Servizi
Contatti

Eventi


Racconti di Burano
Anna l'ultima cortigiana

La nascita di Anna nel 1910 mise fine a una nidiata, quasi esigua per quei tempi, di cinque figli, di cui un solo maschio. Le tre ultime erano nate nel giro di quattro anni e furono, fin da piccolissime, molto affiatate. La loro famiglia nell'isola dell'arcobaleno, nell'incantevole atmosfera quieta e silente della laguna, era una delle poche a non occuparsi di pesca, in quel luogo dove per secoli non si era visto altro se non pescatori, merlettaie e tanti, troppi, bambini. Il padre, Fulvio Zanin, era un modesto impiegato comunale che lavorava all'anagrafe e registrava con eleganti svolazzi d'inchiostro le continue nascite di quei tempi, con famiglie di otto, dieci, anche tredici o quindici figli. Benché le possibilità economiche fossero scarse, una certa distinzione caratterizzava la loro famiglia, imparentata con quelli che erano considerati, nella generale miseria, i magnati dell'isola, e venivano perciò detti "i Baroni", gente cattiva, arrogante, di pessima fama. Tutte le ragazze Zanin invece erano andate a scuola oltre le elementari, che già pochissimi frequentavano fino alla sesta, e un convitto di religiosi a Venezia aveva ospitato i primi due negli anni della scuola superiore.

Con le tre più piccole però le cose diventarono critiche per Fulvio Zanin. La moglie era morta di tifo, contratto per l'abitudine isolana di mangiare cozze crude pescate all'uscita dei canali, dove alla mattina presto si vuotavano i pitali. Erano molluschi enormi e succulenti grazie all'apporto organico del materiale fecale, ma ripeterlo non valeva a nulla e ogni estate era una strage nell'isola, specialmente tra i bambini: quelli piccoli, che annegavano prima ancora di imparare a nuotare, e quelli più grandicelli che passavano le giornate a mollo nelle acque salse e si ingozzavano di mitili, tra i quali primeggiavano le cozze gonfie di vibrioni. L'abitudine tuttavia non demordeva neanche tra gli adulti e non c'era epidemia, con relativo strascico di funerali, che valesse a stroncarla e così Linda, indotta in tentazione dalle amiche che si erano presentate in casa con un pentolone pieno d'acqua in cui giacevano nere e allettanti le cozze, se ne era andata in due giorni lasciando cinque orfani. Fulvio richiamò in casa la figlia grande, Clara, che intendeva farsi suora e la pregò di occuparsi delle sorelline, mentre il maschio, di lì a poco diventato ragioniere, cercava lavoro in città.

Anna odiava con tutta l'anima quell'isola di mangiacozze e il giorno del pentolone aveva supplicato la mamma di non mangiare di quella roba, ma inutilmente. Aveva finito le elementari con profitto e nella sua classe la odiavano tutti perché rispondeva sempre alle domande e parlava in italiano. Per di più stava crescendo di una stupefacente bellezza, più delle sue due sorelle maggiori che pure erano avvenenti. Elsa e Dora la precedevano di poco nella scalata alla vita e tutte e tre erano convinte di una cosa: non volevano vivere lì, sposarsi a sedici anni e fare dieci figli, non volevano andare a letto con un pescatore puzzolente, vivere in una casa miserabile con il cartone alle finestre al posto dei vetri, diventare cieche a forza di lavorare il merletto per integrare le esigue entrate del marito, sottopagate, sfruttate, talvolta picchiate nel caso in cui lo sposo fosse dedito alla bottiglia. Elsa, prima ancor di compiere i quindici anni, era già convinta di ciò che voleva: affinarsi nei modi, finire le scuole, conoscere gente elegante, sistemarsi con un lavoro o con un uomo importante e, soprattutto, non crepare di stenti. Dora che aveva tredici anni voleva fare tutto come la sorella, senza riserve e, con modellini e scampoli a poco prezzo, studiava l'abbigliamento di entrambe in attesa di debuttare in società. Anna era la più sola, la più triste. Non aveva amiche come le sorelle, non provava gusto nel gioco crudele di confrontarsi con gli altri, per umiliarli o schernirli. Così pregava il padre di portare tutti a vivere in città, in modo che la maggiore potesse ritornare al suo convento e il fratello avesse un punto d'appoggio per il lavoro a Venezia che prevedeva orari ossessivi, impossibili per un pendolare; in realtà premeva soprattutto per se stessa, per andare via da quell'isola che non sopportava.

Il padre tuttavia aveva il lavoro lì e non era facile ottenere un trasferimento d'ufficio. Ben presto si era convinto anche lui della maggiore praticità di una residenza a Venezia, ma le cose non erano semplici; così fece domanda, iscrisse anche Anna alle commerciali femminili, e attese. Alla mattina di buon'ora gran parte della famiglia partiva con il vaporetto, diretta in città: Aldo al nuovo lavoro, Elsa all'avviamento lavoro, Dora e Anna alle commerciali. Ma era una vita estenuante. Le tre ragazze si ritrovavano alle due al pontile del ritorno, con una magra colazione che consumavano in silenzio durante la lenta traversata della laguna settentrionale. Erano a casa alle tre e dovevano mettersi subito a fare i compiti o ad aiutare la sorella maggiore, immusonita per quell'impedimento nei suoi progetti. Aldo ritornava solo alle nove di sera per ripartire alle sette del mattino dopo. I figli esasperati cominciarono a chiedere al padre di fare lui il pendolare con l'isola: avrebbero affittato una casa alle Fondamente Nuove, proposero in coro, vicino al pontile d'imbarco per le isole, dove lui avrebbe avuto il vaporetto quasi sulla porta di casa, con poco sforzo. Ma Fulvio esitava: a cinquant'anni gli si prospettava una vita di sacrifici non indifferenti e anche l'idea di andare a pranzo da suo fratello sindaco non lo entusiasmava…quella casa, quella moglie sempre a muso duro, no per carità. Ma anche i suoi figli ormai erano tutti a muso duro.

Nel vaporetto delle due che ogni giorno riportava indietro le tre ragazzine c'era un signore distinto, elegante, di mezza età, che le aveva notate; la loro serietà e bellezza, la loro solidarietà nello stare sempre assieme dividendo fino all'ultima briciola la magra colazione lo avevano colpito. Un giorno il gentiluomo le agganciò con discorsi generici, informandosi sulle loro attività. Erano educatissime, notò, e alle sue domande solo la maggiore rispose, con proprietà e assennatezza, mentre le altre due ascoltavano sorridendo. Nei viaggi successivi l'uomo, un ricco proprietario terriero che si recava ai suoi possedimenti nell'isola vicina, approfondì la conoscenza con le tre fanciulle, comprese la loro ansia di successo e come stessero preparando con cura la propria formazione, ne apprezzò la buona volontà e l'intelligenza. Da allora vi fu tra loro una specie di tacita intesa e le tre fanciulle sapevano che lo avrebbero trovato sul vaporetto per scambiare due parole con lui. Un giorno di febbraio il signore le salutò con tristezza. "Da oggi smetto di andare a controllare le mie terre. I lavori di ristrutturazione della villa e dei casoni circostanti sono finiti e la mia presenza non è più necessaria" disse pacatamente aspettando una reazione delle tre sorelline.

"Vuole dire che non la vedremo più signor conte Canciani?" domandò Elsa dopo un momento di esitazione.

