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Racconti di Burano
Eugenia e il violinista

Era una limpida mattina di primavera, quando per la prima volta la vide. Lui stava scendendo dal battello mentre lei, accompagnata dalla madre, aspettava di salirci. Era l'anno 1908, non ricordò mai il giorno. Pur abitando entrambi nell'isola dai mille colori che Dio, forse per gioco, ha voluto creare nel cuore della laguna di Venezia non si erano mai conosciuti e scorgere tra la folla quel volto pallido, incorniciato da una massa di capelli neri raccolti, fu per Francesco una vera sorpresa che, proprio nel momento di fare il passo dal natante al pontile, lo lasciò immobile. Tenendo stretto il violino nella custodia e reggendosi il cappello a bombetta, passò accanto, quasi sfiorandola, a quella fata dagli occhi turchini che, vivaci, lo fissarono. Poi le spinte da ambo le parti costrinsero lui a procedere verso l'imbarcadero, lei a salire sul vaporetto. Fu un attimo, ma gli cambiò tutta la vita. Il giovane violinista prendeva sempre il battello precedente, solo quel giorno aveva tardato, giusto in tempo per quell'incontro folgorante.

Tornato a casa, si mise a letto ma non riuscì a dormire. Lo capì subito, anche se non gli era mai successo prima: era innamorato. Fino ad allora, aveva ventitré anni, aveva pensato solo alla musica, al diploma di violino al conservatorio, ai concerti che gli fruttavano a malapena di che vivere, a cercare, infine, di entrare nella celebre orchestra della Fenice e nel frattempo a lavorare con contratti a termine, per un ciclo di rappresentazioni, sempre come avventizio. Mai aveva pensato all'amore. Invece quel giorno era successo. Cercò subito di sapere chi era la splendida creatura, del resto conosceva così poca gente nel suo stesso paese; negli anni del conservatorio era vissuto in un convitto di religiosi e perso i contatti con tutte le intricate genealogie dell'isola, contraddistinte da filoni paralleli e indipendenti, cioè "i detti". Così, nel preciso momento in cui Francesco ebbe la nitida coscienza di essere innamorato, sorse spontanea e tremenda, la domanda: "Di chi? Non sarà mica una con lo stesso detto mio?" e il violinista ebbe di che temere, data la sua distrazione, di essersi innamorato per sbaglio di qualche parente. Ne parlò subito con suo fratello, trombettista di valore descrivendogli la creatura in termini fiabeschi. Giuseppe prese informazioni e due giorni dopo annunciò trionfante: "So chi è!". Raccontò di una ragazza quasi reclusa, di una madre feroce, gelosa di tutto e di tutti, tanto da farla uscire solo alla domenica per la messa delle sei. Era figlia di un agiato possidente di terraferma, che aveva lasciato diverse case in paese e una salina, ma la madre gestiva tutto con pugno di ferro, angariava i lavoranti e gli inquilini, insomma era una vera belva. Francesco spalancò gli occhi e disse: "Ma io voglio saper di lei, non di sua madre!". Giuseppe scosse il capo.

"Come se si potesse fare a meno delle madri! Lo sai che le ragazze qui si chiedono in spose alla madre. Non è mica come negli altri posti! E poi in ogni caso Eugenia il padre non ce l'ha".

"Eugenia? Si chiama Eugenia?" e Francesco si emozionò nel sentire il nome, fino a quel momento ignoto, dell'amata.

"Sì, ha sedici anni ed è orfana da due, di cognome Garbo, di detto Fureghìn. Ha studiato fino alla sesta, poi è rimasta a casa a lavorare il merletto. Suo padre voleva farle studiar musica, ma è morto e la vecchia le ha proibito anche quello.".

Da quel momento Francesco cominciò ad appostarsi davanti alla casa di Eugenia cercando di cogliere anche il passaggio di un'ombra. Ma la casa, dipinta di un triste grigio, in contrasto con la fantasmagoria pittorica di tutta l'isola, era munita come una fortezza, chiusa a doppia mandata da un portone con borchie in metallo che in paese -dove tutto era sempre aperto- non s'era mai visto e con le persiane sprangate. Di prima mattina una donna andava a suonare il campanello, le veniva aperto con un fracasso di chiavistelli e paletti che dovevano essere potenti: il profilo della porta rivelava uno spessore di almeno dieci centimetri. Era la domestica che, dalle sette alle undici, si recava a pulire la dimora della ricca vedova, evitando di aprire le finestre. Come facesse le pulizie rimase per Francesco un mistero. La domenica, poco prima delle sei, la stessa donna si recava alla casa, ma bussava, e dal portone corazzato usciva Eugenia con il velo bianco sul capo e il libro da messa in mano. Andavano insieme in chiesa e alle sette la fanciulla era già di ritorno, sempre accompagnata; la porta si riapriva ed Eugenia rientrava nel suo sepolcro. La madre invece sembrava non praticare la chiesa. Francesco fece l'impossibile per trovarsi una domenica in chiesa alle sei. Aspettò davanti all'acquasantiera. Eugenia arrivò, lo riconobbe rimanendo per un momento sbalordita, poi si affrettò, quasi fuggendo, verso il suo posto in prima fila. Un altro sguardo fu scambiato all'uscita, poi lei si allontanò con la sua governante.

Così il violinista -proprio in quello che era, da sempre, il giorno in cui dormiva fino a tardi- cominciò a fare delle levatacce al solo scopo di vedere Eugenia. Poi in estate cominciarono i concerti nelle dimore patrizie e si finiva sempre dopo la partenza dell'ultimo battello. Con il primo della mattina, riusciva ad arrivare al pontile alle sei e tre quarti e in chiesa giusto quando Eugenia ne era appena uscita. Per molte volte la perse. Ma un giorno che era arrivato di corsa, con il suo violino nella custodia, affannato e sudato nell'abito nero da concertista, Eugenia lo aveva guardato e gli aveva sorriso, come se lo avesse atteso. Fu in agosto, periodo di inattività, che Francesco decise di osare e suonò alla porta dell'amata.

"Chi è?" Chiese da dietro la porta una voce arrogante.

"Posso parlarle, signora?" chiese educatamente Francesco.

"Cosa vuole?" chiese la voce.

"Mi apra se vuole che parliamo!".

"Non apro chi non conosco! Dica cosa vuole e se ne vada".

Francesco si fece forza, deglutì e cominciò: "So signora che lei ha una figlia che suonava il pianoforte…".

"E allora? A lei cosa interessa?".

"Sono un insegnante di musica e abito in paese. Se lei volesse potrei dare lezione a sua figlia, le costerei poco, sa, ho bisogno di lavorare, e…".

"Senta, chiunque lei sia se ne vada. Mia figlia non ha bisogno di lezioni, né di pianoforte né di altro".

"Ma l'educazione musicale è importante per ben figurare in società" ribatté Francesco con convinzione.

"Mia figlia non deve andare in società né altrove e per stare in casa non le serve di sapere il piano. Via!". Francesco parlò ancora con la porta, ma capì di essere solo. Quella possibilità, subito pensata, era fallita miseramente. Bisognava escogitare dell'altro.

Avanzava intanto l'autunno, Francesco doveva esercitarsi e non gli era possibile farlo nell'isola, anche se talvolta i suoi ghiribizzi con l'archetto avevano allietato i pomeriggi dei vicini. D'altra parte un violinista per esercitarsi ripete fino all'esasperazione gli stessi passaggi, raramente si dilunga in una melodia vera e propria e neanche il più ardente musicofilo può reggere all'ossessionante reiterazione di accordi sconclusionati. Così sempre più spesso doveva fermarsi a Venezia a studiare, provare con altri, sperare in un ingaggio: fortunatamente a ungere le ruote pensava il suo amico Piero, un oboista esuberante che per quelle cose aveva l'attitudine giusta. E a casa di Piero in Calle della Màndola, non lontano dall'augusto teatro, talvolta si fermava a dormire, parlando del suo amore infelice. Piero rideva: lui aveva decine di donnine, dalle lavandaie che litigavano in calle insaponando i panni chine sulle tavole di legno, alle coriste che gorgheggiavano alle prove ammiccando con lo sguardo. Quindi non sapeva dare consigli. I maneggi di Piero fruttarono infine un ingaggio per dieci rappresentazioni dell'Andrea Chénier di Giordano, mentre il Café Chantant subito fuori il Teatro li scritturò per tre mesi, tutte le sere, escluso il lunedì, e in più il Matiné della domenica. Questa notizia precipitò Francesco nello sconforto: tra sabato sera e Matiné non avrebbe più potuto vedere Eugenia alla messa delle sei.

Tornò al paese a prendere la propria roba e, mentre la mamma gli preparava la valigia, si recò nella casa della donna che sorvegliava Eugenia nell'unica uscita settimanale. Non la conosceva ma sperava di convincerla ad aiutarlo. Amantica Borin, detta la Màntica Babbina, stava lavorando a merletto fuori della porta di casa, seduta su una sedia impagliata con i piedi appoggiati a uno sgabello basso, in modo da tenere in grembo il tombolo cilindrico su cui si chinava per miniare i piccoli punti bianchi che, a milioni, avrebbero composto il minuto disegno della trina. Le si parò davanti e l'ombra proiettata sul tombolo costrinse la donna a sollevare lo sguardo verso il visitatore. "Chi sei?" disse con tono dolce, poi esortò: "Fatti vedere meglio, sei in controluce". Quando lo vide sorrise: "Ah, ma io ti conosco, bello! Sei Chicchi figlio di Toni Baracchin. Vero?". Francesco si riconobbe a stento in quella definizione, comunque rispose di sì. "E tua mamma è la Lucia Ceggiona, figlia di Marino Ceggion che abitava in fondo al Rio Roverso. Vero?".

"Ssssì" ammise Francesco che credeva di essere figlio solo di Lucia Scarpa.

"Sei tu quello che suona, vero?".

"Suoniamo tutti nella mia famiglia".

"Sì, ma tu suoni alla Fenice, no?".

"Non proprio, ma spero di arrivarci un giorno".

