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Racconti di Burano
Lisa e il velo della principessa

Nel 1925 una principessa di sangue reale andò sposa a un nobile straniero. Per l'occasione si mobilitarono migliaia di persone e i preparativi iniziarono già l'anno avanti. Alcuni mesi prima dell'evento la Scuola Merletti di Burano ebbe l'incarico di confezionare il velo nuziale e furono scelte con cura sette merlettaie tra le migliori dell'isola per inviarle a Caserta dove avrebbero lavorato all'importante compito. Non erano nuove le lavoranti a queste alte incombenze; era stata la bionda regina, nonna della sposa, a beneficare la scuola nell'isola dell'arcobaleno e da allora, per molte volte, un gruppetto di merlettaie si era diretto nella reggia a confezionare corredini per neonati o a restaurare storici abiti già indossati da principini di cui si era ormai perduta la memoria. Le vecchie ricordavano ancora quando all'inizio del secolo le nascite dei reali, una ogni due anni, avevano garantito un decennio di lavoro indefesso, ma generosamente pagato dalle Loro Maestà, oltre al privilegio di essere pubblicizzati ovunque come "fornitori della Real Casa". Ma anche nei momenti tristi, non solo in quelli lieti, la casa regnante si era ricordata dell'isola multicolore e la regina, sempre bellissima anche nel dolore della vedovanza improvvisa e violenta, aveva voluto -si diceva- che un sudario orlato di pizzo buranello avvolgesse il corpo del re assassinato.

Queste cose venivano raccontate dalle vecchie e dalle "cape" nelle giornate d'inverno, quando alla scuola si lavorava tutte in cerchio, ognuna con il suo scaldino sotto i piedi, finché c'era un po' di luce, mentre la bora fischiava e il mare si scaraventava a schianti gelati sulle rive di pietra. Sì, pur analfabete e ignoranti, sfiancate dai parti e accecate dai piccoli punti che infittivano le trine, le merlettaie isolane godevano sempre della benevolenza di regine e principesse e molte di loro avevano visto a tu per tu la buona regina slava che una volta le aveva interrogate sui loro gusti gastronomici e, saputo che avevano nostalgia di polenta e pesce, lo aveva fatto preparare per loro dal cuoco reale e le aveva gratificate di quel dono con squisita e comprensiva gentilezza. Ora la bella regina venuta d'oltremare dava in spose una alla volta le sue bambine e sarebbe toccato alla più allegra e sorridente prendere marito. Per questo il drappello delle merlettaie, ansiose e sopraffatte dall'emozione, lasciò l'isola e le proprie famiglie per recarsi, guidato da quella sanguisuga della contessa Basadonna -intermediaria tra loro e il mondo e direttrice della scuola- alla stazione di Venezia. Era stata raccomandata la più ferrea disciplina e il prete le aveva terrorizzate allo spasimo prima di partire. La contessa, che comprava per poche lire i loro manufatti e li rivendeva a caro prezzo a tutta l'aristocrazia europea, guidava impavida il drappello inalberando il bastone con il pomo d'argento sbalzato che usava più per sfizio che per necessità. Le giovani erano impaurite dalla città e dalla folla che si aggirava per quelle strette stradine; alla stazione furono spaventate dagli sbuffi neri del treno e da tutte quelle regole e raccomandazioni. La contessa aveva prenotato un intero scompartimento e, per sé sola, anche il wagon-lit, visto che dovevano viaggiare per tutta la notte. Aveva mostrato loro una carta geografica raffigurante una specie di salame, spiegando che quella era l'Italia, e indicato dove si trovava Caserta e da dove partivano. Una aveva chiesto con voce tremante dove era Roma, dove c'era il papa, allora la Basadonna aveva mostrato una macchia più larga sulla carta, piena di ghirigori come un merletto: sarebbero dovute andare ancora più avanti.

