. I due uomini, che parlottavano fitto tra loro, tacendo non appena si avvicinava qualcuno, erano lo scrittore Ippolito Nievo e il suo attendente Salvatore Zaza che per mesi l'aveva accompagnato e servito nelle quotidiane incombenze di vice-intendente dell'esercito durante il governo provvisorio. Ippolito, – reduce dall'improba fatica di due anni prima, il romanzo Le confessioni di un italiano scritto in soli sei mesi, e dall'impresa dei Mille che lo aveva visto volontario della prima ora salpato da Quarto con la nave "Lombardo" – passeggiava nervosamente reggendo una voluminosa cartella di pelle e la sua magra figura nerovestita si stagliava nettamente nella luce crepuscolare. I due uomini camminarono attorno alla Cala e sostarono presso l'alta scalinata della chiesa di S. Maria della Catena, – vetusta cappella di porto così chiamata a causa della catena che per secoli ne aveva chiuso l'accesso di notte – continuando la loro segreta, eppur animata, conversazione.

"Allora hai capito tutto, Salvatore?" chiese Ippolito a bassa voce con un lieve sorriso sospeso tra i baffetti ben curati e il pizzetto appuntito.

"Sì, Voscienza. Aspetterò il vostro ritorno o un dispaccio da Milano che mi dice che cosa devo fare. Nel frattempo custodirò l'inventario dei documenti" declamò Salvatore, tra i continui gesti dell'altro affinché abbassasse la voce.

"Non è un inventario, è un regesto. Comunque terrai quell'elenco, che riassume i dati principali dei documenti che porto con me a Milano. Ma, mi raccomando Salvatore, nascondilo con cura" e Ippolito, con i suoi occhi vivaci, guardò in fondo a quelli, nerissimi, dell'attendente.

"Vostra Eccellenza non deve dubitare di-mmia. Ma, per carità di Dio, state attento! Ho visto tante facce tinte qui attorno. Se fossi in vossìa, Eccellenza, io non partissi!" e Salvatore, mescolando dialetto millenario e italiano di recentissima acquisizione, manifestò apertamente tutta la propria preoccupazione.

"E che dovrei fare? Restare qui a subire: angherie, sospetti, accuse, intimidazioni, di tutto ormai. Se io fossi in te Salvatore mi esorterei anzi a partire di corsa nella speranza di salvare questa terra prima che venga consegnata al peggiore di tutti i suoi dominatori: le cancellerie ministeriali" e rise affabile, mentre un sorriso tirato fece capolino anche sul volto bruno di Salvatore. "Ma non lo vedi, amico mio, cosa sta succedendo? Siamo arrivati qui pieni di entusiasmo decisi a liberare questa splendida parte d'Italia dai soprusi di secoli. E il risultato? Stanno ricominciando come prima, anzi peggio di prima." e Ippolito sospirò.

"È sempre stato così, Eccellenza. Questo popolo non ha mai avuto pace e mai l'avrà. La Sicilia è troppo bella per non desiderare di mangiarsela viva e tutti quelli che arrivano l'hanno fatto. I Piemontesi non sono diversi. Come quello che ha fatto fucilare la gente vicino a Catania, poveri Cristi!" e Salvatore si segnò.

"Già, Bronte! Un orrore giunto a puntino, per qualcuno!" commentò Ippolito guardando il mare, sempre più scuro. L'osservò per un po', poi si riscosse e aggiunse: "Vedi Salvatore, alcuni di questi Piemontesi come li chiami tu, anche se non sono tutti tali, stanno ripetendo quello che hanno fatto tutti gli altri da tremila anni a questa parte, cioè trasformare la Sicilia in una colonia. Questo bisogna impedirlo… o almeno, provarci".

"Non so che sia questa colonia, Eccellenza. Ha a che fare con una colonia penale?" chiese Salvatore e, alla risata di Ippolito, osservò: "Lo so, vi faccio ridere perché parlo male l'italiano e non sempre lo capisco, ma veramente non so cos'è una colonia". Lo scrittore scosse il capo e rispose: "Tutto sommato non è molto diverso. Sarebbe che una potenza vincente, credendosi superiore, che so, per razza o per volontà di Dio, assoggetta una terra conquistata e la sfrutta facendo lavorare come schiavi tutti gli abitanti, rubando le loro ricchezze, oppure lasciandoli impoverire, comunque mettendoli in uno stato di inferiorità. Nelle colonie i vincitori mandano un proconsole, cioè un funzionario statale con licenza di predare quel che può, anche per sé, come Verre che a Siracusa si rubò anche le maniglie delle porte e divenne ricco sfondato!".

"Con chi? Con i Borbone o con i Piemontesi?" chiese allarmato Salvatore.

"Ma no, era quasi duemila anni fa!" e Ippolito rise ancora. Poi riprese: "Nella colonia non si governa, si ruba e tutto è lecito, anche usare i malandrini come intermediari. Qui c'è molta delinquenza e parecchia corruzione, da secoli purtroppo. Quei cosiddetti "uomini d'onore" che il popolo venera e ammanta di leggende sono, come sai, gli scagnozzi dei latifondisti, i gabellotti che fanno digerire al contadino i patti agrari che il signore gli impone, magari su terre demaniali usurpate... Questa gente ha fame, Salvatore, e la libertà non è roba che si mangia. È inutile fare bei discorsi e poi aumentare le tasse! Però certuni non hanno intenzione di cambiar le cose, lasciando maturare la popolazione, magari con l'aiuto dei parroci, che il popolo lo conoscono. A Torino c'è gente che ha mandato avanti noi, con Garibaldi, o ha lasciato che andassimo, e adesso ci fa le scarpe per poi potersi comportare comodamente alla stregua dei Borbone, o peggio.".

Salvatore aveva seguito con attenzione tutto il discorso di quello strano colonnello che, per mesi, aveva seguito notte e giorno, da quando, dopo Calatafimi, aveva avuto l'ispirazione ad arruolarsi e, come per incantesimo, era corso dietro a quella ventata di camicie vermiglie e bandiere a strisce. Per questo aveva abbandonato il paese, la famiglia, il lavoro di bracciante alle dipendenze di un insaziabile latifondista. Aveva lasciato la moglie già con un bambino e per di più incinta, era forse considerato un fetuso da tutti i compaesani ma non gliene importava niente, tanta era stata la voglia di esserci, di vedere, di scoprire la storia che passava quasi alla porta di casa. Poi quel padrone-scrittore, che padrone non voleva essere, così bravo, così gentile, così giovane, ma osteggiato da tutti quegli alti papaveri calati giù da Torino, mandati da quel Cavour che stava sullo stomaco a quasi tutti gli amici di Garibaldi, ma che invece comandava e disponeva, anche se il principale, tempo prima, gli aveva spiegato che in realtà era il re a comandare, sostenuto dalla nobiltà militare. "Allora è come con i Borbone!" aveva esclamato Salvatore e pensato tra sé: "Che fregatura!".

Ippolito si era incamminato da solo verso Piazza Marina, distanziando un po' l'attendente. Nel grande spiazzo, su cui convergevano strade oscure e umidicce, crescevano come in un giardino tropicale alberi giganteschi e lussureggianti, che d'estate buttavano fiori bianchi, carnosi, grossi come cavoli. Ippolito amava quel luogo e vi si era recato spesso durante il soggiorno palermitano ad ammirare quelle piante africane che, quasi per dispetto, prosperavano senza che nessuno le curasse. Si sedette sopra un enorme ramo trasversale posando la cartella accanto a sé e contemplò assorto i voli degli uccelli ascoltandone i vari canti. Palermo odorosa di aromi, – aveva spesso pensato – città incantata ed enigmatica, opulenta eppur miserabile, dai fatiscenti splendori e dalle scenografiche decrepitezze, luogo unico al mondo che fin da subito aveva amato con sgomento e passione, esplorandolo giorno per giorno, ascoltandone le voci, assaporandone gli odori e i sapori, spesso troppo violenti. Palermo stordiva come un profumo troppo forte, al di là dell'umana sopportazione, ma il fascino che emanava era irresistibile, come il canto delle sirene, come una fattura d'amore, per chi lo sentiva naturalmente, per chi sapeva vedere al di là delle incrostazioni che la storia aveva lasciato e le sapesse amare, anche quando sembravano "degrado da risanare", come avrebbe di certo sentenziato qualche urbanista settentrionale . Ma, la Palermo degli Arabi i cui giardini di delizie si stendevano attorno alla Chiesa della Magione, la Palermo dei Normanni dai palazzi guerreschi e dalle chiese incrostate di mosaici d'oro, la Palermo degli Svevi e degli Aragonesi ricca ed emancipata, e ancora più lontana nella storia, la Palermo dei Fenici e dei Romani, emporio brulicante di traffici affacciato sull'azzurro del mare, circondata di agrumeti e di officine, ecco, quelle città, l'una sull'altra, sempre per chi avesse gli occhi per distinguerle, tutte insieme raccontavano la storia di un luogo quasi divino.