Amantica riprese a punteggiare di anelli la carta disegnata di blu che ricopriva il tombolo e disse: "So che ti piace la mia signorina, sai? E' una bella bambina, buona, gentile, non sembra neanche figlia di quella strega…Ma hai poche speranze, sai, bello? Non vuole che si sposi, non vuole che esca, non vuole che parli con nessuno. Quante volte le ho detto: -Ma cosa ne vuol fare? Una monaca?-. Sai cosa mi ha risposto? Che neanche monaca la vuole fare! Si vede che ha paura che in convento stia meglio che con lei. Ci vuol poco! Anche in galera starebbe meglio!" e qui la donna si asciugò le lacrime che il suo stesso racconto le aveva suscitato.

"Ma possibile che non si possa far niente?" sospirò Francesco.

Amantica faceva di no. "Può fare tutto quello che vuole perché Eugenia è minorenne e deve stare sotto sua madre, anche perché il padre è morto. Così lei ha il potere assoluto, la patria potestà, come dice lei. Ma non le durerà per sempre. Lo dico sempre alla bambina! Tante volte piange con me, si dispera. Ma io le dico: -Fra cinque anni farai quello che vorrai. Abbi pazienza!- e le faccio un po' di coraggio, poverina. E' pallida come una morta a forza di non vedere il sole. Non mangia e quando rifiuta il cibo sua madre la picchia. Le ha fatto un occhio nero anche il mese scorso!". Francesco piangeva anche lui seduto sul gradino di casa della Babbina.

Poi le disse: "Vede, signora, io adesso devo lavorare e mi toccherà restare a Venezia: non potrò più venire in chiesa. Ma vorrei far sapere alla signorina Eugenia che le voglio bene e la penso. Posso scriverle?".

" Ma è sua madre che vede le lettere, alla Posta, tutti i venerdì!".

"No, volevo dire se posso scrivere a lei, signora Amantica?".

"Ma io non so leggere!".

"No, volevo dire che mando le mie lettere a lei che le dà alla signorina Eugenia quando sua madre non c'è o quando la porta a messa". La donna sospirò e posò il tombolo con il lavoro.

"Ma lo sai, bello, cosa mi chiedi? Se lo scopre perdo anche il posto con tutti i figli che ho e mio marito che è malato. Non è facile qui trovare delle signore che abbiano bisogno di servitù. Lo sai, siamo tutti poveretti in questo paese…".

Francesco aveva uno sguardo disperato: "La prego signora Amantica. Se non mi aiuta lei a chi mi posso rivolgere? Le mie lettere saranno molto rispettose e in ogni caso lei dirà a Eugenia -scusi alla signorina Eugenia- di non tenerle ma di leggerle e di restituirgliele subito, in modo che non le vengano trovate. Sua madre non si accorgerà di niente. La prego. Mi aiuti".

Amantica era una donna gentile ed era difficile che riuscisse a dire di no a qualcuno; così alla fine accettò. Francesco ne fu immensamente felice come se gli fosse capitata una grande fortuna nel poter scrivere lettere d'amore alla matura signora Amantica Borin , via Pizzo 106, isola di Burano. Ma cosa avrebbero detto i vicini? E il postino? Infatti in paese quando arrivava una lettera nugoli di curiosi si precipitavano dietro al portalettere che avanzava con sussiego verso la casa del destinatario brandendo il documento e offrendosi anche di leggerlo: spesso veniva chiamato anche il parroco, mentre i vicini si affollavano attorno per sapere quale importante avvenimento stesse per abbattersi sul malcapitato: e infatti spesso si trattava di cartelle delle tasse, avvisi del tribunale, multe dei vigili, chiamate alle armi o catastrofi consimili. Come avrebbe fatto Amantica a giustificare una missiva, anche di fronte al marito? Le avrebbe perciò spedito delle cartoline, le spiegò, e lei avrebbe detto che si trattava di un suo nipote. Così Francesco iniziò la stagione musicale a casa di Piero, anche se talvolta era costretto a dormire in cucina per lasciare il posto all'avventuretta del momento: sartine, bustaie, cameriere, guardarobiere, ricamatrici, magliaie, cappellaie, parrucchiere, portinaie, bottegaie, tutto un corteo di donne compiacenti passava accanto alla sua branda vicino all'acquaio, tra risatine soffocate e qualche frase di compatimento: ma lui pensava solo a Eugenia. Scriveva cartoline rispettose con immagini di Venezia o della Basilica del Santo a Padova cui affidava i pensieri di un cuore ardente: "La penso sempre con nostalgia. La prego di accettare i miei più cari saluti e i sensi della mia stima. Il suo affezionato Baggio Francesco"; oppure "Un cuore fedele palpita per Lei fin da quando La vide per la prima volta. Da quel giorno fatale mia sola speranza è scorgerLa anche solo per pochi istanti. Con devozione Baggio Francesco"; o anche "I miei pensieri sono continuamente rivolti alla Sua cara persona che i miei occhi per sventura non possono contemplare. Il suo servitore Baggio Francesco". Queste missive venivano consegnate a Eugenia alla domenica: lei le teneva per tutta la messa, contemplandole ogni tanto nella luce sfocata delle candele: poi sulla strada del ritorno le riconsegnava ad Amantica.

Un giorno Francesco vide arrivare al suo alloggio Giuseppe con un largo sorriso di sul volto. "Cosa ti succede?" gli chiese il violinista. "Più che altro succede a te, rubacuori! Tieni! Me l'ha data la Mantica Babbina per te". E consegnò al fratello una lettera in busta chiusa, un po' sgualcita dalle troppe mani furtive che l'avevano toccata. A Francesco tremava la voce nel borbottare qualche frase di scusa, mentre correva in camera a leggere la missiva. Eugenia scriveva così: "Caro signor Francesco, non so dirLe quanto le Sue parole mi abbiano fatto piacere e con quanta attenzione le abbia lette prima, durante e dopo la messa. Le voglio dire che i suoi sentimenti sono pienamente ricambiati e che anch'io ho molta simpatia per Lei. Ma purtroppo è successo un incidente. Ero abituata a riconsegnare la cartolina all'Amantica sulla via del ritorno. Domenica scorsa però mia madre è venuta ad aspettarci alla porta della chiesa e io avevo ancora la cartolina in mano. Istintivamente l'ho nascosta quando ho visto mia madre, la quale ha colto il mio gesto e mi si è precipitata addosso in mezzo alla piazza urlandomi di farle vedere quel che nascondevo. Per fortuna mi ha aiutato l'Amantica. Ha detto che era roba sua e che me l'aveva data perché gliela leggessi. Mia madre ha voluto leggere a sua volta e non ha capito chi sia "Baggio Francesco" e perché scriva parole così belle all'Amantica che ha quarantacinque anni, nove figli e un marito ubriacone. "E' mio nipote!", ha proclamato lei, figlio di sua sorella che vive a Venezia ripudiato dalla famiglia per certe sue idee politiche e così mia madre si è calmata. Ma da allora ha imposto all'Amantica di far leggere a lei, e non a me, gli eventuali messaggi del nipote o di andare dal prete. E mi assilla con domande a proposito del gesto che ho fatto nel vederla. Le sembra impossibile che io non abbia nulla da nascondere e ormai perseguita sia me che la domestica con domande su di Lei. Per questo Le chiedo, dal più profondo del cuore, di non scrivere più. Forse più avanti ci potremo parlare, almeno spero. Nel frattempo sappia che Lei è in cima ai miei pensieri, notte e giorno. Eugenia Garbo".

Francesco si deterse le lacrime e si ricompose: certo era una grande gioia apprendere che il suo amore era ricambiato, ma al tempo stesso un cocente dolore constatare che era un amore impossibile. Nel frattempo gli altri insistevano e Francesco fu costretto a rivelare di cosa si trattava. Cominciarono i consigli: meglio attendere qualche tempo, tanto era sicuro dell'amore della ragazza, in seguito avrebbe potuto presentarsi in casa, chissà, magari dopo aver fatto il concorso e Piero sventolò il bando con aria raggiante. Ebbene sì. Il Gran Teatro La Fenice di Venezia bandiva un concorso per professori di musica: c'erano tre posti di violinista, due di flautista, uno di percussionista. Le prove, dicevano i bene informati, si sarebbero svolte in estate. Intanto bisognava fare domanda e mettersi a studiare: le selezioni si preannunciavano durissime.

Nella primavera successiva, terminati i concertini, finita la stagione operistica, cominciarono gli studi indefessi in casa di Piero con gran proteste dei vicini. Francesco tornò più volte a casa di sabato, al solo scopo di andare alla messa delle sei. In queste occasioni parlò con Eugenia e una volta si sedette dietro di lei durante la messa, subito scacciato dalla signora Amantica che temeva che gli altri lo notassero. "Altri? Quali altri?" chiese sottovoce Francesco, notando nella chiesa quasi buia solo due vecchie instupidite dall'età e dai continui rosari. "Perché il prete chi è? Non ha gli occhi anche lui?" disse sottovoce, ma animatamente, la domestica. Infatti il prete lo aveva guardato facendogli un cenno con il capo verso l'altra bancata. Aveva capito: come unico uomo della compagnia non gli era permesso stare in mezzo alle donne. Si alzò e si mise, tutto solo, dall'altra parte. "Arrivederci Francesco!" gli disse Eugenia nell'atrio della chiesa. "Non esca assieme a noi, salutiamoci qui" e gli diede la mano che lui strinse con passione accennando poi a un garbato baciamano.

"Francesco!" tuonò la voce del prete che, con un cenno, lo invitò in canonica. "Da qualche tempo vieni spesso a messa, vedo" gli disse quando furono seduti.

"Eh sì, reverendo, quando posso. Sa, lavoro e non sempre mi è possibile praticare la chiesa".

"E come mai questa improvvisa devozione per la messa mattutina?".

"E' l'ora in cui di solito vado a letto dopo i concerti e così ho pensato: prima vado a messa e poi dormo tutto il giorno.".

"Via, giovanotto, non raccontarmi storie! Tu hai messo gli occhi su quella ragazza! La Genia Fureghina, figlia dell'Alina Caccarina".

"Sì ma le mie intenzioni sono serie!".