Tra quelle merlettaie spaurite che viaggiavano nel 1925 su un mostro di ferro fumigante c'era Lisa, una ragazza timida e dai lineamenti gentili, che non era mai uscita dalla sua isola, non sapeva leggere né scrivere, non conosceva le carte geografiche ma aveva una mano d'oro nel merletto e sapeva creare forme affusolate ed eleganti raffiguranti vasi e racemi attorcigliati, boccioli e animali. Era celebre in tutta l'isola per la sua maestria eppure nessuno le aveva mai insegnato niente. Spesso la si vedeva disegnare a memoria i capitelli bizantini dell'isola di Torcello e trarre da queste forme imprigionate nel marmo millenario la trama di un merletto sottile, come fosse fatto d'acqua e di luce. Era orfana di entrambi i genitori e le suore della scuola l'avevano accolta per compassione scoprendo in lei una formidabile merlettaia fin dalla più tenera età. Lisa era stata scelta quasi per prima, senza alcun dubbio o alternativa, per di più non lasciava genitori in ansia e fratelli timorosi, era stata quindi una scelta ovvia. La ragazza aveva vent'anni e il cuore le batteva forte per l'emozione; l'avventurosa trasferta in un luogo tanto lontano, l'alto onore concessole, la possibilità di encomio avrebbero senza dubbio illuminato tutta la sua esistenza futura nella luce del ricordo, come già era successo a tante altre prima di lei, che in vita loro non avevano avuto altro e ne parlavano come del culmine della felicità. Anche il ritorno alla quotidianità faticosa e anonima della merlettaia era stato dolce per loro perché avevano avuto il loro momento di gloria: così sarebbe stato anche per Lisa. Il treno partì che era già buio e si diresse alla cieca verso la terraferma dove lei, come quasi tutte le altre, non era mai stata. Non vedevano dove stavano andando ma la contessa le rassicurò, saccente.

"State tranquille ragazze, mangiate la vostra colazione e poi cercate di dormire. Quando sarà giorno saremo già a Roma". Poi si diresse al vagone ristorante dove cenò in compagnia di gente che conosceva e, dopo essere passata a salutale, alla carrozza letto dove dormì profondamente. Le merlettaie, accoccolate sui sedili di seconda classe in finta pelle all'interno dei vagoni rivestiti di legno, tennero accesa la piccola lampada verde all'angolo per potersi almeno guardare in faccia e, tutte rigide come baccalà, cercarono di chiudere gli occhi seguendo i sobbalzi del treno. Qualcuna riuscì anche a dormicchiare, ma non Lisa che sgranava gli occhi scuri nel sentir pronunciare nella notte i nomi di quelle città sconosciute dove il treno si fermava. "Rovigo! Stazione di Rovigo!" e poi una dove si fermarono molto: "Bologna! Bologna!" dicevano e il treno traballò anche da fermo, più volte.

Erano le sei quando arrivarono a Roma e Lisa nella perlacea luce dell'alba si affacciò al finestrino. "Cosa fai?" le chiese la Magnaostie, la "capa", una zitella di mezza età. "Voglio vedere dov'è il papa!" rispose Lisa. L'altra rise. "Sì! Lo te speta tì" la canzonò. Sul binario passavano solo i facchini con la divisa a righe e Lisa pensò fossero detenuti: aveva sentito dire che in prigione erano tutti vestiti a righe. Quando passò il capotreno la ragazza si fece coraggio e gli chiese nel miglior italiano che sapeva: "Scusi sa dov'è il papa?". L'altro rise.

"Sta a San Pietro signorina".

"E dove séllo San Pietro?". Il capotreno rideva di gusto.

"Per di là, ma non si vede!" rispose indicando all'aria.

"Cosa fai, sfacciata!" urlò la voce gracchiante della Basadonna che era dietro di lei. Lisa si vergognò e l'altra si precipitò a chiudere il finestrino.

"Non parlare agli uomini, hai capito? Se ti trovo un'altra volta hai chiuso!".

"Ma la domandava de lo papa!" esclamò solidale la Magnaostie.

"Ma cosa domanda! Tanto, anche se domandate, non vi capisce nessuno da come parlate. Tanto vale che restiate zitte! Capito? Zitte! Lavorate a merletto e basta, che tanto sapete fare solo quello" e la Basadonna uscì rabbiosa. Le sette ragazze si guardarono in faccia l'una con l'altra. Lisa tratteneva a stento le lacrime. "Non te la prendere" le dissero le amiche "le signore altolocate sono fatte così" e il viaggio proseguì.