"Credo proprio che sia così, mie belle bambine" rispose sospirando il gentiluomo.

"Ci dispiace molto. Parlavamo molto volentieri con lei" disse Elsa con dolcezza. Era ciò che lui aspettava con ansia da settimane, da quando viaggiando su quel noioso mezzo di trasporto, aveva notato quei tre boccioli di rosa e se ne era innamorato.

"Vorrei rivedervi, comunque. Potreste venire a trovarmi ogni tanto nel mio palazzo di Venezia. Ho tanti amici e amiche, ma mi sento solo. La mia vita è vuota. Vivo separato da mia moglie, i figli vengono a trovarmi solo quando hanno bisogno di soldi. La presenza di creature fresche come voi sarebbe un balsamo per le mie sofferenze…"

Le tre fanciulle si guardarono perplesse. "Sì ma…come potremmo noi lenire le sue sofferenze, signore?" chiese Elsa con interesse.

"La vostra presenza, mi basterebbe solo la vostra presenza…" e il conte si asciugò febbrilmente la fronte con un fazzoletto ricamato.

"Ma noi dobbiamo studiare, imparare" ribatté Elsa "non abbiamo tempo per coltivare amicizie. O meglio…dobbiamo pensare al nostro debutto in società. Se ci potesse aiutare, le saremmo molto grate" ed Elsa guardò con aria interrogativa il suo interlocutore.

Il conte si sentì invadere da un entusiasmo che mozzava il fiato. "Sì bambina mia, certo. Figurati! Conosco tutte le migliori famiglie, tutti gli ambienti altolocati. Ma devi ancora perfezionarti, sai, imparare a parlare meglio, hai un accento da gondoliere che fa paura ".

Elsa sorrise: "Sì è vero. E' la nostra isola che marchia le persone" ammise.

"Ma io vi farò studiare dizione, e non solo. Imparerete il portamento, il buon gusto, l'eleganza, il francese. Avete già delle buone basi, ma non basta, figliole care, no. Se verrete da me vi insegnerò tutto. Non ci sarà niente di utile nella vita che non imparerete dal sottoscritto. Ve lo prometto, anzi ve lo giuro!" e il conte, a suggello della promessa, si inginocchiò ai loro piedi baciando quelle piccole mani infreddolite, tra gli sguardi stupiti e curiosi dei pochi viaggiatori.

Fu deciso che la settimana successiva tutte e tre avrebbero marinato la scuola per andare a vedere il palazzo di favola in cui il gentiluomo abitava, solo con numerosa servitù. Fu fissato il giorno e le tre ragazzine, seguendo le precise indicazioni del conte, giunsero nell'ora convenuta alla porta scura e pesante del palazzo. Era un giorno di freddo glaciale, con un vento di bora che tagliava come una lama e, nei loro cappottini striminziti, avevano tutte e tre i brividi. Esitarono a lungo davanti al portone di palazzo Canciani guardando un'imponente testa dorata di leone che stringeva tra i denti un vistoso battente ad anello, poi decisero per il campanello che si azionava con un grosso pomo, anch'esso dorato, a lato della porta. Attesero un minuto prima che arrivasse qualcuno ad aprire: un vecchio domestico vestito di nero.

"Siamo le signorine Zanin e siamo attese dal signor conte Canciani" spiegò compunta Elsa.

"Si accomodino!" rispose il maggiordomo che si scostò per farle passare.

Entrarono in un cortile quadrato, come un campiello, con il pozzo centrale in pietra scolpita, su cui si affacciava per tre lati il palazzo, mentre il quarto era occupato dal muro di cinta su cui si trovava il maestoso portone. Nell'ala di fronte, una monumentale scala a spirale, con balaustra in pietra a colonnette e gradini bassi, saliva, avviticchiandosi, ai piani superiori. Furono invitate dal maggiordomo a salire fino al termine della scalinata. Lo fecero divertite, sbirciando ogni tanto di sotto sulla tromba della scala, dove, man mano che si saliva, si creava un lungo cilindro vuoto che faceva eco, tanto che le loro risate infantili si propagavano dappertutto. Arrivate in cima trovarono un vasto pianerottolo dal pavimento a terrazzo multicolore sul quale affacciavano parecchie stanze dalle porte chiuse. L'esitazione di quel momento fu interrotta dall'apertura di una di queste porte e dal sorriso radioso del conte che le accolse con un sospiroso: "Benvenute!". Il gentiluomo realizzava in quel momento la sua più ardita speranza: quella di avere in casa delle giovinette tutte per lui. Il problema era: come fare in modo che fossero realmente e completamente sue, ma contava di agire con astuzia e ponderatezza. Le fece accomodare in un salotto sfolgorante di vetri, coperto da affreschi a soggetto pagano, accanto a un caminetto che confortava dal freddo di quella giornata. Le incoraggiò rinnovando le sue promesse e rivolgendosi soprattutto ad Elsa, in quanto maggiore delle tre, più autorevole nelle decisioni e soprattutto perché era la prima che egli intendeva sedurre.

"Potresti essere tu, Elsa, a venirmi a trovare più spesso, almeno all'inizio. Le tue sorelle devono terminare gli studi. Dora, tra l'altro ha gli esami quest'anno e non potrei mai perdonarmi di averle fatto perdere il diploma. Invece tu, Elsina, sei già diplomata e quell'avviamento al lavoro che frequenti, lasciatelo dire tesoro, è solo una perdita di tempo. Non imparerai mai niente di utile là!" osservò il Canciani.

"Non è del tutto vero, signor conte. Imparo a cucire, lavorare a maglia, cucinare, preparare la tavola…"

"Insomma accudire un marito! Bella cosa se volessi sposarti con un morto di fame. Ma da quel che ho capito non è questa la tua intenzione. Quindi vieni da me e ti insegno io a diventare una donna di rango. Se poi vorrai sposarti, potrai farlo lo stesso, ma con qualcuno come si deve. Sbaglio forse?" e il conte la guardò con ansia.

"No eccellenza! Credo che lei si avvicini al mio pensiero. Ma cosa potrei dire a mio padre nel caso accettassi? E' evidente che prima o poi lo verrebbe a sapere e…"

"Non lo saprà! Verrò io alla tua scuola e fingendo di essere lui ti ritirerò, dicendo che ti voglio con me, a casa…il che è anche vero" e Canciani sorrise amabilmente. Le tre fanciulle risero con lui e l'uomo le accarezzò sul volto tutte e tre, baciando poi Elsa sulla bocca, cosa che lei mostrò di accettare di buon grado. Dopo ripetuti baci alla più grande Canciani volle però fare altrettanto con le altre e baciò Dora con un gran sciacquio di saliva e stava per fare lo stesso con Anna, quando Elsa lo fermò dicendogli: "Un momento eccellenza, prima di passare alle mie sorelle lei deve sistemare me!".

"E va bene, furbacchiona mia, te lo prometto" e il conte scoppiò in una fragorosa risata.

Furono congedate dopo un tè con i pasticcini durante i quali il conte fece loro molte osservazioni sul comportamento: come tenere la tazza, come mangiare i pasticcini, come mettere lo zucchero e altre importanti regole. Furono accompagnate all'uscita dal vecchio di prima.

"Che ne dici?" chiese Dora quando furono fuori.