"Bah!" fece il parroco con aria disgustata.

"La prego di tenere per lei questo segreto. Sua madre ci ammazzerebbe entrambi, se lo sapesse".

"Sua madre andrà dritta all'inferno, nel girone degli usurai o in quello degli atei. Ha un conto in sospeso con il Signore lungo un mese e un cuore di pietra che le impedisce qualsiasi pentimento". Francesco inorridì di compiacimento nel sentire quanto quella donna fosse invisa anche al clero.

"Ma Eugenia…cioè la signorina Eugenia ha un'anima gentile e pia, lo so. E' per questo che ho riposto in lei tutte le mie speranze".

"Sssì, diciamo che la figlia è di altra pasta. Però, ragazzo mio, fai male a riporre in lei le tue speranze. E' sempre figlia di una donna che ti farà patire l'inferno in terra. E io temo tutte le male azioni che dovrete compiere per sfuggirle! Sarebbe meglio per te che ti scegliessi una brava ragazza…".

"Eugenia è una brava ragazza!!!" interruppe con veemenza Francesco.

"Lasciami finire! ..una brava ragazza che sia figlia di gente meno pretenziosa. Ce ne sono tante in paese. Brave, buone, belle ragazze, figlie di pescatori o di salinatori, gente senza la puzza sotto il naso, che alleva le ragazze a diventare buone mogli e buone madri. In fondo sei una persona distinta, tu, hai studiato. Per una ragazza semplice saresti anche un fior di partito, un uomo che non fa un lavoro sporco. Potresti scegliere chi ti pare!".

"Ma io voglio Eugenia, padre! Per me lei è tutto il meglio che esiste e non m'importa che sua madre sia una vecchia strozzina miscredente. Un giorno o l'altro gliela porterò via comunque..".

"Eh no!" -e il parroco scattò in piedi tuonando- "E' proprio quello che temo: rapimenti, fughe, rapporti promiscui, tentazioni demoniache, concupiscenza…. Ecco dove si va a finire con la gente cattiva: a compiere a propria volta azioni malvagie. Male chiama male, sempre!".

"Non farei mai niente del genere, io!" esclamò Francesco scattando in piedi a sua volta "mai prima che lei ci abbia sposato. Per chi mi ha preso? Non sono mica un delinquente! Preferirei morire che indurre Eugenia a commettere peccati. Se mai scapperemo la prima tappa della nostra fuga sarà la chiesa!".

"Sì, ma non prima di quattro anni! Quando sarà maggiorenne!" e il parroco lo afferrò per le spalle.

"Glielo prometto!" esclamò Francesco e il reverendo tirò un sospiro, mormorando "bravo" più e più volte.

Fu l'ultima volta che Francesco andò al paese. Era maggio, la natura era al suo massimo splendore anche nelle lagune, con i rosei fiori delle barene che apparivano e sparivano sulla superficie dell'acqua salsa, a seconda delle maree. Giuseppe era partito di leva e suo padre si arrangiava a suonare la fisarmonica ai matrimoni, soprattutto quelli di campagna. Francesco non poteva aiutarlo: doveva preparare il concorso, così la situazione della famiglia si fece precaria senza l'aiuto dei due figli. La prova era fissata per agosto inoltrato e, nella calura opprimente di un'afosa estate veneziana, nell'appartamentino al primo piano di Calle della Mandola, con le finestre spalancate, i suoni di flauto e di violino si intercalavano, si accavallavano, talvolta si fondevano, librandosi sui passanti accaldati e sui vicini esasperati, mescolandosi a pianti di bimbi, a urla di donne, a miagolii di gatti, a liti da osteria. Arrivò infine il giorno della prova e Francesco eseguì un pezzo di Paganini davanti alla commissione giudicante sudando a litri sotto il vestito nero, insopportabile in quei giorni torridi. Piero flauteggiò a sua volta un concerto di Haendel e non rimase per niente soddisfatto di se stesso. I due giovani ritornarono nell'appartamento affranti. Alla fine del mese seppero di essere stati ammessi alla seconda prova, fissata a novembre, ma le loro votazioni erano basse: Francesco era quinto nella graduatoria dei violinisti e Piero addirittura undicesimo in quella dei flautisti.

"Anche troppo, visto che il flauto non è il mio strumento. Non vale la pena per me provarci. Ma tu puoi ancora farcela!" lo esortò l'amico. Così Francesco riprese gli studi, mentre le finanze precipitavano: non poteva lavorare per dedicare tutto il tempo allo studio e si faceva praticamente mantenere da Piero, il quale aveva trovato lavoro al Café Chantant, dove aveva subito intrecciato una relazione con la vedette La belle Marion, che in realtà era della provincia di Treviso anche se si spacciava per francese. Francesco sviolinava imperterrito e mangiava una volta al giorno, con Piero, a mezzogiorno, mentre i primi freddi lo assalivano. Allora in quelle sere solitarie, nella camera gelata, quando non poteva più suonare per le proteste dei coinquilini, riguardava gli spartiti alla luce della lampada a petrolio, tutto imbacuccato di lana, a digiuno e naturalmente pensava a Eugenia. "E' solo per lei che faccio tutto questo!" si diceva. Si presentò alla seconda prova con una tosse spaventosa per il freddo che aveva preso, ma al momento di suonare gli passò tutto. Eseguì la prova in maniera egregia, ma tornò a casa con la febbre. Piero lo mise a letto che delirava. Due giorni dopo un amico venne ad informarli: era terzo e il posto era suo. Ma Francesco ci credette solo alla comunicazione ufficiale che arrivò prima di Natale. Ce l'aveva fatta, ma era esausto. Tornò a casa, trovò Giuseppe in licenza, ma fu un brutto Natale, con poco da mangiare; nessuno aveva un centesimo da spendere.

"Come va con la tua fidanzata?" gli chiese il fratello.

"Non siamo fidanzati" rispose lui "e poi non la vedo da maggio. Devo aspettare la prossima messa per sapere se mi vuole ancora".

"Bene! Andremo alla prossima messa!".

"E tu che c'entri?".

"Se siamo in due diamo meno nell'occhio non ti pare?" osservò Giuseppe e tutti lo trovarono molto sensato. Ma non ce n'era bisogno. Alla messa di mezzanotte c'era mezzo paese e Francesco trascinò Eugenia dietro l'altare della Madonna del Rosario, con Giuseppe e Amantica ai lati.

"Ti voglio bene e te ne vorrò per sempre" gli sussurrò Eugenia sotto il velo bianco della fanciulla devota. Francesco ardì darle un bacio e lei lo rimproverò: "Ma cosa fai! Siamo in chiesa!" però sorrise.

"Quando avrai ventun anni e sarai anche tu maggiorenne non avrai più bisogno del consenso di tua madre, allora scapperemo e ci sposeremo. Sono già d'accordo col parroco" le spiegò lui.

"Allora per il 13 marzo 1913" propose Eugenia e osservò che tutti quei tredici non potevano che portare fortuna.

"Sono poco più di tre anni" bisbigliò lui "non è un'eternità. Ma io voglio tentare di anticipare lo stesso andando da tua madre a chiederti. Sarebbe più bello passare questi tre anni fidanzati in casa -non ti pare?- piuttosto che dietro un altare di una chiesa gelata!".

Ma Eugenia si adombrò: "No! Ti prego. Mi renderebbe la vita impossibile. Non fa che urlare per niente. Spesso mi picchia. Non sopporta che nessuno la contrasti. Anche mio padre, poverino, con lei doveva sempre cedere e, se per caso mi difendeva, la pagava cara. Gli faceva scenate, gli rendeva la vita amara. Non la conosci. Nessuno deve entrare in quella casa: sarò io a uscirne piuttosto".

Con l'anno nuovo Francesco cominciò a lavorare come riserva in caso di indisposizione di qualcuno: la paga era bassa. Mandava i pochi soldi alla mamma, che cercava di tirare avanti, sperando che qualcuna fosse costretta a sposarsi in pieno inverno e chiamasse Antonio a suonare la fisarmonica. "Ma non si sposano più incinte, queste campagnole?" sospirava. Alla fine Francesco prese una decisione: avrebbe ripreso a suonare al Bal Tabarin, al Café Chantant, in qualsiasi intrattenimento aristocratico o popolare, tanto i violinisti erano sempre richiesti. Riprese con le orchestrine. Accompagnò anche La Belle Marion che mostrava la giarrettiera dimenandosi in una canzonetta equivoca: ne ebbe un rimprovero ufficiale dal Gran Teatro e dovette lasciare quel lavoro pur così redditizio. Lo riprese a carnevale con una maschera sul volto, poi suonò vestito da Arlecchino in alcune feste private; in una di queste, nel palazzo di un conte, una donna si spogliò nuda al suono del suo violino tzigano che vibrava impazzito. Evitò di guardare concentrandosi sulle corde e fu lautamente compensato. Ma guai se alla Fenice avessero saputo della sua partecipazione a questo genere di trattenimenti, guai se l'avesse saputo il parroco e, soprattutto, guai se l'avesse saputo Eugenia! I soldi di quei festini, che furono più d'uno in varie case patrizie, servirono a Lucia per la casa, il cibo, la legna da ardere; il magro stipendio serviva a lui per sopravvivere a Venezia a casa di Piero. Era di nuovo maggio e Francesco si fece coraggio, malgrado le proteste di Eugenia. Così un venerdì mattina, tutto in ghingheri in un abito primaverile con gilet e cappello di paglia, il violinista attese la terribile donna presso l'ufficio postale. La vide avanzare, stretta nel bustino e sotto un pesante cappello piumato, vagamente da bersagliere, in mano teneva un minaccioso bastone con il pomo d'avorio.

"Signora Garbo, mi permette di parlarle un momento?" chiese con un leggero inchino.

"Lei chi sarebbe?" gracchiò la donna.

"Francesco Baggio".

"Chi? Il nipote della serva?".

"Sì, cioè no. Sono violinista alla Fenice di Venezia. Lei conosce La Fenice, vero? Sono un orchestrale regolarmente assunto e retribuito".

"Non frequento teatri, fanno solo perdere tempo. Cosa vuole da me?".

"Volevo offrirle i miei rispetti, la mia stima, la mia simpatia".

"Non glieli ho chiesti! E poi?".

Francesco si inchinò ancora: "Volevo chiederle umilmente di darmi il permesso di frequentare sua figlia Eugenia verso la quale nutro un profondo e onorato sentimento di…".

"Ah! E' lei allora il mascalzone che gira attorno a mia figlia! Nipote della cameriera, musicante da strapazzo, figlio di suonatori ambulanti…e si permette di posare gli occhi su una ricca fanciulla, unica figlia di un possidente. Certo! Tutto quadra, adesso! Deve avere lusingato quella povera deficiente con la speranza di mettere le mani sui nostri soldi. Due donne sole, del resto…Ma si sbaglia, perché io piuttosto che dare mia figlia a lei la ammazzo".

"Brava! Così va in galera!" ribatté Francesco e poi, urlando più forte di lei: "Non voglio i suoi soldi, se li tenga. Voglio solo sposare sua figlia e ho di che mantenerla. La diseredi anche subito, se crede, e lasci tutto a chi le pare. Non m'interessa, ha capito, non m'interessa!".

"Interessa ben a me, farabutto!" ribatté lei schiumante di rabbia brandendo il bastone che Francesco subito agguantò fermandolo in aria prima che si abbattesse su di lui. "Non ti do né i miei soldi né mia figlia. Mi dovrai vedere morta prima di averla, te l'assicuro, e non sarà tanto facile. Puoi sviolinare fin che vuoi, tanto non ti servirà a niente!".

"La vedremo, signora. Sposerò sua figlia che lei lo voglia o no, se lo ricordi!" e spingendo il bastone Francesco si allontanò facendo quasi perdere l'equilibrio alla donna che barcollò prima di ricomporsi, aggiustandosi le piume da bersagliere sulla testa, e urlando ai paesani che la circondavano sghignazzanti: "Via, voi! Che cosa vi interessa? Fatevi gli affari vostri, gentaglia!".

La notizia che Francesco aveva quasi malmenato la Caccarina fece il giro dell'isola. Il primo effetto fu il licenziamento dell'Amantica Babbina che fu sbattuta fuori in malo modo. Alina diffuse poi la notizia che cercava un'altra domestica ma, poiché nessuna si presentò anche se molte famiglie erano alla fame, nel giro di una settimana fu costretta a riassumere la povera Amantica, la quale chiese un aumento di stipendio che l'altra fu costretta a concedere. Ma chi patì di più fu Eugenia: i vicini la sentirono piangere per giorni e spesso le urla della madre si sentivano su tutta la riva. Francesco, chiuso nel proprio malumore, non colse subito la strana atmosfera che si respirava in casa sua. Una sera a cena disse: "Per te non va male, papà. Adesso è stagione di matrimoni e non avrai più bisogno che le campagnole restino incinte per…". Uno sbotto di pianto interruppe il suo discorso. Francesco guardò la madre singhiozzare sopra il lavello di cucina; il padre, con un'aria da cane bastonato, guardava fisso, gli occhi lucidi.

"Beh? Cosa succede?". La madre continuava a piangere. "Che cos'ha si può sapere?" urlò Francesco.

"Si vergogna!" sentenziò suo padre con gravità.

"E perché?".

Ancor più gravemente Antonio rispose: "Avrai un fratello per Natale…o una sorella". Francesco non poté trattenersi da scoppiare a ridere. Ma sua madre lo fulminò con un'occhiata tra le lacrime: "E ridi, anche! Disgraziato! Non avrò più il coraggio di uscire di casa. Tu hai venticinque anni, tra un po'".

"Beh, che c'è di strano? Avevi diciott'anni quando mi hai avuto e adesso ne hai quarantatré. Si può ancora avere figli alla tua età. Non ci trovo niente da vergognarsi. C'è ben altra gente che dovrebbe vergognarsi!" e sapeva bene a chi alludeva. Lucia si asciugava le lacrime con il grembiule da cucina: "Bravo! Però guarda che quella lì non si vergogna, di certo. E' proprio la gente come la Caccarina che ha sempre qualcosa da dire".

"La gente come la Caccarina non è padrona del mondo!" urlò Francesco scattando in piedi. Antonio invece commentò: "Non voglio che ti preoccupi per noi, figliolo. Devi pensare alla tua carriera. No, non interrompermi. Non è giusto che tu suoni in spettacoli sguaiati per guadagnare qualcosa per noi. Sto già studiando l'organo, grazie al prete che mi fa provare in chiesa. Così potrò accompagnare le messe solenni e le cerimonie religiose dei ricchi. Tra poco sarò pronto. Un po' di Mendelhsson, un po' di Wagner e il gioco è fatto. Poi tuo fratello tornerà dal militare e attaccherà con le bande".

"Ma ha tre anni di ferma, papà. Farà a tempo Eugenia a diventare maggiorenne prima che lui torni a casa!".

"Devo pensare io al mio nuovo figlio, non tu!" ribadì Antonio.

Ma Francesco non si convinse e si precipitò assieme a Piero ad accompagnare La Belle Marion in una tournée estiva nella bassa, suonando le musichette briose delle sue piccanti canzoncine, in un delirio di villici sudati. Guadagnò abbastanza per sé, per i genitori e per quello strano tardivo bambino che stava per arrivare, scherzo paradossale di una maturità poco assennata, alla quale tuttavia lui guardava con indulgenza. In autunno la mamma era murata viva ed Eugenia anche. Una domenica mattina alle sei gli aveva raccontato la terribile estate che aveva vissuto, senza neanche i pochi giorni di ritiro spirituale in convento o la campagna dallo zio a Fossalta di Piave, periodi che erano una vera liberazione senza sua madre.

"Fingi di ubbidire e di avermi dimenticato. Mancano poco più di due anni. Il giorno del tuo ventunesimo compleanno, te lo giuro, scapperemo. Ci sposeremo subito, qui dal nostro parroco. Non dirà di no, vedrai. Fidati di me" e la esortava a pazientare.

"Resisto solo perché sono sicura di te. Solo pensandoti riesco a trovare la forza di sopportare" e le lacrime scorrevano sul bel viso di Eugenia, mentre gli occhi le si facevano ancora più azzurri.

"Non temere, mia colomba, anche se non dovessimo più vederci fino al 13 marzo 1913. Quel giorno verrò a prenderti!".

Venne presto un freddo autunno mentre Francesco cominciava a fare qualche prova nella celebre orchestra, incoraggiato dai colleghi più anziani. Piero e Marion si lasciarono, ma la collaborazione continuò. Francesco sperava che nascesse una bambina a Natale; l'avrebbe chiamata Jolanda, la mamma era d'accordo, e si immaginava una cantante lirica, più che una strumentista. Sognava di vedere scritto sulle locandine: "soprano Jolanda Baggio nella Norma di Bellini". Aspettò con ansia fuori della porta insieme a suo padre. Invece nacque un altro maschietto che venne chiamato Luigino. Ma, quasi ad assecondare i sogni di Francesco, vagiva con una voce particolarmente intonata, tanto che anche il padre esclamò: "Ma questo è un tenore!". Giuseppe tornò a casa dopo un anno; ormai sapeva tutte le marcette militari e suonava "Il Silenzio" in modo fenomenale. Il giorno in cui Eugenia compì diciannove anni Francesco inviò a casa Garbo un mazzo di rose rosse dello stesso numero degli anni con un biglietto che diceva solo: "Meno due!". Ma la madre di Eugenia scaraventò il gentile omaggio fuori dalla porta e i vicino lo raccolsero portandolo in casa di Francesco e giurando che la Caccarina "era verde dalla rabbia".

Francesco ne fu felice e quell'estate, quando era libero da concertini e spettacoli di varietà, provò a fare una cosa ancora più indisponente: arrivò da Venezia con due o tre amici, tra cui Piero, e insieme improvvisarono una serenata sotto le finestre di Eugenia. Un amico tenore cantò "La mattinata" di Leoncavallo. La finestra del piano di sopra si aprì e, al grido di "Via di qui, vagabondi!", Alina cominciò a tirare secchiate d'acqua e frutta marcia; si spostarono sulla riva di fronte dove continuarono la rappresentazione tra gli applausi di tutti i vicini che, tra una romanza e l'altra, incitavano: "Forza Eugenia! Resisti!". Applauditissima fu "Una furtiva lacrima" di Donizetti che provocò una vera ovazione popolare. Quella vendetta fu talmente trionfale per il violinista che Alina decise di farla scontare a tutti. Dimezzò la paga alla Babbina, che si licenziò di corsa, picchiò la figlia e la chiuse in camera senza mangiare e senza luce, poi, ricordandosi che la ragazza soffriva di inappetenza e che quindi non pativa abbastanza, la costrinse a mangiare cinque volte al giorno e se non trangugiava erano botte. Fu così che Eugenia scappò di casa, approfittando di un venerdì mattina alle Poste, scavalcando la finestra e prendendo il primo vaporetto per la terraferma, da dove con mezzi di fortuna, raggiunse la casa dello zio a Fossalta di Piave.

Francesco e Piero stavano facendo colazione appena svegli quando la Caccarina piombò in casa brandendo il bastone e travolgendo Piero che era andato ad aprire: "Dov'è?" urlava "Mascalzone! Dov'è mia figlia?". Dalla camera emerse, stupita e terrorizzata, la sartina con cui Piero stava vivendo un nuovo amore.

"Ah! Bell'ambiente! E' qui che vorresti portare a vivere mia figlia, in mezzo alle sgualdrine che frequentate voi!".

"Ma non offenda e la finisca!" urlò Piero mettendola alla porta. Sbattuta fuori, la donna chiamò la Forza, ma un sopralluogo non rivelò niente; i due giovani non avevano precedenti, non erano dediti ad attività illegali, ricevevano amiche consenzienti, non sapevano dove fosse la figlia della signora. Fu steso verbale e la cosa, risaputa in Teatro, valse a Francesco una nota di demerito.

Eugenia, ritrovata dopo qualche giorno, supplicò i Carabinieri di lasciarla dallo zio fino al compimento della maggiore età, ma la madre smaniava, la voleva con sé, non sapeva star senza, e i militi la riportarono all'isola dell'arcobaleno dove, al Comando, Eugenia fu costretta a chiedere scusa, e in ginocchio, sotto gli occhi del comandante compiaciuto che le spiegò come la mamma fosse l'affetto più grande del mondo e come si avessero cocenti rimorsi dopo averla perduta. Nel dire ciò il fiero soldato si deterse una lacrima, mentre Alina fulminava la figlia con lo sguardo offeso da lesa maestà. Alla fine esclamò: "Va bene, andiamo a casa. Lo vede, comandante: sono fatta così, io, non so dire di no. Purtroppo ho il cuore tenero e non serbo rancore". Il carabiniere la lodò ancora, esortandola ad essere paziente con una figlia difficile come quella che le era capitata. La disperazione di Eugenia era totale e cominciò a vomitare quel poco che riusciva a ingoiare. Eppure dallo zio mangiava con appetito. Amantica, riassunta per mancanza di alternative, suggerì alla padrona di mandare Eugenia più spesso dallo zio, in quanto la campagna sembrava giovarle. Al compimento del ventesimo anno di Eugenia, ecco che il campanello suonò con insistenza e Alina chiese chi fosse al portone. "Fiori per la signora Garbo!" disse una voce e, quando aprì il portone, Alina si trovò di fronte Francesco che le scaraventò addosso un mazzo di rose rosse, gridandole mentre si allontanava di corsa: "Meno uno, signora Caccarina, meno uno!". "Delinquente! Mascalzone!" urlava lei. Ma Eugenia le strappò i fiori di mano dicendo a sua volta: "Meno uno, cara mamma, meno uno. E questi me li tengo visto che sono miei". Eugenia partì il giorno dopo per Fossalta e vi restò fino a ottobre inoltrato: sua madre non volle salutarla e non andò mai a trovarla. La ragazza fu accompagnata al battello dalla Babbina e prelevata a Treporti dallo zio. Al pontile salutò Francesco che abbracciandola le disse: "Tra un anno saremo sposati".

Fu un periodo gioioso per Eugenia che aiutava la zia a sbrigare la casa giocando con i numerosi cugini; Francesco ebbe il permesso di andare qualche volta a trovarla. Ma dopo sei velocissimi mesi Alina rivolle la figlia con sé ed Eugenia si rassegnò a partire, piena di buoni propositi verso la genitrice. Contava sul fatto che Francesco stava cercando casa a Venezia aiutato dalle numerose conoscenze di Piero. Durante una messa invernale le raccontò infatti di aver trovato un appartamentino a Rialto, ai piani alti, soleggiato, perfino con l'altana e presto anche con l'elettricità: l'affitto era alto, ma ormai suonava a quasi tutte le rappresentazioni ed era già a stipendio intero. Eugenia sognava di fare la giovane signora, di camminare ben vestita per Venezia al braccio del marito musicista, magari con un cappellino con la veletta.

La mattina del 13 marzo 1913 era un giorno speciale per Francesco: aveva già parlato con il prete e con il funzionario del Comune addetto ai matrimoni, la casetta era affittata dal primo del mese successivo e, nei suoi progetti, qualche giorno in casa di Piero, che la prestava volentieri alla bisogna, non avrebbe fatto male a Eugenia. Così quel giorno si vestì con rara eleganza e, preso l'ormai consueto mazzo di fiori del compleanno, si incamminò verso la casa dell'amata. Giunto al portone corazzato, si aggiustò il cappello, guardò in giro, scorgendo decine di occhi curiosi, e suonò. La porta si aprì solo alla quarta scampanellata e un'affranta Alina Caccarina, lo abbracciò sulla soglia: "Vieni avanti, figlio mio!" disse, quasi in un rantolo, e lo trascinò dentro. Il primo momento di emozione nell'entrare nel sacrario impedì a Francesco di proferire parola.

"Accetto il vostro fidanzamento, giovanotto. Hai dato prova di costanza e sincerità e anche una povera madre come me, che ama troppo sua figlia, è costretta ad arrendersi. Dammi un bacio!" e la vecchia lo travolse in una stretta soffocante, consacrata da un contatto umidiccio sulla sua guancia appena rasata.

"Signora!" esclamò Francesco che non se l'aspettava.

"No! Non dire niente. Non parlare. Guarda solo dietro di te!" e Francesco voltandosi vide Eugenia sulla scala, sorridente e commossa, che gli si precipitò incontro e volò letteralmente tra le sue braccia.

"Eugenia!" mormorò lui, con la voce tremante.

"Però non esageriamo!" e la vecchia corse subito a separarli "Ricordati che un fidanzato per bene ha dei doveri. Verrai a pranzo tutte le domeniche e in visita due sere alla settimana".

"Ma signora io voglio sposare Eugenia al più presto!".

"E la sposerai! Di che hai paura? Ma lascia passare un po' di tempo. Un fidanzamento corretto non deve durare meno di sei mesi. Dai tempo al tempo! Se son rose fioriranno!".

"Ma che rose e rose! Signora Alina, lei sa benissimo che io e Eugenia ci vogliamo bene da cinque anni e le rose sono già fiorite!".

"Non essere maleducato adesso! Il periodo fuori casa non conta. Il fidanzamento inizia solo quando si è ammessi in casa il che è avvenuto solo adesso, anche se me ne sono già pentita, visto come ti comporti".

"Signora io mi sono sempre comportato bene: è lei che mi ha fatto perquisire dagli sbirri in casa del mio amico e…".

"Sì e ho visto certe donnine…Ma lasciamo perdere i tuoi trascorsi, il fidanzamento comincia ora ed Eugenia, che è buona e comprensiva, non sarà gelosa di ciò che è avvenuto prima. Vero, bambina mia?".

"No di certo, mamma…un uomo deve fare le sue esperienze, prima!" disse Eugenia dolcemente.

"Ma che esperienze! Io non ho fatto proprio niente!" urlò Francesco esasperato "e inoltre ho già affittato la casa dove abiteremo e prenotato la cerimonia in chiesa".

"E disdici!" concluse la Caccarina "Perché vuoi fare le cose di nascosto come un malfattore? La mia Eugenia deve avere un matrimonio sontuoso, non è mica la figlia di nessuno, lei! Fa' le cose con calma, decoro, alla luce del sole. Se non sarà per quest'anno sarà per il prossimo" e Alina, conclusa la discussione, buttò letteralmente fuori del portone il futuro genero raccomandandogli di essere puntuale domenica a mezzogiorno.

Mantenere gli orari da fidanzato, però, si rivelò fin da subito molto difficile. Alla sera Francesco era spesso impegnato nelle rappresentazioni operistiche e alla domenica mattina era pieno di sonno. Se però cercava di intrufolarsi in casa nei momenti liberi dal lavoro, Alina protestava vigorosamente: bisognava stare alle sue regole e ai suoi orari. Giuseppe era ritornato e aveva avviato un'applauditissima banda che suonava canzoni patriottiche e qualche aria d'opera nelle feste civili e religiose. Si era fidanzato e tutti si contendevano Luigino, portato a spasso dall'una o dall'altra coppia, con la garanzia della sua innocente presenza. Ma il piccino faceva la spia e diceva spesso ad Alina: "Signora! Francesco ed Eugenia si baciano!" e la donna comprava le sue delazioni con pasticcini. Francesco era costretto a comprare il suo silenzio con altri dolci cosicché il bimbo ebbe parecchie indigestioni. Nel complesso però fu un periodo felice: leggevano il giornale sul divano, commentavano la politica, discutevano della recente guerra di Libia e del naufragio del Titanic la cui tragedia aveva impressionato tutti, passeggiavano alla domenica mattina dopo la messa e nelle sere d'inverno giocavano a dama o a carte sotto gli occhi implacabili di Alina, sbaciucchiandosi non appena lei si addormentava. Però di matrimonio non si parlava, o meglio Alina evitava il discorso in tutti i modi, diceva che le faceva troppo male separarsi da sua figlia che sarebbe andata a vivere a Venezia e li pregava di aspettare, di essere comprensivi: ancora sei mesi, ancora un anno, un annetto solo, che cos'è dopo tutto, alla vostra età, con tutta la vita davanti….

Intanto nel 1914 bruciava l'Europa in un guerra stolta che aveva trascinato di colpo le più grandi nazioni in un baratro e tutti erano in ansia, chi per la preoccupazione, chi per la voglia di menar le mani. Comizi dell'una e dell'altra parte si alternavano sui campi di Venezia, spesso anche improvvisati, raccogliendo sempre entusiastici consensi. Francesco era preoccupato perché sapeva di essere richiamabile fino ai trent'anni, e quelli stava per compierli, e manifestava le sue ansie a Eugenia e Alina.

"Ma di che ti preoccupi? Fifone!" sghignazzava la Caccarina, sicura che l'Italia sarebbe rimasta neutrale e che in ogni caso sarebbe stata una guerra velocissima. "Anche se fosse, non faresti in tempo a partire che sarebbe già finita!". Francesco era nato in estate; l'entrata in guerra dell'Italia fu il 24 maggio 1915. A ventinove anni e dieci mesi gli toccò partire, e fra i primi. Ma prima di andare chiese a Eugenia di sposarlo. I matrimoni si celebravano a tamburo battente in quei giorni, perfino in cerimonie di gruppo: anche Giuseppe sposò la sua Albina e partì il mattino successivo. Ma per Francesco la risposta fu ancora negativa.

"E se puoi muori? Non ci pensi?" commentò la mancata suocera "Me la lasceresti vedova che poi nessuno la vuole. E poi tornerai presto…faccenda di pochi mesi. L'ho letto sul giornale!".

"Se la lascio vedova, prende anche la pensione per tutta la vita!" protestò Francesco.

"Guarda che mia figlia non ha bisogno di certe miserie. Ha già del suo. Pensa a tornare piuttosto e poi la sposerai. Che diamine! Sposarsi così e scappare al fronte, neanche gli zingari…". Francesco non ebbe cuore di discutere. Si sentiva a terra, detestava la guerra, doveva partire mentre il collega Ferruccio Cimin, nato ad aprile del suo stesso anno, restava a casa ben pasciuto perché già trentenne, soprattutto vedeva Eugenia angustiata ma poco propensa a contrastare la ferrea volontà di sua madre. Si salutarono affranti e ai primi di giugno lui era già sul Carso. Ciò che seguì incise profondamente nel carattere di Francesco: la trincea, la stupida mattanza, gli stenti, la fame, le malattie, le ferite. Vide giovani vite stroncate nel modo più crudele e sanguinario, vide il menefreghismo disumano degli alti ufficiali, la vile acquiescenza delle truppe, il valore nullo della vita umana; vide amputare arti a vivo, terribili agonie, stupri di gruppo, giovani donne comprate e vendute; vide un popolo in fuga, una regione invasa e devastata trasformata in un solo orrido campo di battaglia, con la gente affamata pronta a sbranarsi per un po' di cibo, abissali viltà impunite e supremi eroismi misconosciuti, almeno fino a che non fossero serviti al potere. Non tornò a casa che nel Natale del 1916; trovò Eugenia per caso e quasi non la riconobbe, tanto era stralunato. Luigino proprio quell'anno era andato a scuola ed era Eugenia, spesso, ad andarlo a prendere e a riportarlo a casa, restando a chiacchierare con Lucia e Albina la quale, sposata e madre di una bambina di pochi mesi, viveva negli angusti spazi di quella casa.

"Non mi sento di impegnarti ancora" le confessò Francesco "la vita e la morte sono solo un attimo. Alla fine della guerra, se sarò ancora vivo, tornerò da te. Ma non sentirti in obbligo: se trovi un altro fidanzato sposati pure; così magari fai contenta anche tua madre che non mi ha mai potuto vedere". Eugenia pianse calde lacrime a quelle parole. Lo avrebbe aspettato, invece, e sposato al suo ritorno. Quel discorso fece bene a Francesco, ma riconobbe che era inutile sposarsi allora, durante una licenza natalizia, dato l'affollamento di casa sua e la prevedibile cacciata di casa da parte di Alina; dove sarebbe andata a vivere la povera Eugenia? Tornò al fronte e fu quella l'unica parentesi durante tutta la guerra.

L'anno dopo vide il disastro di Caporetto e fu dislocato sul Grappa, ferito, curato all'ospedale militare e rimandato al fronte senza neanche una licenza. Nel corso di questi spostamenti notò alla stazione di Bassano una prostituta troppo truccata che offriva compagnia ai soldati e faticò un po' a riconoscere in lei ciò che restava della Belle Marion: si nascose per non metterla in imbarazzo. Chissà che ne era stato di tanti amici in quella catastrofe! Capì che il mondo non sarebbe stato più lo stesso, uomini e donne erano cambiati. Ovunque, certo, ma specialmente nella regione sua, le donne avevano sostituito gli uomini nel lavoro, perciò vivevano, pensavano e parlavano da uomini, mentre questi difendevano una terra che non sempre sentivano loro. Le prostitute comunque e le ragazze madri, che spesso erano state solo violentate o avevano ceduto una volta, difficilmente sarebbero ritornate alla cosiddetta "normalità", si scatenasse pure tutto il clero della zona. Che ne sarebbe stato di loro? Sarebbe stato ancora possibile dire della donna ideale: "Che la piasa, che la tasa, che la staga in casa?" [Che piaccia, che taccia, che stia in casa]. Sarebbe stato ancora giusto pretenderlo da donne che avevano lavorato, mantenuto famiglie intere, pagato colpe di altri e, in qualche caso, venduto il loro corpo per fame? Lui stesso si sentiva diverso e non solo perché si era fatto crescere i baffi e la sua faccia aveva preso un'espressione truce. Le mani incallite dalle notti gelate con la baionetta in canna chissà se sarebbero state ancora capaci di ricavare struggenti melodie da un volino! Ma soprattutto si sentiva diverso dentro, nell'anima. Come credere a gerarchie sociali quando aveva visto mandare al macello, per pura stupidità, migliaia di giovani? Come pensare che chi comanda debba veramente essere onorato, quando li aveva visti imboscarsi dietro le linee e mandare a morire giovani analfabeti senza alcuna utilità pratica, tranne gli avanzamenti di carriera? Come ritenere che le donne siano fragili esseri da proteggere, quando le aveva viste lavorare come uomini e bestemmiare ancora di più? Come credere che ogni male interiore si plachi con la musica, medicina universale delle anime tormentate, quando aveva vissuto esperienze che mai più avrebbe dimenticato?

Quando tutto finì Francesco fu tra gli ultimi a lasciare il posto di combattimento, come era stato tra i primi ad arrivarci. Erano passati tre anni e mezzo, ma sembravano molti di più. Attraversò un campo di battaglia immenso per raggiungere le sue lagune; ovunque trincee e rinforzi già preparati in caso di un altro sfondamento, ovunque uomini e donne allo stremo che ritornavano nella case da dove erano sfollati per far posto all'esercito e alle sue salmerie: militari che andavano in giù incrociavano carri di gente che andava in su, con ingorghi di mezzi nelle strade strette. Francesco marciava con l'esercito in disarmo, tra i saluti gioiosi delle ragazze, che ritornavano a casa per far finta di essere ancora normali, le benedizioni dei vecchi e i ringraziamenti urlati qua e là, alternati a "Viva l'Italia!". I soldati, o meglio quanti di loro rimanevano, potevano dirsi fortunati; erano vivi, anche se talvolta non interi, erano amati e, in quel momento, immensamente popolari. Successivamente la retorica avrebbe congelato tutto in un atteggiamento ipocrita e i postumi delle ferite avrebbero allungato la strage iniziata al fronte: ben poco si sarebbe salvato. Francesco sapeva che Giuseppe era ritornato a casa già da tempo, con una gamba amputata poco sopra il ginocchio. La notizia lo aveva molto addolorato, ma il fratello nella lettera ci aveva scherzato su: meglio una gamba che un braccio, di una gamba un trombettista può anche fare a meno, ma di una mano no. Gli aveva scritto anche Eugenia comunicandogli che il suo amico Piero, compagno di tanti stenti musicali a Venezia, era morto sul fronte del Pasubio. Di se stessa raccontava che stava bene, che la casa era piena dei parenti di Fossalta, sfollati a causa della guerra, che vivevano lì da quasi un anno, con tutta la truppa di bambini, uno dei quali nato in camera sua poco dopo Caporetto. Per lei era uno spasso, per sua madre un inferno. D'altronde zio, zia e sette cugini avrebbero messo a dura prova chiunque, figurarsi la Caccarina! E Francesco scendendo in pianura sorrideva immaginandosi la faccia della vecchia di fronte a quell'invasione.

Andò subito ad abbracciare Giuseppe e non riuscì a trattenersi dal piangere nel vederselo davanti con le stampelle e il pantalone ripiegato. "Ma dai, mona, cosa piangi? Suono sempre la tromba no?" rispose il fratello ridendo, ma tra le lacrime. Luigino era cresciuto da non riconoscerlo; aveva otto anni e cantava in chiesa, con voce d'angelo. Albina gli fece rivedere Emilia, la sua nipotina di quasi tre anni e, dalla grossa pancia della cognata, Francesco capì che sarebbe presto ridiventato zio. "Lo vedi? Mi hanno tagliato solo la gamba, mica altro!" scherzò Giuseppe. I genitori stavano bene anche se era stata dura, ma guardavano avanti; Giuseppe voleva continuare con la banda del paese e Antonio, che già si era dato alla musica sacra, intendeva riprendere con le feste e far cantare alla domenica anche Luigino. Il giorno dopo Francesco corse da Eugenia e stupì nel vedere l'esterno della casa; finestre spalancate, voci allegre, urla di bimbi. Il famigerato portone con le borchie era socchiuso.

"Permesso!" chiese Francesco ma nessuno gli rispose e allora, timidamente, aprì la porta. Gli si pararono davanti, mentre discutevano animatamente su un cappellino, due belle ragazze alte che non conosceva.

"Scusate! Forse ho sbagliato casa!" mormorò e stava per andarsene.

"Francesco! Ma tu sei Francesco" disse la più giovane e, in un balzo, lo abbracciò facendolo arrossire.

"Ma dai, sono Paolina la cugina di Eugenia e questa è mia sorella Gemma" e subito scoppiò a ridere imitata dall'altra. Francesco dovette constatare ancora di più quanto tempo fosse passato: le aveva conosciute sei anni prima durante la lunga permanenza di Eugenia a Fossalta, ma erano bambine a quei tempi. Eugenia gli si parò davanti uscendo da un'altra stanza con una bimba in braccio; si precipitò verso di lui stringendolo quasi con rabbia. "Eugenia!" riuscì a bisbigliare lui, ma non poteva dir altro. Le due cugine si allontanarono con la piccola. Un grido lamentoso li separò di colpo: "Francesco, figlio mio!". E un'invecchiata Alina Caccarina corse ad abbracciarlo in un profluvio di lacrime appiccicose.

"Quanto ho pregato per te!" urlò la donna alzando drammaticamente le braccia al cielo.

"Lei?" chiese Francesco, con una sfumatura di terrore.

"Sì, la mamma si è convertita" spiegò Eugenia e raccontò delle privazioni e della forzata coabitazione con i parenti che, poveretti, non avevano altro posto dove andare e in ogni caso avrebbero riavuto presto una casa, ma non in campagna. Volevano restare lì, nell'isola multicolore. Gemma si era fidanzata e i bambini ormai si erano ambientati, così lo zio stava trattando per l'acquisto di una casa e sperava di vendere in qualche modo quella di Fossalta ormai demidistrutta dalla guerra. Alina li aveva ospitati di buon grado, anche perché aveva potuto licenziare l'Amantica Babbiba e farsi fare le pulizie gratis dalla cognata: se ne era subito pentita ma non poteva cacciarli via, e poi Dio le aveva toccato il cuore. Tutto questo Eugenia lo raccontò mentre facevano una breve passeggiata per il paese.

"Vuoi dire che adesso tua madre va d'accordo con i preti?".

"D'accordissimo! Anzi il parroco è entusiasta di lei, anche perché fa generose offerte alla chiesa" rispose Eugenia "Ti meravigli? La guerra ha cambiato molte cose e non solo perché molta gente non c'è più. Anche i superstiti non sono più gli stessi!"

"E' esattamente quello che penso io! Ma non so se vale anche per noi. Cioè tu, mi vuoi sempre sposare?" disse Francesco con un malinconico sorriso sotto i baffi.

"Io sì, maestro. E tu?" e anche Eugenia sorrise.

Francesco la guardò attentamente. Era cambiata: aveva quasi ventisette anni. Non era più la ragazzina del pontile e non poteva pretendere di trattarla come una pupattola: la guerra era passata anche su di lei. L'importante era che lo volesse ancora.

"Io? Anche subito! Spara una data!" propose Francesco. Erano in piazza, in una mattina spazzata di bora.

"Prima dell'Avvento!" annunciò Eugenia "altrimenti si va a dopo Natale. Quindi entro due settimane, visto che oggi è San Martino e tu non mi hai neanche portato il dolce del santo. Ma non importa: lo compro io a te" e, andata verso il forno, ne uscì con un piatto di cartone dentro il quale vi era, in pasta frolla decorata e colorata, la figura del santo cavaliere e vescovo patrono dell'isola. Si sedettero su un gradino vicino alla chiesa e aprirono la confezione iniziando a mangiarsi il santo.

"Allora, senti, andiamo subito dal parroco. Chiediamo i certificati di battesimo e cresima, tanto ha tutto lui e fissiamo la data. Poi per il matrimonio civile faremo con calma" propose Francesco. Andarono subito e dissero al prete che volevano sposarsi al più presto, prima dell'Avvento.

"Ma che fretta c'è? Avete aspettato tanto, potete aspettare ancora!".

"Eh no! Proprio perché abbiamo aspettato tanto vogliamo che sia prestissimo. Reverendo, usciamo da una guerra, siamo vivi per miracolo. Io ho trentatré anni compiuti e mezzi capelli bianchi, quindi sbrighiamoci".

"E va bene! Va bene!" borbottò il prete e si mise a frugare negli archivi cercando i certificati. "Adesso non li trovo, mi avete messo in ansia. Ci penserà il sacrestano. Comunque si può celebrare fino all'ultimo del mese che è sabato".

"Fissi lei! Per me va bene qualsiasi giorno!" annunciò Eugenia, sbrigativa.

"Il fatto è che, lo vedo adesso, ho degli impegni alla domenica. Va bene sabato ultimo del mese, alle quattro del pomeriggio? E' un po' strano per un matrimonio in tempo di pace, però…". Eugenia e Francesco si guardarono. "Va benissimo" dissero in coro e la data fu fissata. Il parroco accompagnò i due promessi alla porta e chiese preoccupato: "Ma che cosa dirà tua madre, Eugenia?". Lei alzò le spalle: "Dica quel che vuole. Non me ne importa" e, salutato il prete, prese a braccetto Francesco.

"Sarà un brutto colpo per lei! Quando glielo dirai?" chiese lui quando si furono allontanati.

"Il più tardi possibile! Per il vestito mi farò prestare qualcosa oppure mi metterò quello più elegante che ho, con l'aggiunta del velo bianco. Credi che mi interessino ancora queste sciocchezze?".

I preparativi però furono scoperti con un certo anticipo. Francesco aveva affittato la casa di Piero, rimasta vuota, dove trovò molte cose appartenenti al suo povero amico, Eugenia si prenotò i pochi mobili buoni dello zio che in quei giorni venivano portati dalle macerie di Fossalta. Un velo di pizzo candido fu poi chiesto in prestito alla Scuola Merletti con i guanti uguali e così la Caccarina scoprì tutto.

"Come? Ti sposi e non mi dici niente?" urlò rabbiosa alla figlia.

"Non te lo aspettavi? Il mio fidanzato è tornato vivo e intero, quindi me lo sposo"

"Ah sì? Senza casa? E senza vestito? Sono queste le cose che fai? Da mentecatta…da figlia di nessuno…da..da.."

"Usciamo da una guerra, mamma, siamo tutti mentecatti!" ribatté Eugenia gelida.

"E io devo vedere mia figlia, la mia unica figlia, che si sposa come una pezzente quando, aspettando la buona stagione, potrebbe avere un matrimonio da regina, visto che non le manca niente, niente, dico io, che neanche una nobildonna… "

"Ma non devi vedere proprio niente, cara mamma: resta a casa se la cerimonia non è abbastanza lussuosa per te" e il tono si fece beffardo.

"Disgraziata!! Fuori da casa mia!" e Alina urlando si precipitò, con la bava alla bocca, sulla figlia, menandole pugni sul capo e calci, tanto che la zia e le cugine corsero terrorizzate cercando di fermarla e i bambini più piccoli si misero a piangere. Eugenia tremava, trattenendo a stento le lacrime, nel dire: "La cerimonia è fissata per il 30 novembre alle quattro del pomeriggio. Sei invitata, siete invitati tutti, ci vediamo lì". Uscì di corsa, verso la casa di Francesco dove, disperata, raccontò quel che era successo. Le proposero di rimanere: avrebbe dormito su una branda nel sottoscala, per farle posto Francesco si trasferì a Venezia.

Ma la Caccarina faceva il pandemonio, sbraitava che la figlia era un mostro di ingratitudine, insensibile ai più sacri affetti e che Francesco faceva male a sposarla perché le cattive figlie sono anche cattive spose. Per far questo convocava vicini e parenti, dando spettacolo della sua ira e predicendo rovina certa su ogni fronte alla figlia malvagia. Il prete, accorso anche lui allo spettacolo, fu colto dalla compassione per quella povera madre e, tre giorni prima del matrimonio, si recò a casa Baggio per rimproverare Eugenia della sua asprezza, spingerla a chiedere perdono a sua madre, indurla a riflettere se non fosse il caso di rimandare il matrimonio alla primavera successiva, magari con un vestito degno delle sue possibilità. Eugenia però fu irremovibile, rispose che non aveva scuse da chiedere, che non avrebbe rimandato di un'ora ciò che attendeva da dieci anni, e che anzi non avrebbe più rimesso piede in paese, visto che tutti stavano dalla parte di sua madre e mostravano di credere alla sua versione della scenata, nella quale venivano attribuite ad Eugenia frasi offensive che non aveva pronunciato. Il parroco allora, vedendo che non riusciva a farle cambiare proposito, alzò il dito minaccioso tuonando: "Attenta Eugenia! Ti credi padrona di te stessa vero? Ma lasci una madre dolente alle tue spalle e inizi una nuova vita sul dolore di chi ti ha dato la vita. Ma Iddio ti vede e ti punirà per il male che fai!".

"No! Lei si sbaglia, padre. Non è come pensa, non è come dite tutti e come lei vi fa credere. Ma perché le credete sempre? Cosa fa per essere tanto convincente? Che cos'ha per avere sempre ragione? I soldi, forse? E' per i soldi che gliele date tutte vinte? Voglio capirlo, una volta per tutte! Perché io ho sempre torto? E anche Dio lo tirate dalla sua, adesso c'è anche Lui a darle ragione!" e in preda a una crisi di nervi Eugenia singhiozzava fino a non far capire più nulla di quel che diceva.

"Basta adesso! La smetta e la lasci in pace" disse Giuseppe, rompendo il silenzio di tutta la famiglia.

"Tu fatti gli affari tuoi e pensa a perché Dio ti ha fatto perdere una gamba" ribatté il prete rivolgendo il dito minaccioso su chi aveva parlato.

"Padre, io ho perso una gamba perché un cecchino austriaco mi ha colpito, e basta. E adesso, per favore, esca. Siamo tutti nervosi qui" e Giuseppe si alzò con fatica per accompagnare il parroco alla porta, in modo che il commiato fosse inequivocabile. Le minacce però si avverarono subito e due giorni dopo, alla vigilia delle nozze, un cugino di Eugenia venne ad avvertirla che sua madre era stramazzata al suolo, pareva morta, la bocca storta, le mani rattrappite, era stato chiamato il dottore. Eugenia corse subito a casa, fece le scale in tre salti, entrò nella camera, vide sua madre, distesa a letto, cerea, il medico e la zia accanto. Ci fu un lungo silenzio mentre il dottore continuava la visita e la zia strinse la mano della ragazza dicendole: "Coraggio!". Alla fine il medico uscì seguito dalle due donne e tutti scesero in salotto.

"Figliola mia devi farti coraggio. So che stai per sposarti e che questo manderà tutto in fumo. Comunque…Si tratta di paralisi! Gli arti inferiori sono insensibili, almeno a un primo esame".

"No! No!" urlò Eugenia abbandonandosi alla disperazione.

"Capisco, sei molto legata a tua madre, sei figlia unica del resto. Quindi ti comprendo. Eh, non c'è amore più grande di quello che si prova per la mamma! Anch'io se penso alla mia…" e lo sguardo del dottore si incantò per un momento, inumidendosi "perciò il colpo è brutto, lo so. Potrebbe restare paralizzata per il resto dei suoi giorni, costretta su una sedia a rotelle, o addirittura a letto, ma potrebbe essere anche meno grave. Molte di queste paralisi si risolvono da sole in pochi mesi."

"Mesi?" mormorò Eugenia con ansia.

"Sì, ho visto persone disastrate riprendere un po' alla volta l'uso delle gambe, magari con le stampelle o un bastone. Certo non camminano più come prima, ma con la forza di volontà ho visto compiere veri miracoli!".

"Miracoli?" ripeté Eugenia.

"Certo! Volendolo naturalmente, perché molto dipende dal carattere del malato e credo che tua madre ne abbia da vendere. Comunque stiamo a vedere il decorso. E' ancora presto per parlare" e il dottore si alzò facendo a Eugenia i suoi migliori auguri, soprattutto dopo aver intascato l'onorario.

Così Francesco, in un plumbeo mattino di novembre, apprese che il suo sogno d'amore si stava sgretolando ad un passo dalla realizzazione. Ne prese atto quasi senza rabbia, tanto era certo che la Caccarina avrebbe escogitato qualcosa, e che le minacce del prete, raccontategli da un'affranta Eugenia solo il giorno prima, si sarebbero realizzate perché ormai si era convinto che i preti portassero disgrazia, tanti ne aveva visti al fronte benedire le peggiori iniquità e terrorizzare i poveri disgraziati. Per questo la notizia lo colse preparatissimo, la trovò perfino ovvia. Del resto non aveva mai dimenticato quella frase che la vecchia gli aveva urlato un venerdì mattina di tanti anni prima davanti all'ufficio postale: "Mi dovrai vedere morta prima di avere mia figlia!" e immaginava che neanche la lei l'avesse dimenticata. Era ovvio pertanto che quella donna avrebbe lottato allo spasimo pur di non fargli sposare Eugenia. Era per quello che aveva accettato il loro fidanzamento cinque anni prima, visto che in tal modo aveva mandato a monte il già previsto matrimonio, che lei aveva diabolicamente intuito, era per quello che non aveva accettato un semplice e scontato matrimonio di guerra, uno dei tanti, era per quello che si era fatta venire la paralisi così l'aveva mandato a monte un'altra volta. Gli abiti, la ricchezza da ostentare, il rango sociale erano stati solo pretesti che, una volta divenuti improponibili, perché né lui né Eugenia ci credevano più, erano stati sostituiti dalla malattia che lui sospettava persino fasulla, come era fasullo l'alibi sociale, come era fasulla la conversione, fatta allo scopo di procurarsi la potente alleanza del clero, come era fasullo, secondo lui, anche questo eccessivo e sbandierato amore materno, tanto simile a quell'amore di patria che stava diventando anch'esso fasullo nelle celebrazioni a cui assisteva, ogni giorno ormai, da quando era tornato. Una patria retorica diventava una caricatura come una madre gemente e stizzosa: entrambe puzzavano di falso. Francesco non la beveva più. Dubitava della Caccarina come dubitava di quel tricolore invadente; in entrambi si celava un gioco cinico, fatto apposta per gabbare la brava gente. Ma non manifestava a nessuno questi pensieri, ritenendo più prudente e utile tenerli per sé.

Aveva già molto da fare per reinserirsi nell'orchestra: le mani incallite non volevano sciogliersi negli accordi e un sorrisetto crudele aleggiava sul viso del collega Ferruccio Cimin, quello che era restato a casa perché nato quattro mesi prima di lui e, negli anni della guerra, tra giovani al fronte e vecchi pensionati era diventato primo violino e passava a naso all'insù. Le prove che Francesco forniva erano pietose, ne era consapevole, ma vedere che tutto il merito di costui era costituito dalla sua data di nascita gli faceva ribollire il sangue. Era proprio Cimin ad occuparsi della rieducazione dei reduci e con metodi non certo garbati. Francesco dovette faticare parecchio e nei mesi seguenti frequentò poco casa Garbo, dove andava ormai a propria discrezione. Eugenia le poche volte che lo vedeva si disperava; la madre non si riprendeva e pareva anzi stare bene così, immobile a letto, bisognosa di tutto, accudita dalla figlia e dalla Babbina richiamata in servizio. Gli zii intanto avevano traslocato e arrivavano in visita, la compativano con affetto, specialmente le cugine grandi. Ma la croce era solo sua, notte e giorno. Alina in compenso aveva ripreso a prestare a interesse e lo faceva dal letto: una processione continua di povera gente, spesso rovinata dalla guerra, entrava in casa a implorare soldi e Alina, inferocita dalla malattia, chiedeva in garanzia gioielli e argenterie, valori bancari e perfino corredi; la stanza al pianterreno stava diventando una vera camera del tesoro. Ne teneva la chiave al collo infilata in un nastro insieme alla piccola chiave del lucchetto di un grosso forziere, quasi un baule, nel quale custodiva il denaro. Ogni tanto ordinava alla figlia di metterglielo vicino, sul letto, e di uscire; Eugenia non sapeva quanti soldi vi si trovassero.

La ragazza vedeva davanti a sé spalancarsi l'abisso, dove sarebbe stata inghiottita la sua giovinezza o quel che ne rimaneva. Francesco cercava di confortarla, ma dentro di sé tremava per l'avverarsi di quanto aveva sempre temuto. Passarono i mesi. I due fidanzati vedevano ormai svanire ogni speranza. Cercarono di ipotizzare una vita insieme: lei ad accudire la paralitica, lui marito pendolare, avrebbero vissuto insieme nei momenti liberi dell'orchestra. Ma Eugenia non intendeva sacrificare anche la vita di Francesco alla voracità di sua madre. Prese a lavargli la biancheria per alleggerire il lavoro alla povera Albina che, dopo la morte di Lucia di febbre spagnola, era rimasta con tutta la famiglia sulle spalle. Così Francesco portava tutto da Eugenia, ma poi andava a stare a casa sua, così, come un randagio. "Sposiamoci!" continuava a proporre, ma lei rifiutava e alla fine dopo un litigio gli disse che lo lasciava libero, trovasse pure un'altra, ne aveva diritto, e non la cercasse più. Si era ormai all'inizio del '21, in un'atmosfera di lotte politiche e tensioni sociali, i tempi si facevano malsicuri: ormai nei bar di sera si litigava. Francesco sbarcava al mattino presto con il solito battello e spesso non sapendo dove andare si sedeva sulla porta di Eugenia.

"Cosa fai seduto là?" gli domandava qualche pescatore.

"Veglio sul sonno della mia colomba!" rispondeva lui, il violino stretto al cuore, come se fosse Eugenia.

"Ma va', trovatene un'altra! Quella ormai è come se fosse morta!" gli consigliava qualcuno.

Albina si impietosì di quell'anima in pena e gli fece un discorso chiaro: a quell'età, trentasei anni, non poteva certo trovare fanciulle in fiore, questo no, ma qualche brava donna, magari una vedova, o una ragazza madre che aveva avuto qualche disavventura con le truppe…Perché non pensarci? Francesco non era contrario, anzi. Stimava le donne che avevano sofferto e quando Albina gli presentò la Rina Potaccia, sua cugina di primo grado, trentenne vedova di guerra con due figlie già in età scolare, addirittura si intenerì. Era una bella signora, faceva la merlettaia per tirare avanti; le due bimbe erano pulite ed educate, ma per quanto tentasse Francesco non riuscì a provare per lei nient'altro che una grande amicizia, come se Rina fosse anche cugina sua. L'esperienza gli servì. Capì una volta di più che era solo Eugenia che amava. Disse alla Potaccia che le augurava ogni bene, ma che non poteva, anche se stavano per fare le pubblicazioni. Tornò da Eugenia e le disse che aveva lasciato Rina quando già si parlava di nozze.

"Hai fatto male, io resterò zitella, lo sai" gli disse lei.

"E io resterò zitello con te" rispose Francesco. Così il loro fidanzamento riprese, in casa e da soli, spesso con l'intrusione della voce al piano di sopra che sbraitava "Eugenia! Eugeniaaaaa!" soprattutto quando sapeva che c'era lui. Ma non le davano importanza e quando Francesco arrivava bivaccava lì anche la notte, facendo un po' come i socialisti di cui si diceva che ostentassero il libero amore e rovinassero le donne. E se qualcuno veniva a lamentarsene Eugenia rispondeva: "E allora? C'è qualche alternativa?".

Accadde all'improvviso, all'inizio del '23, quando nessuno se l'aspettava. Tutti i medici consultati avevano detto che, non cause organiche, ma la scarsa volontà di guarire inchiodava Alina al letto. Un giorno che stava intascando un credito e la cifra non era quella pattuita, si arrabbiò con il malcapitato di turno e si sentì male. Il poverino, mentre Eugenia irrompeva nella stanza, balbettò: "Non sono stato io, non le ho fatto niente". La vecchia si teneva le mani alla gola, strabuzzava gli occhi, il colore si faceva livido. Eugenia mandò l'uomo a cercare il medico e in un lampo la notizia si sparse per il paese: "La Caccarina sta male!". Tutti accorsero, i vicini, la zia e i cugini grandi. Il dottore la visitò poi disse scuotendo il capo: "E' il cuore!" e cercò di rianimarla con un cordiale. Si misero tutti attorno al letto: la cognata, le nipoti, la Mantica Babbina da un lato, Eugenia, il dottore, Luigino, le vicine dall'altro, Francesco accorse poco dopo. Alina stette male per alcune ore, gli attacchi cardiaci si susseguivano, mentre le forze le mancavano. Il prete, sopraggiunto con tutto il seguito, le somministrò l'olio santo.

"Eugenia!" urlò la vecchia con l'ultimo rantolo e la figlia le si accostò di più. "Sono qui mamma, mi vedi?". La Caccarina annuì e con la mano ad artiglio afferrò il polso della figlia, mentre con l'altra stringeva la chiave del forziere. Strinse con tutte e due le mani finché poté, tremando per lo sforzo, poi si accasciò. Eugenia allora fece per scostarsi e permettere al medico di intervenire, senza riuscirci perché l'artiglio della madre morta le serrava il polso, allora cercò di svincolarsi, di aprirle la mano, ma vedendosi imprigionata fu presa dal panico. Il dottore liberò il polso di Eugenia, subito portata fuori da Francesco. Tutti si segnarono, nessuno fece commenti. Solo più tardi si accorsero che la morta stringeva qualcosa anche nell'altra mano e tentarono, stavolta inutilmente, di aprirgliela. Due giorni dopo, al momento di chiudere la bara, non riuscendo a metterle le mani in croce sul petto e non volendo seppellire un cristiano con la sinistra a pugno, come un comunista, i parenti tutti incaricarono il becchino di spezzarle le dita. Fu così che venne fuori una piccola chiave, quella del lucchetto dello scrigno che, all'apertura, si rivelò colmo d'oro, di soldi, di gioielli. Una dichiarazione scritta diceva: "Alla mia ingrata figlia, anche se non lo merita".

Francesco e Eugenia si sposarono due settimane dopo.

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