A Napoli scesero dal treno accolte da gente allegra, simpatica, che non si capiva quello che diceva ma sembrava gentile; le merlettaie si incantarono a sentire un giovanotto che le avvicinò con grandi gesti delle mani e pareva non che parlasse ma che cantasse, un po' come facevano loro quando parlavano e non le capiva nessuno. Ma la Basadonna intervenne comandando di seguirla e minacciando il ragazzo con il bastone. Salirono in un altro treno più scalcinato e affollato dove fecero fatica a sistemare le loro valige contenenti per lo più fili per il merletto disegni e cartoni. Il loro guardaroba si limitava a poco e stava in una valigia sola per tutte e sette. Dopo quaranta minuti di viaggio, in piedi con gente che spingeva e qualcuno che toccava, il treno arrivò nella stazione di Caserta, dove ebbero la gradita sorpresa di trovare due automobili ad accoglierle. Tremanti per la paura salirono in quelle scatole di ferro che si misero a correre. La Sbiseghina fece una pessima figura perché nel breve tragitto fino alla reggia vomitò e la Basadonna le diede il bastone sulla testa.

I due autisti in divisa verde però sembravano amichevoli e uno fece a Lisa un sorriso e le strizzò un occhio lasciandola meravigliata perché lei non capiva cosa voleva dire. Arrivarono frastornate, furono condotte attraverso un labirinto di scale e stanze che -almeno così pensò Lisa- non sarebbero mai riuscite a ritrovare, fino ai loro alloggi che erano quattro belle stanzette a due letti, pulite e spaziose: una di loro, e fu la Magnaostie che era la più vecchia e anche l'organizzatrice tecnica del lavoro, dormì perciò da sola, cosa che in tutta la vita mai le era capitata. Lisa condivise la stanza con la Folpa che aveva un paio d'anni più di lei e stava per sposarsi con Sante Cuccagna. Saltarono subito sui letti, morbidissimi, e si misero a ridere. "Ma ci pensi Albertina siamo a corte!" e Lisa si mise ad aprire la finestra guardando fuori.

Il lavoro fu presto organizzato. La Basadonna parlò con la regina e la principessa, prese le misure e passò i dati alla Magnaostie che distribuì le parti, i punti e coordinò il disegno assieme a Lisa che preparò lo schizzo. Il velo della principessa, di un bianco avorio doveva essere tutto in tulle con inserti di pizzo a festoni lungo i bordi e a racemi e pavoni al centro. Doveva sfiorare terra ma non trascinarsi perché la sposa non voleva correre il rischio di inciampare durante la cerimonia. Sul davanti doveva incorniciare il viso trattenuto da una coroncina di fiori, anch'essi di pizzo, piccoli non vistosi. Particolare importantissimo: alle lavoranti era proibito vedere la principessa. Il disegno fu steso su carta e fatto vedere all'interessata che approvò con qualche piccola osservazione. I disegni -fece sapere- non dovevano essere grandi; infatti era piccola di statura e non voleva un velo troppo imponente. Si misero all'opera, divisero il lavoro come di consuetudine in modo che ognuna avesse un tipo di punto: chi l'orditura, chi i dentelli, chi il ghippùr. Poi si scambiavano i pezzi e ognuna completava il lavoro dell'altra. A Lisa spettava il lavoro del rilievo e dello smerlo che si facevano per ultimi: doveva quindi aspettare che le altre fossero un po' avanti e poi lavorare veloce per raggiungerle. La stanza del lavoro era accanto alla sartoria dove altre lavoranti stavano eseguendo l'abito, liscio e semplice come voleva la principessa. Lisa aveva dei momenti liberi e allora le altre le dicevano: "Fatti un giro che dopo non potrai più!". Lisa allora andava nei giardini meravigliosi della reggia, pieni di prati e di statue, approfittando del fatto che la Basadonna era andata via per qualche giorno.

Era seduta su una panchina una mattina di marzo pensando a quanto era bello che fosse già primavera, mentre nella sua isola forse nevicava, quando sentì una voce che la salutava. "Buongiorno signorina!" e si voltò. Era un giovane militare che le sorrideva. "Buongiorno" rispose Lisa per cortesia. "Posso sedermi?" chiese e Lisa, per non sembrare maleducata: "Se vuole". Così il giovanotto in divisa si sedette sulla panca e cominciò a chiacchierare, anche se lei non parlava affatto, tanta era la vergogna per l'idioma natio che, come diceva la Basadonna, nessuno capiva e procurava solo scherno. Così Lisa guardava il bell'ufficiale in divisa, sorrideva, rispondeva sì o no. Lui le disse un monte di cose: che era di carriera e prestava servizio alla reggia, nella guardia d'onore, che era piemontese, di famiglia nobile, di nome Alfonso Gori, che si annoiava a Caserta perché le donne o erano brutte o non parlavano, un po' come lei. Le belle stavano sempre zitte, spiegò, e Lisa pensò che forse si vergognavano anche loro perché non le capiva nessuno. L'aveva vista più volte, le disse, gli interessava, chiese di uscire insieme, c'era un bal tabarin lì vicino frequentato dagli ufficiali. Lisa scuoteva la testa in segno di diniego.

"Ma perché no? Volete forse ammuffire per il resto dei vostri giorni? Siete giovane, siete bella. Cosa c'è di male ad uscire un po'…".

Lisa cercò a lungo le parole: "Devo lavorare. Ho preso un impegno!".

"Anch'io! Tutti dobbiamo lavorare. Ma quando l'orario finisce abbiamo diritto a un po' di svago non vi pare?".

"Devo andare! Ve saludo" disse Lisa e si alzò. Lui rimase seduto sulla panchina, seguendola con gli occhi mentre un sorrisetto malizioso gli increspava la bocca. "Una viola mammola! Molto eccitante!" commentò.

Il giorno dopo la Folpa e la Pissainletto erano andate in passeggiata in città tra le raccomandazioni della capa che aveva paura lo venisse a sapere la Basadonna. Mentre camminavano per Caserta vecchia furono avvicinate da due tenentini in libera uscita che si offrirono di riaccompagnarle, tanto facevano la stessa strada. Così le due ragazze attaccarono discorso con i militari che le invitarono per la domenica a prendere una pasta dicendo di estendere l'invito anche alle amiche che lavoravano con loro. Quel giorno uscirono quasi tutte e mentre, in gruppo, passeggiavano per la città, l'ufficiale del giardino si unì alla compagnia e si affiancò a Lisa.

"Avete visto, signorina?" chiese sornione.

"Visto cossa?".

"Io ottengo sempre quello che voglio. Volevo che usciste con me e alla fine ci sono riuscito!". Lisa si smarrì e non seppe cosa rispondergli perché purtroppo il bel tenente biondo la affascinava, così si confondeva nelle risposte e questo si aggiungeva all'imbarazzo per non saper parlare in italiano. Nei giorni seguenti Lisa divenne più inquieta, sbagliò qualche punto, perse l'appetito. Si sentiva tallonata da quell'uomo e non sapeva cosa fare. Da un lato se ne sentiva attratta, ma dall'altro aveva paura a causa dell'enorme differenza di cultura e di carattere che c'era tra loro. Lui era spigliato e disinvolto quanto lei era timida e impacciata. Lui la aspettava al varco quasi ovunque e le proponeva di uscire, la supplicava, diceva di essere infelice per la paura di non piacerle. La faccenda andò avanti per parecchi giorni.

"Lasciatemi stare signor tenente, non sono adatta a voi" si sforzò di dirgli un giorno che lo trovò sulla scala che portava ai loro alloggi.

"E invece sì. Sì perché ti amo…Ecco, l'ho detto, qui, come uno scemo, per le scale e non in qualche bel ristorante come avrei voluto. Ma è la verità". Lisa scappò a stento dalle sue mani e si propose di non uscire più dai locali della sartoria. Si impegnò nel lavoro, anche perché era tornata la Basadonna e subito si era infuriata perché erano più indietro di quel che credeva e la principessa sarebbe presto arrivata da Roma apposta per provare il tutto. Lisa fu messa sotto, notte e giorno. Una sera stava lavorando a lume di candela quando bussarono. "Avanti!" disse temendo che l'ufficiale fosse così temerario da intrufolarsi fin lì. Ma era una ragazza con un cappello a campana calcato in testa.

"Buonasera! Ancora al lavoro a quest'ora?" disse la sconosciuta.

"Sì, sennò non ghe la faccio a finire" spiegò Lisa.

"A cosa lavori?".

"Al velo della principessa".

"Aaah!" esclamò la ragazza e si mise a guardarlo con interesse sfiorandolo con una mano.

"Ve lo lasso tocàr…ma che no lo sappia nessùn!·[Ve lo lascio toccare, ma che non lo sappia nessuno!]" raccomandò Lisa.

"Non lo sapranno!" assicurò l'altra e cominciò a osservare con attenzione l'opera della merlettaia, poi commentò: "Certo che tu sei un'artista! Ma come fai a fare quei punti così piccoli e attaccati?".