"Abbiamo forse trovato il nostro trampolino di lancio" osservò Elsa "ma bisogna essere furbe. Se a costui concediamo subito tutto dopo non ci darà niente. Comunque vado io da lui e vediamo come si comporta, cosa fa per me, se mantiene le promesse insomma. Dopo verrete voi. Intanto vi racconterò tutto, s'intende".

"Se lo sa papà ci ammazza, però" osservò Anna preoccupata.

"Basta che non glielo dici, tonta!" ribatté Dora.

Così, fuori di palazzo Canciani, le piccole mani unite, giurarono di mantenere il segreto, di essere sempre fedeli l'una all'altra e di raccontarsi ogni cosa. Elsa, pochi giorni dopo, fu tolta dalla scuola all'insaputa della sua famiglia e cominciò a recarsi ogni mattina in casa del conte Giorgio che in effetti le insegnava a parlare meglio -le prese anche un maestro di dizione nella persona di un anziano attore- a servire il tè, a stare a tavola, a camminare con grazia, a danzare con armonia. Ma le insegnava anche varie pratiche sessuali spiegandole che cosa gli uomini gradiscono di più. Elsa riferiva tutto alle sorelle, senza reticenze e così di quelle lezioni si avvantaggiarono anche le altre, anche Anna che non capiva del tutto quello che Elsa faceva. Al ritorno con il solito, lentissimo, vaporetto, Elsa teneva lezione e le tre fanciulle stavano appartate, parlando fitto tra loro e si zittivano di colpo non appena si avvicinava qualcuno. Qualche giorno prima di compiere i sedici anni Elsa arrivò pallidissima al pontile, disse di sentirsi poco bene e quando furono sedute, spiegò di aver perso la verginità proprio quella mattina e raccontò diffusamente i particolari.

"Deve essere terribile! Non so cosa farò in quel momento!" bisbigliò Dora confortando la maggiore. Anna era angosciata a quell'idea. A dodici anni e mezzo sapeva del sesso più di quanto potesse conoscere, a quell'epoca, qualsiasi ragazzina della sua età, ma ne era terrorizzata. L'idea del dolore era inammissibile per lei e capiva che, giustamente, il Canciani aveva in qualche modo "consolato" sua sorella regalandole un paio di orecchini di brillanti che, stimati qualche giorno dopo da un gioielliere, furono valutati più di quanto il loro padre avrebbe potuto guadagnare in dieci anni di miserabile lavoro impiegatizio. Anna studiava con eccellenti risultati perché aveva capito che molta parte del successo nella vita dipendeva dalla scuola: solo i figli dei ricchi potevano permettersi il lusso di essere asini. Dora agli esami di licenza commerciale fu promossa discretamente e il fratello le trovò un impiego di apprendista contabile nella ditta dove lavorava. Per un po' nessuno scoprì che Elsa non andava più a scuola, poi fu lei a rivelarlo, dicendo che la scuola non le piaceva e che preferiva anche lei un impiego in città.

"Perché non tieni la casa, allora, e mi lasci tornare in convento? Se non fosse per voi a quest'ora avrei già preso i voti!" sbottò Clara, ormai stufa di fare la domestica. Quel discorso stava per incastrare Elsa. "Temevo che me lo proponessi, infatti. E' per questo che non ho confessato prima di aver lasciato la scuola. Ma non è per tenere la casa, credimi. Lo farei volentieri se fosse a Venezia. Ma non in questo paese orribile!" ed Elsa pianse con commovente eleganza.

"Ha ragione!" gridò Aldo "Come vuoi che si seppellisca in casa qui? Lo farebbe più volentieri in città. Ma finiamola una buona volta! Papà, lasciaci fare la nostra strada! Ti rendi conto che stare qui ci danneggia tutti?".

Fu deciso tutto in quell'estate del '23. Aldo trovò uno spazioso appartamento nella zona più favorevole, con una cameretta per lui e una grande stanza per tutte e tre le ragazze: c'era perfino un bagno che Elsa finse di non aver mai visto, mentre si era servita più volte di quello in legno di cedro e guarnizioni in ottone del conte. Ben presto ognuno ritornò alle proprie occupazioni. Il padre prendeva il vaporetto alle sette e talvolta addirittura alle sei e tornava alle otto di sera distrutto, andando a letto di schianto. Elsa così poteva uscire spiegando al fratello che si recava a casa di amiche altolocate e ne presentò alcune a lui. In realtà continuava le sue lezioni a casa del conte, partecipava alle sue feste e cominciava ad allargare il giro delle proprie conoscenze. All'insaputa degli uomini di famiglia ebbe anche una domestica che badava alla casa quando lei andava a passeggio con i più bei nomi della città. Bastarono pochi accorgimenti -e la solidarietà delle sorelle- e il segreto non si sarebbe mai rivelato.

Intanto il conte Canciani era andato a cercare Dora al lavoro. La ragazza era obbligata a fare le pulizie cui non era tenuta, soffriva per poche lire sotto padroni brutali e incontentabili che spesso allungavano pure le mani.

"Ma perché stai in questo posto degradante?" le chiese premuroso.

"Me l'ha trovato mio fratello e di meglio non si è potuto avere!" disse Dora quasi piangendo.

"Ti sistemerò io come si conviene a una ragazza fine e delicata come te! Sarai gentile con me se lo farò?".

"Gentilissima! Ma prima mi sistemi!" ribatté Dora.

Il conte era uomo di parola e nel giro di un mese trovò a Dora un posto di segretaria nell'azienda di un industriale del tessile, dove la ragazza si trovò subito bene. Aveva appena quindici anni e scarsa possibilità di essere notata nel gruppo di piccole impiegate che battevano a macchina lettere commerciali e stenografavano sotto dettatura. Ma era già un posto più dignitoso e l'orario di quaranta ore addirittura da sogno perché permetteva di avere libera la domenica e il pomeriggio del sabato. Dora andò a trovare il Canciani per ringraziarlo, ma Elsa volle accompagnarla.

"Non devi cedere subito!" si raccomandò "cerca di scucirgli qualcosa di più. Fare l'impiegatina non è il massimo che puoi ottenere". Il conte gradì la visita di entrambe, si informò di Elsa e dei suoi successi. Erano mesi che non la vedeva, la rimproverò, credeva forse che non avesse più niente da insegnarle? "Lei ha moltissimo da insegnare a tutte noi, ma la prego, prosegua il corso con mia sorella. Ha molto bisogno di imparare". Il conte capì e cominciò a insegnare anche a Dora tutto quello che già aveva insegnato a Elsa, e anche di più. La ragazza andava da lui dopo le cinque, quando usciva dall'ufficio, e bevevano il tè, prendendo spunto da lì per la lezione del giorno. Mancarono le lezioni di ballo e di dizione, ma per quel che riguarda il resto il Canciani non si risparmiò e al momento di sacrificare la sua innocenza Dora ebbe un libretto di risparmio che conteneva già una discreta sommetta.

"Mi sono permesso di iniziare il tuo capitale. A te poi saperti amministrare per incrementarlo!" le precisò. Dora, sinceramente, gliene fu grata. Anna aveva saputo tutto, come sempre. Le sorelle non avevano riguardo alcuno per la sua età e le spiegavano ogni particolare senza reticenze. La guardavano crescere con compiacimento perché era la più bella di tutte loro, era alta e aveva gli occhi verdi.

"Per te non sarà tanto presto!" prediceva Elsa.

"Tu vali più di noi e dovrai essere comprata a caro prezzo!" sosteneva Dora. Intanto Anna studiava ed era additata ad esempio in tutta la classe. Vinse dei premi scolastici provinciali e qualche insegnante cominciò a prospettare al fratello l'idea di una degna carriera scolastica fino all'università. Ma per farlo occorreva fare il liceo e per fare il liceo bisognava aver fatto le medie: insomma aveva sbagliato scuola e se voleva rimettersi sul binario giusto doveva preparare l'esame di terza ginnasiale privatamente. La cosa non spaventava Anna che cominciò ad andare a lezione di latino da un parroco e si mise a studiare il resto. Tentò l'esame un anno prima e, nello stupore generale, riuscì a prendere il diploma: così a tredici anni si iscrisse al liceo classico. "Lo vedi da questo che vali più di noi!" commentarono le sorelle e cominciarono a proteggerla dal Canciani, ingiungendole di non farsi mai vedere da lui altrimenti non le avrebbe più dato requie. Così una volta che il nobiluomo si presentò a scuola dicendo di essere suo padre, lei si nascose spiegando al preside che suo padre lavorava tutto il giorno e che quello era un vecchio sporcaccione che la perseguitava. Il preside chiamò la polizia e il Canciani sparì dalla zona del liceo.

"Cattive che siete, perché non volete che veda la vostra sorellina?" si lamentò il conte dopo esser stato rilasciato con le dovute scuse. Era un pomeriggio di primavera ed Elsa serviva il tè con addosso solo le culottes, mentre Dora in sottoveste rosa, distesa sul canapé, si metteva le calze. "Perché non le bastiamo noi, eccellenza?" rise Dora. "Vogliamo essere solo noi le sue bambine!" confermò Elsa schioccandogli un bacio mentre gli porgeva la tazza di tè. La porta si aprì senza che nessuno bussasse ed entrò un giovane biondo, dai capelli ricci, vagamente somigliante a sua eccellenza. Guardò le due ragazze, le cui nudità erano riflesse da tutti gli specchi intarsiati del salone affrescato, ma loro continuarono placidamente le loro occupazioni. Dopo aver indugiato con lo sguardo sul seno nudo di Elsa il giovane disse: "Papà, temo che tu stia per diventare nonno. Mia moglie è di là con le doglie e bisognerebbe chiamare il medico!".

"Chiamatelo da te, Ferdinando! Cosa mi disturbi a fare e soprattutto perché entri senza bussare? Dì a Placido che vada lui o usa il telefono…Non vedo il problema!" e il conte era piuttosto seccato. Ferdinando, sornione, si era portato più vicino al tavolo e, servendosi una tazza di tè, osservava meglio le due bellezze della laguna. "Mah! Pensavo ti interessasse essere informato del prossimo evento…Come avrete capito sono il figlio del conte Canciani. E voi signorine?".

"Elsa e Dora" ribatté il conte padre "il cognome non ha importanza". Ferdinando rimase con loro dopo aver chiesto al vecchio maggiordomo di provvedere per la signora e chiacchierò amabilmente con le signorine. "E' per loro che sei stato arrestato, babbino?" chiese ironico il giovane gentiluomo che aveva circa trent'anni ed era alto e bello, un vero Adone. Elsa e Dora risero allegramente come risposta. Elsa, sempre a seno nudo, i capelli corti alla maschietta, fumava con aria fatale come aveva imparato di recente. "Posso rispondere io, eccellenza?" chiese.

"Sei autorizzata!" rispose Canciani senior.

"Il conte suo padre era curioso di vedere nostra sorella più piccola….".

"Ah! Ce n'è un'altra di ancora più piccola!?" esclamò curioso Ferdinando sprofondato in poltrona.

"Sì eccellenza. Nostra sorella minore frequenta il liceo classico e non sa nulla della vita, almeno di quella che facciamo noi. Vogliamo tenerla al riparo da tutto, farla studiare, ma suo padre vuole dimostrale lo stesso affetto che già ha dimostrato a noi. Non che noi manchiamo di gratitudine verso sua eccellenza, ci mancherebbe! Ma non vogliamo che anche Anna debba essergli grata. Ciò ha causato un piccolo incidente con il preside e suo padre è stato fermato per essere interrogato e poi rilasciato con tutte le scuse. Anche noi ce ne scusiamo e per farci perdonare siamo venute qui a festeggiare sua eccellenza. Però lo abbiamo pregato ancora una volta di lasciar stare la piccola Anna".

Ferdinando aveva gustato il tè durante tutto il racconto. Poi chiese: "E quanti anni ha la piccola Anna?".

"Quindici eccellenza" rispose Dora, sempre morbidamente adagiata sul canapé.

"Ed è più bella di loro due messe insieme! Lo so non ci credi perché queste sono due ninfe uscite nude da una favola pagana! Ma Anna è ben di più…E' una giovane dea riottosa, vergine e ribelle..".

"Accidenti papà, come sei poetico" commentò Ferdinando ironico e, rivolto alle due sorelle, chiese: "E voi perché non volete che Anna segua la vostra strada? Se non ho capito male voi due alla sua età eravate già scaltrite…o no?".

Elsa si fece molto seria. "Lo eravamo signore. E tuttora siamo minorenni. Ma non vogliamo che la nostra sorellina si butti via, deve aspettare l'uomo giusto, lei".

"E perché, io non sarei l'uomo giusto? Perché per voi sì e per Annina no? Siete perfide e ingrate! Ecco quello che siete, tutte e due. Andate via, non voglio più vedervi" e il vecchio conte, con un gesto imperioso, le cacciava via. "Via eccellenza, non mi vuole più bene?" gli disse Dora alzandosi di scatto dal suo giaciglio e andando a sdrusciarsi addosso "non sono più la sua bambina sporcacciona, come mi dice sempre…".

"Vai via, anche tu, mi hai tradito!" borbottò il conte.

Quel pomeriggio si gettarono le premesse del futuro di Anna. Naturalmente, nonostante le ire del Canciani, Elsa e Dora continuarono a frequentarlo e a consolarlo del tempo che passava; furono ancora organizzate feste sontuose e cene nel palazzo sul Canal Grande, luccicante di specchi e di argenti, anzi in un unico grande trattenimento si celebrarono i sessant'anni del conte e i venti di Elsa. Dora si fece notare in azienda grazie alla puntualità e all'esattezza del suo lavoro, l'anno dopo fu promossa a segretaria del direttore e, di lì a poco, ne divenne l'amante. Ma l'uomo, di mezza età e sposato, era geloso e le proibiva di vedere il conte che lei tuttavia andava a trovare di nascosto, tutte le volte che lui la chiamava. Elsa trovò la sua stagione migliore con la nascita del polo industriale e l'accorpamento dei comuni limitrofi nel comune di Venezia, che in tal modo raggiunse un grandezza mostruosa e un fatturato in tasse da capogiro. Politici, imprenditori, sindacalisti, gerarchi, tutti si buttarono sulla torta, combattendosi a vicenda, tessendo congiure spietate, spiandosi l'un l'altro fin nell'intimità per rovinarsi e molti ebbero bisogno di Elsa che, accompagnando i potenti e riferendo informazioni riservate, ebbe un ruolo non da poco nell'industrializzazione di tutta la provincia, ruolo che, ovviamente, la storia ufficiale non le riconosce. Ma anche Dora, nonostante il vecchio bilioso che la manteneva, ne fu coinvolta, in un ruolo più di sfondo, procurando luoghi riservati e signorili dove i gentiluomini potessero rilassarsi in piacevole compagnia e divenendo in tal modo molto ricca. Lasciò allora il noioso amante e a vent'anni rilevò un'attività "ufficialmente" alberghiera, costituita da una pensioncina adorabile, di poche e lussuose stanze, dove sua sorella poteva portare gli ospiti forestieri che desideravano trovare delle ragazze discrete, raffinate e compiacenti. Anna intanto completava gli studi liceali, sognava di diventare antiquario, di avere una casa d'aste e di trattare opere d'arte, salvandole in tal modo dallo sfacelo e dall'incuria.

Ma il conte, e soprattutto suo figlio, non si erano dimenticati di lei. Canciani, da vecchio leone, la covava in segreto in attesa di darle la zampata, mentre Ferdinando ne sognava la leggendaria bellezza che altri continuamente gli decantavano. Frequentava l'ultimo anno del liceo quando le sorelle decisero che era giunto il momento di farla debuttare in società, per il momento solo al Teatro La Fenice nel corso di una rappresentazione operistica. Invitate nel palco reale dal maggiore industriale di Marghera, il conte Marchi di San Filippo, ideatore del polo chimico, le sorelle Zanin esibivano vestiti da favola e gioielli di rappresentanza, ma era la diciottenne Anna, in un semplice abito bianco e un'acconciatura che ricordava i film di Rodolfo Valentino, ad attirare tutti gli sguardi. Nello stesso palco d'onore c'erano anche il sindaco con la moglie e il capo dei fascisti veneziani con l'amante. Accompagnava Anna il fratello Aldo , mentre i cavalieri di Elsa e Dora erano un console straniero e un politico locale. Il conte Giorgio Canciani seduto nel suo palco la esaminò con avidità attraverso il binocolo da teatro. "Ecco la piccola Anna…un seno di giglio e una bocca di fragola" borbottò tra sé. "Fa vedere!" chiese Ferdinando, ma poiché il padre gli negava il binocolo chiese per un momento quello della moglie che gli sedeva accanto in tutta la sua deprimente bruttezza. Fu così che Ferdinando vide finalmente con i propri occhi colei che tutti gli descrivevano, ma non riuscì a trovarla molto interessante attraverso le lenti di uno strumento. Attese perciò l'intervallo e con la scusa di procurare da bere alla moglie corse fuori, ma prima di arrivare al foyer notò una gran ressa di gente da non riuscire a passare e, quando riuscì a farsi largo, scorse al centro del gruppo le tre sorelle Zanin. Elsa e Dora chiacchieravano amabilmente e salutavano numerosi gentiluomini usciti a frotte dai palchi o saliti ansanti dalla platea: al centro stava Anna, muta e vergognosa.

"Possibile che quella tenera fanciulla sia sorella di quelle due cortigiane?" si chiese Ferdinando e, perplesso, si fece avanti anche lui. Elsa e Dora lo videro e lo salutarono con un sacco di smancerie presentandogli subito la sorella minore. Dai commenti più o meno volgari dei presenti Ferdinando capì che l'oggetto di tanta foga e di tanti desideri maschili non erano le due ben note, ma appunto Anna, il fiore segreto e misterioso tenuto nascosto fino a quel momento. Era quella l'esibizione ufficiale della merce; poi, evidentemente, sarebbero fioccate le offerte. Ferdinando nel vederla da vicino era rimasto ammaliato: era un essere di una perfezione assoluta, la cui pelle diafana non aveva alcun difetto, i capelli bruni e ondulati erano folti e lunghi ricadenti ai lati del viso e raccolti sulla nuca in una grande matassa, gli occhi erano di un verde chiaro quasi trasparente, la bocca carnosa, il seno armonioso e alto, la figura snella, slanciata, alta più di quasi tutti gli uomini presenti e ben di più delle sue sorelle che pure portavano i tacchi. Ma all'ammirazione nel cuore di Ferdinando subentrò la rabbia. Le due sciagurate avrebbero venduto quel giglio al migliore offerente, anche al più vecchio e corrotto dei marpioni che sbavavano attorno! A loro non interessava altro che guadagnare. Fu così che avvicinandosi ad Elsa le sussurrò all'orecchio: "Elsa le devo parlare! E' una cosa di estrema delicatezza!". La ragazza sorrise compiaciuta e gli fece di sì col capo. "Domani, alla pensione Glicine": ma dovette spiegargli dove si trovava perché il giovane conte non faceva parte dell'entourage degli industriali.

Quella sera finì là, ma Ferdinando dormì poco e male. Elsa lo ricevette da sola. Erano passati solo tre anni da quando si erano conosciuti e la giovane aveva sostituito alla nudità del seno, da salotto privato, i gioielli vistosi su abiti fruscianti e ricadenti da consumata maitresse. "La preferivo prima" le disse, senza reticenze. E allo stesso modo le dichiarò che voleva Anna. Ma il prezzo era alto. Elsa pretendeva che prima della faccenda fosse intestato a tutte e tre un intero attico di un palazzo sul Canal Grande su cui avevano messo gli occhi. Era un piano nobile con ampia soffitta e terrazza, quattro camere, doppi servizi, salone affrescato, mobili del '700 in dotazione: costava molto. Chi lo avesse comprato per loro avrebbe potuto avere Anna per la sua prima volta; per il seguito avrebbe dovuto trattare.

"L'attico in cambio della verginità, insomma!" concluse Ferdinando.

"Esatto! Se poi vuole farne anche la sua amante deve mantenerla, comprarle regali, fare insomma tutto ciò che fa un gentiluomo" spiegò Elsa.

"E come faccio ad essere sicuro che è davvero vergine? Capirà! Io pago, regalo e se poi alla prova dei fatti sua sorella se l'è già fottuta qualcun altro?…Mi perdoni la volgarità, ma è per spiegarsi bene, senza fraintendimenti" si infervorò Ferdinando.

"Capisco! E per stavolta la perdono. Ma non si permetta più certe libertà di linguaggio in mia presenza! Vede, signor conte, lei potrà incaricare un medico o un'ostetrica di verificare l'illibatezza di mia sorella prima di stilare il contratto di donazione dell'attico. Poi, una volta effettuato il passaggio di proprietà, sarà sua facoltà procedere dove e quando lo desidera".

"E tra la visita e il procedere? Mi scusi Elsa, Ma io voglio essere garantito in ciò che compro!".

"Più che giusto. La farà sorvegliare, la rinchiuderà dove vorrà. Poi potrà farla rivisitare e, se non fosse come prima, annullare il contratto. Può mettere una clausola di annullamento della donazione nel caso in cui noi non le dessimo quanto pattuito...basta dire così senza ulteriori specificazioni, mi pare" e un sorriso beffardo affiorò sulle labbra di Elsa.

Ferdinando accettò e, dilapidando in segreto una congrua parte della dote della sua sgraziata ma ricchissima consorte, acquistò l'attico promesso pagandolo a caro prezzo. Quindi fece visitare Anna da tre medici che si espressero all'unanimità per la purezza della ragazza, la mandò presso la sorella maggiore nel convento che fece piantonare da due guardie private. Poi con atto notarile regalò il sontuoso appartamento a tutte e tre le sorelle Zanin. Quando venne il giorno convenuto fece scortare Anna nella sua nuova residenza dove la fece visitare per la seconda volta e, appurato che era intatta come prima, licenziò tutti e si ritirò con lei nella camera che aveva fatto arredare allo scopo.

Anna si era preparata a quell'appuntamento come alla maturità che aveva da poco sostenuto: aveva studiato tutte le materie. Si sforzò di essere compiacente e di mostrare attrazione per l'uomo che le capitava, ma ottenne solo di farlo infuriare. Per il fatto di essere giovane e bello Ferdinando non si aspettava solo compiacenza. L'esperienza fu molto dolorosa per Anna che sul momento perse anche i sensi, ma essendo già una professionista non lo diede a vedere. Fu solo quando l'operazione si concluse che Ferdinando ebbe un impeto di tenerezza verso di lei.

"Lo so che ce l'hai con me" le disse "ce l'hai perché ti ho comprata come una schiava. Se può consolarti ti dirò che hanno comprato anche me! Mia moglie è un'orrida ma ricchissima creatura, figlia di un industriale brianzolo, e a lei sono stato venduto da mio padre che quando ho compiuto i ventisei anni, a norma di legge, si è rifiutato di mantenermi. Mio fratello era già stato diseredato perché omosessuale. Sai cosa significa vero?".

La ragazza annuì in silenzio. "La vita non è generosa con nessuno" proseguì il giovane aristocratico "Sono figlio di una principessa romana di illustre casato e porto anche il cognome di mia madre. Ma le antiche glorie non servono e anch'io ho dovuto prostituirmi per campare. Poi con i soldi con cui mia moglie ha comprato me, mi sono compiaciuto di comprare te. Come vedi siamo pari. Perciò non volermene!".

"Hai nominato tutta la tua famiglia e mi sembra che non ami nessuno di loro!" osservò Anna.

"Infatti li odio, tutti. Perché che c'è di strano?" e Ferdinando cominciò a rivestirsi.

"Non ami nessuno tu?" domandò Anna.

Ferdinando sorrise e disse: "C'è una sola persona che amo al mondo ed è mio figlio che ha tre anni. Non credevo che l'avrei amato dato che sua madre mi ripugna, eppure…E' tutta la mia vita, davvero! Come vedi non sono solo un mercante di schiavi!".

Anna era adagiata sul letto, nuda come una splendida statua d'alabastro, i capelli neri e ondulati le scendevano fino alla vita, gli occhi chiarissimi avevano la consueta espressione di malinconia. Ferdinando posò una mano su quel viso di angelo caduto e le fece una lunga carezza che si estese per tutto il corpo. "Non voglio innamorarmi di te!" esclamò "Non posso essere il tuo amante, non posso mantenerti, non posso farti regali. Non posso più niente, oltre a quello che già ho potuto. E' meglio che non ci vediamo più. Ti auguro buona fortuna…per il resto non ho niente da raccomandarti sapendo quanto sei giudiziosa. So che saprai amministrarti" e, finita la propria vestizione, Ferdinando se ne andò quasi di corsa. Le sorelle aspettavano alla pensione Glicine che era poco lontano e, quando seppero per telefono che il giovane conte se n'era andato, raggiunsero Anna di corsa.

"Allora com'è stato?" chiesero in coro.

"Orribile!" commentò Anna rivestendosi.

Ma ormai la sua carriera era iniziata e, anche se a lungo non riuscì più a sedersi, le prenotazioni per lei si infittivano. Per mesi rifiutò chiunque, chiusa nella sua nuova casa, dove la raggiungevano enormi mazzi di rose da parte di maturi ammiratori, tra i quali si distingueva sempre il vecchio conte Canciani. Ma Anna non volle saperne di lui, visto che era stata con suo figlio: un piccolo dettaglio di buon gusto. Fu solo in autunno che decise di accettare la corte di un anziano industriale vedovo: una cosa pulita dato che non c'era neanche una moglie da cui guardarsi. Era uno sportivo che amava l'attività all'aria aperta e la portava spesso in motoscafo. Ritornò anche alla sua isola, insieme a lui, una domenica, quando era sicura di non trovarci suo padre, tra gli sguardi scandalizzati e invidiosi delle paesane bigotte avvolte negli scialli neri. Ma una scorta di domestici ossequienti faceva capire a tutti a che livello era salita la piccola Anna Zanin. Fu allora che nacque il detto: "Le donne dei Baroni o sante o puttanoni" che a lungo si declamò nell'isola quando si parlava di quella famiglia, che aveva dato i natali a suore da un lato e a femmine di mondo dall'altro. Il vecchio Rizzato voleva sposarla ma i figli gli facevano la guerra; avevano paura di dover dividere l'eredità con una cortigiana d'alto rango. Anna tuttavia non ambiva a diventare la signora Rizzato e poco chiedeva al vecchio, visto che lui poco chiedeva a lei e il sesso era episodico, cosa che le risparmiava di fingere entusiasmo. Gli chiese solo di introdurla nell'ambiente degli antiquari e, quando lo fu, piantò il Rizzato per mettersi con uno di loro, un cinquantenne che continuava l'attività di famiglia iniziata oltre un secolo prima: l'antiquario Gastone Bertozzi. Andò a lavorare da lui e mise in pratica la propria cultura nell'affascinare una clientela ricca e selezionata, imparando al tempo stesso a riconoscere ogni mobile, ogni epoca, ogni scuola pittorica. Adorava quel lavoro e per cinque anni rimase immersa in quell'ambiente, anche se le continue richieste sessuali dell'amante le erano sgradite: ma lo prendeva come uno scotto da pagare per poter lavorare in un settore che le piaceva.

Esprimendo alle sorelle la propria perplessità pensava di essere frigida senza rimedio. "Meglio così!" commentava Dora "almeno non ti fai coinvolgere e puoi decidere razionalmente. E' una fortuna per te!". Elsa in quell'anno del Signore 1935, mentre tutti rincorrevano l'avventura coloniale e tornavano a casa con foto porno di negrette bambine, assisteva il vecchio Canciani morente nel palazzo che le aveva viste innocenti. Per lui aveva abbandonato tutto e tutti e lasciato cadere perfino la possibilità di inserirsi nel progetto di istituire una mostra cinematografica a Venezia. Fu Anna a prendere il suo posto: era colta, sapeva d'arte, aveva molte conoscenze, fu assunta come segretaria della commissione. Prese a lavorare anche fuori l'orario della bottega antiquaria, mancando agli appuntamenti con l'amante che ne fu molto contrariato. Gastone non ammetteva repliche alla propria volontà e cercava la lite. Anna chiese aiuto al vecchio Rizzato che l'amava sempre e riuscì ad avere da lui un prestito. Lasciò l'antiquario ma gli propose di entrare in società alla pari: lei avrebbe messo il capitale che le forniva il Rizzato e venticinque ore alla settimana di lavoro, lui tutto il resto.

Gastone accettò e fu stilato un contratto di società "Bertozzi e Zanin spa" per l'acquisto e la vendita di opere d'arte e materiale archeologico. Anna poté lavorare anche per realizzare la mostra del cinema; questa aspirazione, che diede lustro a tutta Venezia, divenne realtà anche grazie a lei che fece decidere un pezzo grosso della politica portandolo per una serata alla pensione Glicine. Erede consapevole delle belle e raffinate cortigiane della Venezia rinascimentale, -talvolta poetesse, spesso spie- era conscia di compiere, come loro, anche una sottile attività politica che il popolo avrebbe ignorato forse per sempre. Quando il vecchio Canciani l'anno dopo morì, i figli e la moglie ereditarono, ma non mancò un congruo lascito "alla cara Elsa" che l'aveva amorevolmente assistito. Fu così che Elsa a trent'anni incassò una discreta sommetta e si ritirò alla pensione Glicine a combinare incontri galanti di alto livello, limitando le proprie apparizioni in pubblico all'indispensabile. Furono invece Dora e Anna ad apparire, circondate da uomini importanti, alla mostra cinematografica, al casinò, alle feste, nei palazzi, all'opera, sempre eleganti e raffinate, ormai rispettate da tutti e invidiate dalle altre donne. Bastava che indossassero qualcosa di nuovo che subito diventava moda in tutta Venezia; quando uscivano la gente si fermava ad ammirarle, le salutava con deferenza, cedeva loro il passo nelle calli strette.

Qualcuno andava a chiedere favori: la vedova per il figlio disoccupato da assumere in qualche albergo come facchino, la ragazza sola e orfana che voleva diventare cameriera o guardarobiera, il padre di famiglia mutilato per chiedere aiuto, la vecchia sola e miseria. Anna era diventata amante del direttore della mostra e insieme decidevano quali film dovevano essere ammessi e quali no: ormai riceveva omaggi continui, spesso preziosi, da registi, attori, produttori, gerarchi. Nella bottega antiquaria andava tutte le mattine, lasciandovi Dora al pomeriggio; d'estate si recava alla spiaggia del Des Bains al Lido e si rilassava sotto l'ombrellone, ma la chiamavano al telefono di continuo e un cameriere le portava l'apparecchio fino alla sabbia perché potesse parlare con tutta Italia.

Nell'estate del 1940 era appunto sulla spiaggia del Lido, elegantemente vestita, con grandi occhiali scuri. Era pomeriggio inoltrato e lei, circondata da libri sparsi sul lettino, leggeva un catalogo d'asta, con un certo disappunto. Ormai non si poteva più commerciare in materiale archeologico per via di una nuova legge che aveva legato le mani a tutti, ma la guerra appena iniziata faceva in modo che ciò che si regolamentava non venisse in realtà applicato. Anna cercava una scappatoia per l'acquisto di alcuni oggetti che le interessavano, quando un sontuoso motoscafo attraccò al molo poco lontano, ne scese un uomo vestito di bianco con un cappello panama. Anna si incuriosì perché al primo sguardo l'aveva preso per il vecchio Rizzato, al quale aveva solo in parte reso il prestito, ma il passo dell'uomo in bianco non era quello di un vecchio, tanto più che era seguito da un giovinetto parimenti vestito di bianco. I due avanzarono sulla spiaggia, rimasero un po' a guardare il mare additando qualcosa lontano, poi camminando sull'apposita corsia risalirono verso l'hotel e qui Anna riconobbe Ferdinando e, accanto a lui, quello che doveva essere suo figlio. Anche lui la riconobbe e le andò incontro sorridendo, la salutò affabilmente, volle subito presentarle il ragazzo, quindicenne, straordinariamente alto e bello, che si chiamava Giorgio come il nonno.

"E' una mia vecchia amica: la signorina Anna Zanin" spiegò al figlio. Le chiese poi se si fosse sposata e lei in silenzio negò. "Ho seguito i tuoi successi in questi anni!" le disse ammirato e spiegò a Giorgio che Anna era anche nella commissione della mostra.

"Davvero?" si illuminò il ragazzo " E' così bella che sembra un'attrice!".

"Hai colpito il mio ragazzo!" commentò Ferdinando, dopo averlo allontanato con un pretesto. "Non me stupisco, del resto. Tre generazioni di Canciani tutti innamorati pazzi di te!". Anna sorrise della battuta, come la sua naturale compiacenza suggeriva. Le chiese delle sorelle, della famiglia. Sì il padre era morto, il fratello sposato; loro tre abitavano sempre nell'attico, tenevano una bottega antiquaria, Elsa pensava quasi sempre alla pensione. Parlava con grazia, come se si trattasse di attività benefiche. Ferdinando non sapeva staccarne lo sguardo. "Sei ancora più bella!" ammise. Tentò di andarsene ma non ci riuscì. La invitò a cena, quella sera, al Des Bains, ma si presentò con il figlio che la corteggiò tutta la sera chiedendole delle attrici più famose. Anna dovette promettergli di presentargli Alida Valli e Luisa Ferida delle quali Giorgio era pazzamente innamorato. "Di tutte e due? Non è possibile!" rise Anna. Ferdinando era invece innamorato del suo ragazzo e voleva dargli tutto. Lo rimandò in camera più tardi rimanendo solo con lei. Spiegò: "Alloggiamo qui perché nel palazzo di famiglia c'è mio fratello con i suoi ragazzotti. Non voglio che Giorgio si turbi vedendo quei tristi spettacoli di carne mercanteggiata e..." poi guardò Anna che era imbarazzata. "Scusami!" le disse prendendole la mano. "Non importa!" rispose lei. Un giro in motoscafo concluse la loro serata. Ferdinando pilotava adagio; andarono in laguna verso l'isola amorosa che le aveva dato i natali, si fermarono sotto le stelle, a luci spente. "Non ti ho mai dimenticata, e tu?" disse Ferdinando.

"Nemmeno io" rispose Anna.

Ritornarono insieme quella notte stessa. Anna non aveva più bisogno di favori, poteva fare quello che voleva. Le sue conoscenze, anche nel mondo del cinema, le sue aderenze politiche e quelle di Ferdinando le consentirono di evitare rappresaglie da parte dell'ex-amante e rimase nella commissione cinema. La guerra però avanzava e l'attività si ridusse di molto, anche l'antiquariato non interessò più a nessuno. Ferdinando temeva per il figlio: "Giorgio è del '25, prima o poi lo richiameranno!" diceva; perciò, prima ancora che accadesse, lo spedì in Svizzera. Il figlio si fece convincere a stento; aveva preso il brevetto di pilota e voleva andare in aviazione, restituire i bombardamenti a chi li faceva sull'Italia. Si lasciò placare solo perché era minorenne e il padre aveva ancora autorità su di lui e poi morire in battaglia non era nelle sue aspirazioni. Per questo, quando la guerra finì, Ferdinando, capendo che non poteva più correre dietro al suo Giorgio, chiese ad Anna di dargli un figlio e lei acconsentì. A trentasei anni, per la prima e unica volta in vita sua, rimase incinta, ma al sesto mese perse il bambino e per poco anche se stessa, ritrovandosi quasi agonizzante su un lettino d'ospedale. Ferdinando ne rimase profondamente addolorato. Intanto Giorgio frequentava la mostra del cinema dove, grazie alle conoscenze di Anna, riusciva ad avvicinare attori e attrici anche straniere. Erano soprattutto le americane a farlo impazzire. Le cronache mondane si riempirono di lui e delle sue nottate. Ferdinando lo viziava e pagava i debiti. Viveva ormai con Anna che si era trasferita al palazzo, mentre la moglie, travolta da una crisi mistica, aveva trasformato in convento una villa in Brianza.

Passarono gli anni e Giorgio convolò a nozze con una splendida attrice americana specializzata in film romantici e più volte candidata all'Oscar. Era stato un matrimonio d'amore di cui avevano favoleggiato le cronache di tutto il mondo. Il bel conte veneziano dai riccioli d'oro portava all'altare la celebre diva coronata di rose in una chiesa della laguna ricoperta di marmi traforati come trine e di mosaici sfolgoranti d'oro. Dimenticarono di dire che la regia della cerimonia era stata curata da Anna che, con Dora ed Elsa, organizzò un matrimonio da favola per Giorgio il quale, riconoscente, le invitò tutte e tre alla cerimonia, contro il parere di sua madre che rimase stizzita in un angolo per tutto il pranzo. Tuttavia un anno dopo il giovane conte, mentre volava sul suo aereo personale sopra laguna, per salutare la moglie, che da terra assisteva assieme al suocero e Anna alle sue acrobazie aviatorie, si abbassò troppo e si schiantò in acqua morendo sul colpo all'età di ventinove anni. La tragedia, di cui parlò il mondo intero, si abbatté su Ferdinando senza pietà e per molto si temette per la sua salute fisica e mentale. La giovane vedova tornò in America dove alcuni anni dopo si risposò. Ferdinando rimase con Anna, ma si sentiva solo. Riprese a frequentare le chiese, dopo anni di astio si riavvicinò alla moglie, la quale si premurò di spiegargli che tutto quanto era avvenuto era stata la punizione del cielo per le sue intemperanze, gli parlò di un frate in Puglia che leggeva nel pensiero e ce lo portò. Così il conte si allontanò da Anna che tornò mestamente nel suo attico assieme alle sorelle. Ma ogni tanto Ferdinando tornava a Venezia e chiedeva di vederla. Si ritrovarono come vecchi coniugi, con molti silenzi e molte abitudini.

"Se mi avessi dato quel figlio ora saprei di che cosa vivere!" diceva. "Se, se, se…" ripeteva Anna. Ma ormai ognuno seguiva un binario diverso. Anna aveva l'antiquariato e frequentava pochi amici d'alto rango sopravvissuti alle bufere politiche. Elsa aveva trasformato la pensione Glicine in un albergo vero, per turisti di classe, spesso sposini in viaggio di nozze. Dora lavorava alla mostra del cinema come segretaria.

Quando Anna ebbe cinquant'anni la moglie di Ferdinando, santamente, spirò. Rimasto privo del pungolo all'autoflagellazione il conte tornò da Anna e le chiese di riprendere a vivere con lui nel palazzo di famiglia; lei accettò. Divennero una matura coppia di amanti, liberi ormai e sereni nella loro solitudine, dediti all'arte e alla bellezza, anche per via dell'associazione culturale fondata in memoria di Giorgio. Le sorelle, rimaste nell'attico famoso, ridevano di Anna. "Sembrate due fidanzatini fuori tempo!" le dicevano e le prospettavano l'eventualità che finora tutte loro avevano scartato: quella del matrimonio. "Vedrai che prima o poi ti chiederà di sposarlo!" le dicevano divertite. "Vuoi vedere che una di noi riuscirà, magari da vecchia, a diventare la contessa Canciani?". Ma Anna scuoteva il capo: non le interessava il titolo nobiliare e di ricchezze non aveva bisogno. Il negozio fruttava, gli stranieri compravano, aveva case, gioielli, soldi e lo stesso le altre due. Degli oggetti d'oro e d'argento che possedevano si sarebbe potuto riempire un caveau intero di banca. I figli del fratello, alla loro morte, avrebbero lautamente ereditato e intanto loro tre potevano godersi la vita con eleganza.

Passarono due anni tranquilli. Poi Ferdinando cominciò a farsi strano; sempre inquieto, distratto, agitato. Anna si preoccupava che fosse malato, vista la non più verde età di sessantasette anni e gli faceva domande sempre più serrate. Spesso spariva dicendo che andava al camposanto, alla tomba del figlio, e Anna comprendeva che ciò avvenisse spesso, ogni giorno, più volte al giorno. Ma una volta che era andata lei stessa a visitare la tomba di Giorgio, la trovò trascurata e il custode del cimitero le disse che il conte Canciani non veniva da tempo. Allora Anna lo aspettò in casa e gli chiese la verità, qualunque fosse, ma la verità.

"Sono innamorato!" le disse Ferdinando in quella stessa sala degli specchi dove suo padre riceveva Elsa e Dora adolescenti, davanti allo stesso camino acceso, in una giornata di bora. "Ora finalmente amo qualcuno dopo mio figlio. Non sapevo come dirtelo". Anna la prese molto male e fece una scenata tremenda. Dopo anni di fedeltà la si metteva da parte, come una vecchia domestica acciaccata. "Non rendere le cose più difficili Anna. Marisa non sa niente: è una ragazza ingenua, pura, perbene. Voglio sposarla! Abbiamo già chiesto i documenti per le pubblicazioni". Marisa però aveva ventotto anni e Anna glielo disse, anzi glielo urlò: "Potresti essere suo nonno, vecchio barbagianni!". Scoppiò una lite furibonda e i due arrivarono alle mani. Ma alla fine, stremati dalla rabbia, si accasciarono ognuno su una poltrona. "Vado via per qualche giorno, Anna. Non lasciamoci male. Hai tutto il tempo che vuoi per portare via le tue cose, anzi porta via tutto quello che vuoi. Ma quando torno non voglio trovarti qui" disse Ferdinando a bassa voce. Lei annuì in silenzio. Ferdinando si alzò e uscì dal palazzo e anche dalla vita di lei. Anna rimase sprofondata in poltrona per molto tempo, inebetita. Poi uscì sul pianerottolo e chiamò, prima Ferdinando, poi i domestici, rientrò nella sala. Dopo si ricordò che era il loro giorno libero. Inutile chiamarli per farsi aiutare. "Domani, sì domani. Intanto comincerò a fare le valigie!" si disse. Uscì ancora dal salone per andare in camera, la camera che per due anni aveva diviso con Ferdinando.

Ma sul pianerottolo qualcosa la inchiodò: delle voci, sì, delle voci di bimbi parevano ripercuotersi nella tromba delle scale, ridevano con i suoni acuti e spensierati di un giorno lontano. L'eco risaliva fino a lei. Si sporse a guadare, ma non vide niente. Eppure quelle risate infantili, musica perduta di una lontana innocenza, sembravano volteggiare nella tromba delle scale, come se delle bambine stessero salendo e parlassero allegramente. Si sporse ancora. "Chi è?" disse. Per un momento nulla. Poi ancora voci argentine, una specie di canzoncina, una lontana melodia della laguna. Si sporse, si sporse per vedere, chissà se vide. Fu un tonfo sordo che nessuno udì. I domestici, di ritorno dalla libera uscita, la trovarono in fondo alle scale in una pozza di sangue. Non c'era più niente da fare per Anna Zanin, splendido fiore di barena, figlia radiosa dell'isola dell'arcobaleno, ultima grande cortigiana della Venezia preziosa e decaduta.

Il suo funerale fu sobrio ed elegante. La sua morte rimase inspiegabile.

Materiale
Literary © 1997-2020 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza