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Ogni libro è formato da una congerie più o meno ampia di parole, frasi, figure retoriche, che come tessere di un mosaico tendono a formare una figura, dare un messaggio. Capita a volte che le tessere del mosaico, anzi la materia di cui sono composte – le emozioni che assillano l'autore nella ricerca di mezzi espressivi, in questo caso le parole – si pieghino all'intera figura, incalzino, spingano, non si adattino se non comprimendosi e un po' deformandosi, al quadro che ha in mente l'artista. È il caso di questo poderoso romanzo di Alìda Casagrande, nel quale la materia razionale, fantastica e sentimentale che le urge dentro e si riversa in pagina per trovare vita reale, è ribollente, non sopporta troppa chiarezza né ordine, tenta di imporsi senza badare eccessivamente alle regole della comunicazione.

Legami di sangue tratteggia una passione vera che si inserisce negli aggrovigliati rapporti di tre gemelli e fomenta una lotta mortale. L'autrice dichiara nel suo incipit l'intenzione di dar voce ai "fatti nudi e crudi così come sono realmente accaduti", malgrado riconosca, pirandellianamente, che ciò, comunque, è solo uno dei punti di vista della tragedia: "la mia verità; non esiste una verità assoluta che vada bene per tutti".

Non è un libro leggero, di svago, anzi. Il protagonista afferma che "i vincoli di sangue non portano bene... questo bambino sarebbe stato il nostro legame di sangue, il nostro vincolo di sangue... e vedi bene che non ha funzionato... i legami di sangue portano solo dolore, disperazione.. . (p. 149)"; e la domanda successiva senza risposta: "perché, più amiamo... più vogliamo ferire?" illustra adeguatamente l'atmosfera del romanzo e ne fornisce la chiave interpretativa: la ragione, l'esperienza, la logica delle cose, negano la speranza, uccidono i sogni che sentimenti e passioni generano testardamente nel corso della vita. E uscire dai sogni significa affondare nella melma dell'ipocrisia, dell' assurdo, dell' odio.

Una Treviso silenziosa, nominata più che vista, avvolta di nebbia, fango e neve fa da sfondo alla vicenda narrata. L'antefatto è il precario e problematico equilibrio accettato o subito con diversa dose di malasorte, ipocrisia, consapevolezza da tre gemelli, due maschi e una femmina. Il maschio dominante, Toni – reso zoppo, esternamente, da un incidente, e interiormente dalla moglie insignificante e dal figlio handicappato – occupa la scena in modo debordante; la femmina, Serena, è imbelle, succube e depressa anche se in grado non ben definito; il maschio non dominante, Giorgio – responsabile della disgrazia del fratello – è sempre assente, sostituito sulla scena dalla moglie Mariposa, la protagonista.

I tre fratelli hanno tagliato il traguardo dei cinquanta (Giorgio i dieci anni di matrimonio) e la loro madre è morta da poco quando la situazione precipita: Mariposa e il cognato Toni danno vita a un duello sui generis – impastato di travolgente passione, tortuosi calcoli razionali, progetti di rivalsa contro terzi, ipotesi di vita futura o di punizione esemplare, narrato ora in prima, ora in terza persona – che non lascia vincitori sul campo.

Alla fine un manto di tragica amarezza copre tutto e tutti, malgrado l'apparizione di un giovane innesto che dovrebbe tenere in vita la speranza.

Recensione
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