Così Lisa glielo fece vedere lentamente spiegandole, in modo sempre più dialettale, i punti, le tecniche, soprattutto le famose "sei fasi" e la ragazza col cappello si sedette accanto a lei ad ammirare quel lavoro, standole dietro con la sedia e posandole una mano sulla spalla per vedere, come se fosse affacciata a una finestra, il nascere di un'opera d'arte.

"Come ti chiami?" le chiese poi.

"Io sono la Lisa. E ti?" rispose, cogliendo l'occasione di chiederglielo, visto che la sconosciuta non si era presentata.

"Io sono…sono" esitò la ragazza.

"Altezza Reale!" gracchiò la voce della Basadonna spalancando la porta e sprofondandosi in un inchino teatrale. Era corsa a perdifiato quando aveva saputo nell'androne che la principessa era scesa dall'auto e, malgrado l'ora, era andata subito, di corsa, in sartoria a vedere il suo abito, non reggendo all'impazienza. La Basadonna era stizzita. Quell'oca di Lisa aveva ricevuto un onore del genere e lei avrebbe fatto con Sua Altezza la figura della sfruttatrice. La principessa infatti non mancò di notarlo e, dopo qualche convenevole, disse ridendo: "Contessa Basadonna non dovete far lavorare queste brave ragazze fino a quest'ora di notte. Piuttosto sono disposta io a sposarmi una settimana, dopo, ma che nessuno rischi gli occhi per me!".

"Hai capito tu? Vai, allora! Vai a dormire!" disse la Basadonna a Lisa che ripiegò il velo e se ne andò con un inchino. Quella notte Lisa non dormì per l'emozione di aver visto da vicino la figlia del re, di avere parlato con lei, di averle mostrato la tecnica del merletto, come avrebbe fatto con una persona qualsiasi. Lo disse, quasi con vergogna, alle amiche. "L'ho vista?". "Com'è? Bella?" domandarono tutte. "E' più che bella…" sospirò Lisa, convinta che ciò che tanto colpiva l'immaginazione delle popolane fosse solo un lato marginale. La principessa, secondo lei, era bellissima soprattutto perché era buona e gentile e le aveva parlato come a un'amica. Ma questo non lo sapeva dire neanche in dialetto.

Il velo fu terminato in pochi giorni, mentre la Basadonna incalzava. Anche le sarte erano in ritardo, così le merlettaie non sfigurarono troppo. Il giorno della prova generale la Basadonna entrò nei loro alloggi e disse: "Hai un onore che non ti meriti, Lisa. La principessa vuole che sia tu a portarle il velo e la aiuti a indossarlo" e non nascose il proprio disappunto. Lisa, con il cuore che le batteva, percorse dietro alla Basadonna una fila di saloni luccicanti di specchi e dorature, tenendo sulle braccia il velo ripiegato, avvolto in una carta. Entrarono nella camera dove la principessa su un piedistallo era già vestita di bianco e si stava infilando le scarpe in tinta, attorniata da un paio di sarte e una modista. Quando entrarono voltò il viso verso di loro sorridendo: "Ciao Lisa!" disse e la merlettaia quasi si sentì mancare. Poi scese per farsi mettere il velo dalla ragazza di Burano che glielo sistemò sulle spalle e sulla schiena. La modista le aggiustò l'acconciatura e la principessa risalì sul piedistallo. Lisa le porse i guanti di pizzo che richiamavano le decorazioni del velo e la principessa si guardò allo specchio illuminandosi di un radioso sorriso. Lisa pensò che fosse la creatura più luminosa che mai avesse visto. La prova era riuscita: tutto sarebbe stato trasportato a Roma per il matrimonio la settimana successiva. La principessa congedò le lavoranti e, quando giunse a Lisa, le consegnò una scatoletta blu. La ragazza non sapeva cosa dire. "E' per te, apri" le disse Sua Altezza e Lisa aprì trovandovi una spilla d'argento con lo stemma della Casa Reale. La principessa la prese e gliela appuntò al petto. "Così ti ricorderai sempre di me!" le disse con uno dei suoi smaglianti sorrisi. Ma Lisa stava quasi piangendo: "No ve desmentegarò mai…mai!·[Non vi dimenticherò mai…mai!]" mormorò.

La Basadonna, celando a stento la sua rabbia, le ordinò di andare e le indicò una porta diversa da quella di prima. Con un goffo inchino Lisa uscì e fu accompagnata da una cameriera a un'altra porta. Rimase frastornata a lungo, poi si incamminò senza sapere dove. I corridoi divennero più stretti e poi una scala portava ai piani superiori. Non c'era nessuno a cui domandare e Lisa capì di essersi persa in quell'immenso palazzo. Tornò indietro, ma aveva soggezione ad aprire una delle tante porte e chiedere. Camminò ancora, ritornò alla porta da dove era uscita e vide che oltre non si andava. Non c'erano scale e non c'era nessuno. Forse quella scala in fondo che saliva avrebbe portato a un luogo da dove si sarebbe anche potuti scendere. Decise di tentare e salì. Un piano era vuoto, completamente: dal secondo venivano delle voci. Andò di sopra a vedere. Ma le si parò davanti un uomo in canottiera e la faccia insaponata. "Scusi, scusi!" balbettò Lisa. L'altro rise: "Da dove vieni, bella bambina?" chiese e chiamò altri. In breve Lisa si trovò attorniata da una decina di uomini che non faticò a identificare come soldati. Girando era arrivata ai loro alloggi. Si fece forza per parlare: "Me sò persa. [Mi sono persa] Da dove si esce?".

"L'accompagno io" disse una voce nota, quella di Alfonso Gori. "Conosco la signorina" spiegò al suo superiore, l'uomo insaponato "è inesperta del palazzo, ma so dove alloggia e posso ricondurvela". Il capitano approvò e Gori prese Lisa per un braccio riprendendo la scala. Ma appena fuori dal controllo dei commilitoni Alfonso si fece arrogante, le mise le mani addosso e la inchiodò ad una parete baciandola con avidità.

"Lasséme star [Lasciatemi stare], tenente!" protestò Lisa.

"Basta mi hai fatto aspettare anche troppo!" si spazientì l'uomo "adesso tu vieni con me e faremo l'amore".

"No voggio [voglio] fare quelle cose lì, io!" e Lisa si svincolò per scappare, corse ma lui la raggiunse, la prese e la trascinò in una delle porte che era uno sgabuzzino, la prese a schiaffi e la spinse su un mucchio di biancheria sporca. Lisa sanguinava da un sopracciglio e vedeva rosso. "Per carità, no. Lasséme andar!·[Lasciatemi andare!]" disse singhiozzando, ma quello stava calandosi i pantaloni. Lisa, fino a quel momento incredula di quanto stava accadendo, capì infine che doveva difendersi e, presa una scopa, gliela diede in testa e poi, con il manico, nello stomaco. Ma lui riuscì a strapparle l'arma, lei cominciò a urlare, allora la prese per il collo, la buttò sopra gli stracci cadendole sopra, ne prese una manciata e glieli schiacciò sulla bocca tentando di soffocarla. Lei gli morse una mano e tentò di toglierselo da sopra urlando di nuovo a perdifiato, ma Alfonso aveva trovato ciò che cercava: un cuscino. Glielo mise sul viso schiacciando con forza e stavolta Lisa non poté più neanche respirare, non solo urlare. Ebbe allora davvero paura di venire uccisa lì in uno sgabuzzino per la biancheria. "Apri le gambe!" le ordinò una, due, tre volte e le tolse il cuscino lasciandole un fiato d'aria. Lisa terrorizzata obbedì e lui, dopo averle stracciato le mutande, si precipitò a conficcarle la sua arma nella pancia. Il dolore fu tremendo. Lisa sentì squarciarsi le proprie viscere e nello stesso tempo la propria anima, come se la sventrassero da sotto in su fino al cervello. Il dolore salì per tutto il suo essere e arrivato in testa fece il giro del cranio, come un'aureola di santi, per finire in uno svenimento totale. Quell'uomo imbestialito, che pure inizialmente l'aveva attratta per il suo aspetto gentile, si rivelava un essere orribile, in preda a una frenesia predatoria, incurante di ogni considerazione umana.

Lisa riprese i sensi tremando e singhiozzando convulsamente, Alfonso si scostò da lei, si rialzò e si rimise i pantaloni. "Ma chi ti credi di essere?" brontolò "Sei una troietta come tutte le altre, anche se ti dai tante arie. Adesso fila e non raccontare in giro cosa abbiamo fatto". "Abbiamo?" ripeté Lisa con un fil di voce. "Sì, lo faresti sapere a tutti che sei una puttana. Adesso smamma!" e tiratala su di peso la accompagnò attraverso altre due porte e, mostrandole una scala, le disse: "Và di là!". Lei corse giù ma, arrivata in fondo, si sentì male e vomitò. Arrivarono alcune persone e fu trasportata agli alloggi delle merlettaie, pesta, sanguinante e con la febbre.

"No dir niente, sta sitta" le raccomandò la Magnaostie che aveva cacciato tutte le altre offrendosi di occuparsi di lei. "Me sé successo anca a mi, a Monza, vintisinque ani fa!" [E' successo anche a me a Monza, venticinque anni fa] confessò la zitella, accarezzando il viso ferito di Lisa distesa a letto.

"Mi no gò fato niente!" [Io non ho fatto niente!] protestò Lisa "Lo m'à pestà, lo m'à massà, gavevo paura che lo me copasse". [Mi ha pestato, mi ha ammazzato, avevo paura che mi accoppasse!]

"Gò visto!" acconsentì la Magnaostie "ma se no ti vol pèrder anca el poco che te resta…tasi. Tasi come che gò fato mì!". [Ho visto, ma se non vuoi perdere anche il poco che ti resta, taci. Taci come ho fatto io!]

Lisa piangeva. La Magnaostie continuò: "E no sta sposarte! Se lo marìo no lo te trova vergine, lo te odia par tutta la vitta, come la Milia Spuaccina che la gà fato na vitta de inferno parché lo Reste no ghe gà credesto…No li crede mai, lori. Scoltime mi! Tasi e resta signorina!". [E non sposarti Se il marito non ti trova vergine ti odia per tutta la vita, come l'Emilia Spuaccina che ha fatto una vita d'inferno perché l'Oreste non le ha creduto…Non credono mai, loro. Ascolta me! Taci e resta signorina!]

"Ma parché?" chiese Lisa tra i singhiozzi "parché li ne fa cussì? Semo in tre, ti ga dito…" [Ma perché, perché ci fanno così? Siamo in tre, hai detto…]

"Mah! Forse i ne ciapa par insemenìe parché no savemo parlar in italian!" [Mah! Forse ci prendono per scimunite perché non sappiamo parlare in italiano!] commentò rassegnata la Magnaostie.

"Alora imparemolo! Imparemolo nà bona volta!" [Allora impariamolo! Impariamolo una buona volta!] protestò Lisa tra i singhiozzi.

Partirono dopo due giorni. La Magnaostie disse a tutte che Lisa era caduta dalle scale per l'emozione del dono della principessa e i lividi sul viso accompagnati dai punti al sopracciglio, i cui segni le rimasero per tutta la vita, confermarono questa versione. Lisa ritornò alla sua isola, ma non alla normalità. Qualcosa in lei si era rotto per sempre; alternava momenti di serenità, scanditi da fervore lavorativo e religioso insieme, a periodi di tristezza in cui piangeva quasi continuamente e si sentiva debole, incapace di tirar su un ago. Le suore la affidarono ai medici del manicomio dell'isola di San Clemente, di fronte a Venezia, che cominciarono a trattare il suo caso con l'elettrochoc. Lisa veniva periodicamente ricoverata, quando le sue crisi di malinconia si acuivano, curata con un ciclo di sedute, poi dimessa. Tornava alla sua isola con serenità e un radioso sorriso, forse un po' fisso. Trovava molti compaesani tra le mura del manicomio: la povera Noemi Portasecci che era impazzita dopo aver fatto sette figli in sette anni, la Polda Ciccina che aveva sempre borbottato da sola e perfino l'ex-sindaco Zanetti messo in manicomio da una congiura dei figli, che volevano i soldi, e della moglie, che voleva vendicarsi perché lui aveva l'amante. Stava benissimo in quei periodi di ricovero, riprendeva forze, parlava con tante persone, socializzava, portava ambasciate dai matti ai cosiddetti sani e viceversa.

Ma fuori nascevano i problemi. Era senza famiglia e le suore non potevano più tenerla, anche perché non volevano prendersi troppe responsabilità. Le trovarono una stanzetta in casa della Magnaostie e poi, quando questa morì, in canonica. Il tempo lo passava presso l'unico parente che aveva: suo cugino Luigi che aveva sposato Paolina, la bella campagnola profuga di guerra. Nella loro casa, che comunicava con quello che a lungo restò l'unico bar di tutta l'isola, Lisa invecchiò lavorando a merletti per i bambini del cugino e della famiglia della cugina acquisita. Sedeva in un angolo della cucina dando le spalle alla finestra di piazza con il suo tombolo in grembo e lo sgabello di legno sotto i piedi, lavorando gli arabeschi della sua mente che si trasformavano in figure gentili o mostruose a seconda dell'intensità dell'elettrochoc. Luigi e Paolina non permettevano a nessuno di chiamarla "la matta" e l'avevano accolta in tutta la schiera di disperati che affollavano la loro casa, chiedendo un boccone di pane e una ciotola di minestrone. C'erano zoppi e gobbi, tisici e sifilitici, accattoni che vivevano in baracche fatiscenti e spesso supplicavano di essere ospitati a dormire in cantina. Uno di loro, uno storpio detto "lo Dante", pur essendo analfabeta, conosceva a memoria lunghi brani della Divina Commedia, tanto che del poeta aveva preso anche il nome. Un'altra, la Grattarecchie, era una vagabonda piena di pidocchi che spennava polli a pagamento. Il sacrestano, gobbo albino e tisico, per un piatto di zuppa suonava la fisarmonica.

Tra loro Lisa non sfigurava più, loro la rispettavano e la salutavano con un: "Buongiorno signorina!". Aveva conservato come una reliquia la spilla con lo stemma reale che le aveva donato la principessa e la indossava nei giorni di festa su una camicetta di seta con il collo di pizzo. Evitava in quei giorni di "tabaccare" come faceva abitualmente; era questo l'unico vizio, l'unica soddisfazione che si era concessa in una vita intemerata. Quando andava in manicomio consegnava la spilla reale a Paolina perché la tenesse in sua assenza, sicura che la cugina, di salda fede monarchica benché avesse sposato un socialista, gliela avrebbe conservata e restituita. Entrambe alla fine della guerra seguirono con angoscia le tragiche vicende della principessa gentile, arrestata e fatta morire in un campo di prigionia, capro espiatorio innocente di colpe non sue. Lisa, finché visse, conservò nella propria stanza una fotografia di lei, ritagliata da un giornale e le metteva davanti fiori freschi. Nelle sempre più frequenti crisi depressive la chiamava. "Semo stae desfortunàe, tutte do!"·[Siamo state sfortunate, tutte e due!] si lamentava guardando quell'immagine e molti erano d'accordo. Lisa era stata sfortunata proprio come la sua cara principessa: l'una vittima della follia propria, l'altra della follia altrui.

Sulla sua sedia nell'angolo di cucina Lisa visse molti anni, più di quanti la Parca avesse concesso alla sua nobile amica di un giorno lontano, confezionò molti merletti, anche se non riacquistò più la mano di una volta, vide crescere tanti bambini, prima i figli e poi i figli dei figli di Paolina, fiutò una gran quantità di tabacco, marca Macubino macinato fine, borbottò una fantasmagoria di rosari con le parole latine sbagliate. Quando non era nel suo angolo, o in manicomio, la si trovava in chiesa a fare la comunione, tutti i giorni, anche più volte al giorno perché si dimenticava di averla già fatta. Con lo scialletto rotondo sulle spalle, il grembiule a tasconi con la pettorina fitta di aghi infilzati, le forcine lunghe sulla nuca era una componente d'arredo che sarebbe stato strano non vedere. Spesso chiamava sottovoce i bambini e, dando loro un soldino, chiedeva che andassero a comprarle una scatola di Macubino, in segreto. diceva, e una piccola mancia serviva ad assicurarsi una totale infantile discrezione. Teneva il tabacco nella sua scatola dentro una tasca del grembiule da cucina e spesso, quando pensava di non essere vista, furtivamente ne prendeva un pizzico e lo accostava alle narici aspirando profondamente, con voluttà, e spolverandosi in fretta con le dita, nel timore che qualche traccia caduta sul vestito la tradisse. Generazioni di bambini erano corse, in segreto, in tabaccheria a comprarle l'amatissimo vizio.

Alla fine una sera qualsiasi si spense sulla sua sedia, con il tombolo in mano, solo apparentemente vecchia, addormentandosi sul lavoro come se una scossa fatale l'avesse fulminata.

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