"Che terra benedetta da Dio!" sospirò Nievo quando Salvatore gli fu arrivato vicino. "E maledetta dagli uomini!" aggiunse l'attendente. Ippolito lo guardò con aria interrogativa scoprendo per la prima volta nel suo sottoposto l'anima di un filosofo e sorrise con un po' di tristezza "Tu non credi che valga la pena di combattere per tutto ciò, vero Salvatore? Spiegami perché" gli chiese, invitandolo a sederglisi accanto sul possente ramo. Salvatore si accomodò e disse a testa bassa: "Non lo so, Eccellenza. Forse sbaglio, ma credo che i vostri avversari sono più grossi e cattivi di vossìa e ho paura che vi fanno fare una brutta fine. E, se succede, poi la fanno fare anche a-mmia". Per un po' si udì solo il canto melodioso dei merli, già in amore.

"Sssssì, c'è questo rischio, amico mio, non me lo nascondo. Forse tu pensi che io sia ingenuo e idealista, babbu insomma. Ma non è così. Ho messo tutto in preventivo, sai. Sento però il dovere morale di tentare. C'è un elemento che tu ignori dato che leggi al minimo: la stampa. Al nord la gente legge; è una minoranza che lo fa, ma sono quelli che contano. L'Italia unita l'hanno fatta i letterati. Non è stato il popolo, purtroppo, ma non sono stati neanche i politici e i maneggioni. È stata la classe colta che, un po' alla volta, ha convinto la borghesia, la quale, a sua volta, vi ha intravisto un incremento dei commerci e dei traffici. Tutto qua. Gli intellettuali volevano l'unità d'Italia per un'aspirazione ideale, i borghesi per diventare più ricchi, ma alla fine si trattava della stessa idea. E i giornali servono proprio a questo: a diffondere le idee. Molti di loro sono stati dalla nostra parte, fin da subito. E anche ora che l'idea si è in parte realizzata sono i giornali a controllare i politici, a criticarne le iniziative, a denunciare gli eventuali soprusi,. E siccome l'Italia, monarchica o repubblicana che sia, sta nascendo comunque costituzionale, ecco che nessuno si può permettersi di censurare i giornali. I Borbone lo facevano, gli Austriaci anche, ma nella nuova Italia non si fa. Allora io, con tutta la mia documentazione di mesi, andrò a Milano dai miei amici che stanno nei giornali, nei circoli culturali e borghesi della città, dove c'è la nuova classe dirigente di questo paese. Sto parlando degli industriali, dei mercanti, del ceto medio imprenditoriale e professionale, quello che qui quasi non esiste. Costoro leggono i giornali e quando verrà fuori tutto ciò che si cerca di fare qui attraverso un manipolo di burocrati e di sbirri, reclutando la stessa delinquenza per mantenere l'oppressione del popolo….beh, Salvatore, credo che i responsabili passeranno un brutto quarto d'ora. Certo, tutto sta a far arrivare questi documenti a Milano. Ma appunto per questo, capirai, non potevo mica spedirli con le Regie Poste! Anzi sono tornato apposta per prenderli".

"Ma Voscienza, siete sicuro che queste persone così intelligenti e moderne, di Milano, capiranno tutte queste cose? Siete sicuro che saranno dalla vostra parte?" e Salvatore guardò perplesso Ippolito che, nella penombra della sera, dopo un momento di esitazione, rispose: "Sì, ne sono sicuro!". Poi, dopo aver ancora riflettuto, aggiunse: "E poi sono uno scrittore, un uomo d'ingegno, oltre che un combattente per la libertà. È mio dovere raccontare la verità, a costo di essere critico verso il potere. Altrimenti, senza il mio precedente, gli intellettuali della futura Italia sarebbero un'accozzaglia di vili, pronti a vendersi al miglior offerente e a piegare la testa sotto il tacco dei potenti. Questo non dovrà mai accadere! Noi che l'abbiamo voluta, questa Italia unita, abbiamo anche il dovere di dare l'esempio. Il mio ruolo, come scrittore, è quello di non scendere a compromessi. Un giorno il "caso Nievo" potrebbe costituire un precedente importante nell'archivio della coscienza nazionale. Altri scrittori, poeti, artisti, potrebbero trovare proprio nella mia povera persona lo sprone per proseguire una battaglia civile. Per loro, e per me stesso, devo farlo". Si alzò che era quasi buio e fece per prendere la cartella, ma Salvatore l'afferrò per primo dicendo: "Lasciate, Eccellenza, ve la porto io". Il tramonto infuocato si stava spegnendo verso il Monte Pellegrino, sulla cui cima si ergeva il santuario di Santa Rosalia, protettrice della città. Ippolito lo guardò e disse sospirando: "A' Santuzza nostra!" imitando la pronuncia palermitana. "Su, Salvatore, non essere triste. Tornerò, vedrai. Tornerò dopo aver suscitato il giusto scandalo. Lo capiranno anche i nostri avversari della Destra. Quel che è indegno è tale, anche se a compierlo sono quelli della propria parte. Sono convinto che perfino Cavour, che è gran diplomatico e tecnologo, pur non avendo mai voluto annettere il meridione all'Italia, si indignerà quando saprà quel che succede qui. Sto scrivendo un saggio sulla Sicilia e sulla politica in queste terre che la storia pare aver abbandonato da secoli. Si intitola La rivoluzione nazionale e spero di pubblicare anche quello. Insomma farò quel poco che potrò, che so fare, che spero sia utile. Del resto io nella vita so solo scrivere …".

"Non è vero Voscienza!" obiettò l'attendente "voi sapete anche combattere, non vi tirate indietro neanche con la baionetta a ferru friddu. Siete anche un grande cacciatore. E poi avete amministrato i soldi del governo provvisorio, senza prendervi neanche un centesimo. Non è vero che sapete solo scrivere!".

"Già, per quel che mi è servito! Mi sono attirato solo critiche. E adesso che il governo provvisorio lascia, adesso che il partito di Cavour è al governo e noi all'opposizione, adesso… è finita. Per loro sarà finita, forse, ora che hanno mandato il generale a Caprera! Ma non per me". E Ippolito prese a passeggiare nervosamente verso il molo, dove si stagliava la forma tozza della piccola nave a vapore su cui di lì a poco sarebbe salito. I marinai stavano rumorosamente completando le operazioni di carico del carburante e il vapore aveva ingoiato nella sua grossa pancia nera un'enorme quantità di carbone.

"E a Napoli che farete, signore? Come proseguirete fino a Milano?".

"Non lo so Salvatore. È meglio che decida all'ultimo momento. Cercherò forse un postale o un altro vapore che mi porti fino a Genova. Da lì mi sarà tutto più facile, almeno spero" rispose il giovane scrittore, anche se un'ombra di malinconia si avvertì nelle sue parole. Salvatore posò la ponderosa cartella, guardò verso la città le cui luminarie sfolgoravano, poche ma abbaglianti, solo in alcuni luoghi e osservò: "C'è festa anche stasera nel palazzo dei marchesi Montefiore". Ippolito tacque, poi obiettò: "Sì, e per far scintillare i lumi a petrolio in poche residenze altolocate, il resto della città vaga nelle tenebre. Si vede già ad occhio che c'è molto da cambiare qui!". Poi chiese: "Lo sai come si chiama questa nave, nera e fumigante, su cui sto per imbarcarmi?" e alla risposta negativa di Salvatore continuò: "Si chiama Ercole. Pensa, Ercole! Come l'eroe delle dodici fatiche, un po' come me, dopo aver combattuto a ferro e a fuoco, cacciato, scritto poesie, drammi, romanzi, conseguito una laurea in legge controvoglia, amministrato scarse finanze e quant'altro, sempre inquieto e malinconico, tranne che nel mio Friuli, il piccolo universo della mia infanzia dove forse un giorno tornerò a vivere… una volta compiute tutte le mie imprese, naturalmente. Non ti sembra una strana analogia?".

"Non lo so, Eccellenza, non lo so. Ma vi ripeto che ho visto facce di mascalzoni qui attorno. Non sto tranquillo, Eccellenza! Fatemi venire con vossìa. Vi proteggerò con la mia forza, ne ho tanta sapete. Le mani mie hanno calli duri come pietre e ho lavorato come una bestia per tutta la vita. Starò sveglio tutta la notte e se qualche fetuso si avvicinerà alla cabina vostra lo prenderò e lo butterò in mare di peso prima di sapere chi è". Ippolito scosse il capo a queste descrizioni. "No, amico mio. Tu devi custodire e nascondere il regesto". "Ma chiddu a che vi serve, Voscienza, se avete i documenti e avete a-mmia come guardiano?" e Salvatore non si accorse di star parlando del tutto in dialetto.

"Guarda che mi difendo benissimo da solo, Salvatore. Non dimenticare che stai parlando con un Cacciatore delle Alpi, una delle mie dodici fatiche" e nel dire questo Ippolito diede un piccolo colpo sordo alla fondina della pistola carica che teneva allacciata alla vita. Salvatore allora prese a supplicarlo in tono concitato.

"Nel raccomandarvi io parlai come a un amico, Eccellenza, anche se sono indegno di credermi a livello vostro, ignorante come sono". Ippolito ridendo gli batté una mano sulla spalla: "E invece no, tu sei pari a me. Ma non ti preoccupare. Anche se i rischi non mancano ne vale sempre la pena !".

Intanto erano arrivati i bauli portati da due facchini con un carretto. Ippolito li controllò alla luce fioca del lampione a gas e ordinò che fossero trasferiti a bordo dove, nel frattempo, la caldaia era già accesa e i motori si scaldavano prima della partenza. Altri servitori giunsero poco dopo con una tavola di legno su cui erano sistemati dei piatti coperti, bottiglie, vassoi e vasellame in gran quantità. "È il desinare di Voscienza" spiegarono e anche a loro Ippolito fece cenno di portare tutto nella sua cabina. Entrò a sua volta, seguito dall'attendente, percorrendo la malferma passerella, attraversò il ponte, salutò i marinai che incontrò, raggiunse la cabina a lui destinata, ne controllò il letto, l'armadio, la latrina, fece ispezionare tutto anche a Salvatore. "Così stai più tranquillo" gli disse. I vassoi furono sistemati sul tavolo e, usciti i servitori, chiusa la porta della cabina, Ippolito posò la sua grande borsa di documenti sopra il letto dove si sedette. Ma Salvatore continuava ad essere agitato.

"Avete notato? Non c'è quasi nessuno in questa nave" osservò.

"Ci sono i marinai, il capitano, i fuochisti…" commentò Nievo.

"Sì ma… i passeggeri? Eccellenza, qui c'è qualcosa di sporco! Tutte le sere la nave che parte per Napoli è piena a-ccussì" e Salvatore fece un gesto riunendo tutte le dita di una mano. Ippolito lo ascoltava con attenzione. "E mi volete spiegare perché proprio stasera non c'è nessuno? Cà nuddu c'è! Siete solo voi il passeggero! Eccellenza venite giù per piacere o fatemi venire con vossìa!".

Ippolito si sedette sul letto e rifletté per un momento. Mille pensieri parvero affastellarsi nella sua mente, mentre il suo sguardo vagò per qualche istante sugli arredi della cabina: la lampada a petrolio dal cappello in vetro verde, le maniglie di ottone del comò, il piccolo divano a panca coperto da un lungo cuscino verde, l'oblò da cui per la sua magrezza sarebbe forse potuto anche sgusciar fuori. Un'espressione cupa e triste gli passò negli occhi, su quel viso affilato, pallido nel chiarore incerto del lume, una piega amara increspò i baffetti da giovane ufficiale, arrivato neanche un anno prima pieno di ebbrezza libertaria insieme a quel migliaio di ragazzacci entusiasti. Ci fu smarrimento, certo, forse paura, ma fu solo un momento. Poi un sorriso beffardo gli affiorò alle labbra. Guardò Salvatore con l'espressione intelligente e ironica che da sempre lo distingueva, poi disse: "Potrebbe anche essere, Salvatore. Non nego che ci sia del vero in quello che dici. Ma perché scendere? Che cosa possono farmi? No, non interrompermi, lasciami dire. Starò tutta la notte e anche domani in questa cabina, sprangato e armato: al minimo segno di effrazione sparerò. Ho una scatola di cartucce nel baule, sufficiente per tenere a bada dieci avversari". Salvatore chiese subito di poter aprire il baule e controllare, trovò le cartucce, le annusò, le soppesò.

"Allora fatemi venire con voi!" esclamò.

"No, tu hai un altro compito. È deciso! Forse è solo una messinscena per intimorirmi. Adesso tu scenderai, da bravo, io cenerò e poi mi metterò a letto, con la pistola sotto il cuscino. Chiuderò la porta a chiave e a paletto e ci metterò il comò contro. Non potranno nuocermi, a meno che non siano almeno in sette-otto".

"Qui a bordo ci sono almeno venti marinai, Eccellenza!" sbottò Salvatore.

"È vero, ma non credo che degli uomini di mare accetterebbero di compiere un omicidio, tutti insieme intendo. E poi cosa racconterebbero alla Capitaneria di porto? Credo di poter benissimo affrontare questa situazione che ritengo – e te lo ripeto – una messinscena intimidatoria organizzata proprio allo scopo di farmi scendere e indurmi, magari, a partire in carrozza. Allora sì che mi potrebbero assassinare con comodo, anche simulando un attacco di briganti. No, Salvatore. Questa nave è ancora il mezzo più sicuro!". Detto ciò Ippolito si alzò dal letto e, avvicinatosi a Salvatore, gli ingiunse di andare.

"Non ti preoccupare, mi chiudo immediatamente!" promise.

"Aspetterò che l'abbiate fatto prima di scendere da qui" e, detto questo, Salvatore prese la mano del suo principale per baciargliela.

"Ma che fai? Non sono mica un vescovo!" protestò Ippolito togliendogli la mano e ridendo. Poi allargò le braccia e si abbracciarono come due cari amici.

"Vai tranquillo, picciotto! So badare a me stesso!" ribadì Ippolito Nievo. Salvatore sorrise mestamente e lo salutò con un: "Arrivederci a presto, Eccellenza!". Ippolito sorrise a sua volta, gli aprì la porta e lo fece uscire. Poi chiuse subito a chiave, sprangò i due catenacci, trascinò il comò fino alla porta. "Hai sentito? Ho chiuso, puoi andare!" disse, e Salvatore salutò ancora, da fuori. Poi scese mentre già i marinai si preparavano a salpare. A terra, cercò di identificare l'oblò della cabina, vi si mise a tiro, salutò ancora con la mano, ma non seppe se il principale l'aveva visto. Rimase a lungo, lì, sul pontile ormai avvolto dall'oscurità, fino a che la nave "Ercole", con un lungo fischio e un gran rollìo di catene e carrucole, si staccò lenta dal molo meridionale del porto di Palermo. Solo allora, nel buio, una lacrima corse sul volto di Salvatore.

° ° °

Nella notte successiva, forse prima dell'alba del 5 marzo 1861, in un momento non ben identificato e in un luogo tuttora ignoto, la nave a vapore "Ercole" affondò nelle acque del Tirreno portando con sé la giovane vita di Ippolito Nievo, i suoi documenti e tutto quanto, uomini e cose, si trovava a bordo. Non si è mai saputo se si sia trattato di un tragico incidente o di un attentato. In mare non fu trovato alcun relitto, come se la nave fosse stata inghiottita nel nulla. Due giorni dopo, quando la notizia del naufragio non si era ancora diffusa, il cadavere di Salvatore Zaza fu trovato sulla strada per Lercara, suo paese natale, accanto a un cavallo anch'esso morto. Nessun oggetto fu rinvenuto accanto al defunto. La polizia archiviò in fretta il caso come un accidente legato al nascente fenomeno del banditismo.

Materiale
Literary © 1997-2020 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza