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L'elefante col monociclo

«Io te l’avevo detto, adesso guarda
il ragazzino del campetto diventare una farfalla;
questa è la vita non ne ho scelta un’altra,
torniamo a casa con la testa alta»

(Cor veleno-Una rima, una jam feat. Coez e Gemitaiz)

C’è stato un periodo in cui tutte le mie mattine cominciavano allo stesso modo ed erano talmente uguali da darmi l’idea che il tempo scorresse molto più lentamente.

La sveglia suonava intorno alle 6-6.30 del mattino e anziché da una canzone era costituita dalla voce di mia madre che, alzando le tapparelle, mi gridava: «Sveglia, giù dalle brande! È ora di andare a scuola!»

In realtà spesso avevo già gli occhi aperti, o perché mi ero già ridestato o perché sentivo i suoi passi venire verso la camera e dunque volevo evitare il trauma della luce del mattino sul viso.

Senza voglia e spesso sbuffando mi trascinavo in bagno per lavarmi la faccia e i denti (ero probabilmente l’unico che usava spazzolino e dentifricio prima di fare colazione) poi andavo in tinello dove mi aspettavano talvolta i cereali, ma il più delle volte il tè con le fette biscottate, anche perché era opportuno mettere qualcosa di caldo nello stomaco.

La tele accesa mi faceva compagnia con la musica o i cartoni animati e speravo sempre che si protraessero ancora a lungo, così da non dovermi alzare e uscire di casa; invece dopo un po’ finivano e per me veniva il momento di vestirmi, prendere lo zaino e andare a scuola.

Il mio abbigliamento dell’epoca era molto casual, con pantaloni larghi, magliette e felpe, un piumino, scarpe da ginnastica e la sciarpa della Sampdoria; la mia cartella invece era tutta nera, dell’Invicta, con i bordi e le chiusure verdi. I capelli li portavo cortissimi, stile taglio militare e il viso era completamente liscio perché la prima barba la radevo sovente; talvolta una spruzzata di profumo aiutava a valorizzarmi.

Così sistemato salutavo tutti e, preso il cellulare e il portafoglio, uscivo di casa: non avevo bancomat né Postepay, non avevo badge né altre tessere elettroniche, ad eccezione di quella di Gamestop e dell’abbonamento del pullman.

Erano gli anni tra il 2009 e il 2012, quelli del mio triennio delle superiori, e col gelo dell’inverno o col calore mite della primavera raggiungevo la fermata: talvolta quella sotto casa mia, altre volte quella in corrispondenza dell’officina meccanica.

Qui trovavo il mio grande amico Danilo a cui davo immediatamente il cinque in segno di saluto, poi mentre lui si accendeva la prima sigaretta della giornata cominciavo a chiedergli come stava e a raccontargli di quanto facesse schifo la mia vita: i litigi in casa, la noia della scuola, le discussioni con qualche insegnante, il mio odio per l’umanità e tutti quei problemi che affliggono un ragazzo tra i 17 e i 19 anni.

Mentre Danilo ascoltava, tossiva espellendo catarro e mi rispondeva, ci raggiungevano due nostre amiche, Chiara e Sharon; la prima piccola con i capelli lunghi e neri e il viso grazioso, la seconda con la pelle più scura (quasi ispanica) e i ricci.

In una di quelle tante mattine, ricordo che stavamo parlando di profumi quando Sharon mi mise la faccia sul collo e iniziò ad annusare l’essenza che mi ero spruzzato.

«Se gli devi fare un succhiotto non qui alla fermata davanti a tutti» ironizzò Danilo mentre io lasciavo che la ragazza rimanesse con le labbra vicine alla mia spalla.

Alle 7.10 , talvolta puntuale, talvolta in ritardo, arrivava il nostro pullman.

Salivo, convalidavo l’abbonamento poi andavo a cercare il mio amico Andrea e mi sedevo accanto a lui: Danilo, Sharon e Chiara si sistemavano nei paraggi.

Dal fondo dell’autobus un ragazzo di nome Fabio, grande tifoso del Torino, mi prendeva in giro, insieme ai suoi amici, per l’andamento della Sampdoria; all’inizio mi dava fastidio, m’imbarazzava perché urlava e tutti i passeggeri sentivano, poi un giorno la mia squadra sconfisse la sua e io gli dissi che doveva stare zitto. Lui rise e da allora cominciammo a ridere e scherzare, instaurando un bel rapporto.

Andrea all’epoca era il mio migliore amico e facevamo praticamente tutto insieme, dai viaggi di andata e ritorno da scuola alle partite di calcetto, a lui confidavo ogni segreto e la cosa era reciproca; ci divertivamo a commentare tutte le ragazze che vedevamo salire sull’autobus o passare per strada, poi parlavamo di calcio e di musica. Ogni tanto quando mi sedevo lui mi mostrava lo schermo del cellulare su cui c’era una chat di Facebook aperta e io sapevo dove stava andando a parare.

«Chi è?» domandavo in maniera retorica

«La mia nuova fidanzata, l’ho conosciuta ieri in chat e ci siamo massaggiati tutta la notte»

«Di dov’è lei?» al che lui mi rispondeva con il nome di una città che nel migliore dei casi si trovava in Lombardia e nel peggiore in Italia centro-meridionale.

«E come fate a vedervi?» gli chiedevo in maniera velatamente ironica

«Durante le vacanze (di Natale, Pasqua o estive, a seconda della stagione, nda) vado giù da lei col treno».

Sebbene lui all’epoca fosse già maggiorenne (ha 1 anno più di me) non aveva né macchina né patente perché costavano troppo per la sua famiglia e di conseguenza si muoveva a piedi o coi mezzi pubblici.

Per di più vivevamo ad Almese, nemmeno a Torino; certi viaggi ci sembravano (forse a ragione) impensabili eppure lui era convintissimo del suo nuovo idillio.

«Fidati, Gabry, stavolta è quella giusta. Lo sento» mi rassicurava, poi passava a illustrarmi lo sconvolgente numero di ore che avevano passato a scambiarsi messaggi il giorno prima.

Io all’epoca non avevo Facebook (e Whatsapp non esisteva) per cui per me era assurdo passare la notte a parlare via Internet con una persona mai vista prima e di cui non si sapeva nulla tranne il nome e, talvolta e grazie alle foto, l’aspetto fisico.

Che poi a vederle così, quelle con cui si sentiva il mio amico Andrea (che all’epoca chiamavamo tutti quanti Giullo, storpiandogli scherzosamente il cognome) sembravano tutte top model; eppure quante fregature ha preso, talvolta si trattava di veri e propri profili finti.

Finito l’idillio lui sprofondava in qualche giorno di tristezza e depressione, da cui toccava a me farlo uscire; è in quegli anni lì che ho imparato a non credere alle relazioni a distanza (e difatti quelle che ho avuto in passato le ho tutte chiuse); quando mi comunicò di essersi innamorato di Chiara pensai:

«Beh, stavolta almeno vive nel tuo stesso paese!» anche se non potevo immaginare che quell’infatuazione gli sarebbe costata un bel po’di notti in bianco, alcuni scatti di rabbia, troppe lacrime, il 60 alla maturità e la devastazione del suo sistema nervoso; da notare che ero stato io a presentargliela.

Per quanto mi riguarda, in quegli anni ero attratto da una ragazza di Almese, amica di Danilo, che prendeva il nostro stesso pullman; ero rimasto folgorato dalla sua bellezza e l’avevo anche inserita in un racconto (erano gli anni dei miei primi, timidi, tentativi letterari), celandola sotto lo pseudonimo di Anna.

Inutile dire che non riuscì mai a trovare il coraggio né di parlarle né di chiedere di uscire; fu Danilo però a scriverle un messaggio e a domandarle se era interessata a me; la risposta fu negativa e, come è facile intuire, ci rimasi malissimo: il nostro amore si consumava in modo appassionato nelle pagine dei miei scritti, ma nella realtà non ci siamo mai detti nemmeno «Ciao».

A dir la verità anni dopo collaborammo entrambi a un’iniziativa della Parrocchia e in quell’occasione ridemmo e scherzammo pure, ma la mia infatuazione per lei era orami completamente scemata.

Non le dissi mai che era la protagonista femminile di un mio racconto.

Oggi “Anna” convive e ha avuto addirittura una figlia; col suo attuale compagno andavamo insieme alle medie; è tutto talmente buffo che mentre sto scrivendo mi viene da sorridere.

Tornando a quelle lontane mattinate: quando il pullman oltrepassava la Banca Sella di Avigliana, allungavo la mano e prenotavo la fermata; pochi secondi dopo, le porte si aprivano e io, Danilo, Giullo, Anna, Chiara e Sharon scendevamo dal mezzo pubblico e ci preparavamo per il tragitto fino a scuola.

Una tappa obbligata, per me, la rappresentava l’edicola attaccata al benzinaio, dove compravo la Gazzetta dello Sport. Ogni mattina.

Ricordo che una volta, al rientro dalle vacanze pasquali trovammo chiuso e Giullo mi disse scherzosamente:

«Campava grazie a te; è più di una settimana che non sei venuto a prendere il giornale e probabilmente è fallita l’edicola»

Con la Rosea sotto il braccio (ne spiavo velocemente i titoli in prima pagina) mi incamminavo verso l’ITCG Galileo Galilei dove studiavo, seguito da tutti i miei amici; c’erano due plessi: la sede e la succursale.

Io e Giullo andavamo nel primo, gli altri nel secondo.

Non potrò mai dimenticare il cortile d’ingresso, le scalinate che conducevano all’atrio, stracolmo di studenti come noi in attesa di iniziare l’ennesima lunga e stressante mattinata; accompagnato dal mio migliore amico mi fermavo alle macchinette del corridoio dove prendevo un espresso senza zucchero.

Tutto era iniziato un giorno di terza superiore in cui la mia prof. d’inglese, vedendomi assonnato già alla prima ora, mi aveva detto:

«Torchio, si prenda del caffè così non dorme sul banco»; da allora dose di caffeina ogni mattina di scuola, amara così da accentuarne il sapore. L’abitudine è rimasta, da allora non ho mai più messo nemmeno una bustina di zucchero.

Chiaro, quasi 30 espressi al mese non mi facevano bene e certamente tutti i problemi di gastrite che ho avuto negli anni a venire sono stati dovuti, almeno in parte, a quel rito mattutino che si ripeteva regolarmente.

Dopo la sosta alle macchinette veniva il momento di scendere al piano sotterraneo (dove si trovava la nostra classe) e appena entrato in aula mi sedevo al mio banco con le gambe verniciate di rosso e mi mettevo a leggere la Gazzetta e a bere il mio caffè.

Era un momento unico, che mi faceva sentire adulto; vicino a me Giullo sbirciava gli articoli e ci mettevamo a commentarli insieme.

Ad un certo momento si sentiva una violenta imprecazione venire dal corridoio e poco dopo il nostro compagno Marco entrava in classe; dietro a lui, Silvia e Ferdinando.

«Gabry mi devi assolutamente aiutare a ripassare; oggi mi interroga di diritto e non ho studiato nulla» esordiva la ragazza, al che sapevo già che il mio momento di relax si era concluso: passavo la Gazzetta a Marco e preso il libro di diritto (o di qualsiasi altra materia di cui saremmo stati interrogati) mi mettevo pazientemente ad aiutare la mia compagna e tutti coloro che volevano aggregarsi.

Finito il momento di studio collettivo mi coricavo sul davanzale della finestra, con la testa appoggiata al vetro; era il mio posto preferito, caldo d’inverno perché il termosifone era acceso e fresco d’estate perché passava l’aria. Giullo mi raggiungeva e cominciavamo a parlare di musica, calcio e di quanto brutta fosse la nostra vita. Ferdinando e Marco talvolta si univano a noi.

Al suono della campanella saltavo giù dal davanzale e andavo a sedermi al mio banco, mettendoci sopra lo zaino a formare una barriera; ci alzavamo tutti quanti per salutare l’insegnante che entrava, poi cominciavamo la lezione.

Intanto era arrivato anche Andrea (non Giullo, un suo omonimo), il mio vicino di banco, tifoso sfegatato del Milan; siamo stati seduti vicini per praticamente tutto il triennio delle superiori e ancora oggi, ogni tanto, organizziamo per rivederci.

Andrea era timido e introverso, l’esatto opposto di me; è un ragazzo buono, gentile, bravissimo negli studi ma forse un po’fragile. Io gli facevo da contraltare e lui riusciva a mitigare i miei scatti di rabbia; eravamo grandi amici e non ho mai smesso di volergli bene. A Natale della quarta superiore gli ho regalato il calendario del Milan: non potrò mai dimenticare la gioia riflessa nei suoi occhi, stava per commuoversi. Nessun altro compagno gli aveva mai fatto un regalo prima di allora.

Aveva provato a sdebitarsi chiedendomi se volevo in prestito qualche suo gioco per PC, ma io all’epoca usavo solo l’XBox 360 per cui declinai e gli dissi di stare tranquillo, un dono non va ricambiato.

Anche se era Giullo il mio migliore amico, con Andrea mi sono divertito tantissimo: avevamo preso l’abitudine di disegnare delle caricature di alcuni insegnanti e collaboratori della scuola che ci stavano antipatici e li rappresentavamo, con l’aspetto di maiali, su fogli di carta o direttamente sui libri che di conseguenza a fine anno erano scarabocchiati e invendibili.

C’era un tecnico di laboratorio col quale avevo avuto dei contrasti ed era il bersaglio preferito dei miei insulti e delle mie parodie; per inciso, stava antipatico a tutta la nostra classe.

Eravamo solo 7 maschi: io, Andrea, Giullo, Ferdinando, Marco, Luca e Stefano; in terza c’era anche Alessandro, poi lo hanno bocciato. Tutte le altre compagne erano femmine.

I banchi erano disposti in 2 lunghe file e in quello alla mia sinistra c’era Micaela, che aiutavo spesso con i compiti e con lo studio; chiamava casa mia ogni Domenica mattina, tra le 10 e le 11, per chiedermi come andavano fatti gli esercizi di informatica (che non le venivano mai, ed eravamo un corso di programmatori!) e mi teneva oltre 1 ora per farsi illustrare passo per passo lo svolgimento.

Un giorno, me lo ricorderò sempre, chiamò tipo tre volte nella stessa mattina e alla fine anziché io, rispose mia madre al telefono e le disse, senza troppi fronzoli, che doveva lasciarmi in pace a studiare.

Nonostante questo ero molto legato a Micaela, eravamo buoni amici, ci raccontavamo le nostre reciproche vicende sentimentali e lei mi dimostrava il suo affetto in un modo unico: pizzicandomi il braccio; all’epoca, complici anche gli ormoni, avevo spesso caldo e mi tiravo su le maniche anche in inverno per cui lei mi strizzava forte la pelle per dirmi che mi voleva bene.

A fine giornata avevo i lividi, ma non m’importava.

L’ho sentita su Facebook qualche settimana fa, mi pare fosse in occasione del suo compleanno: si è sposata l’anno scorso, lavora, si è costruita la sua vita.

Le lezioni le trovavo quasi tutte noiose, tranne letteratura e religione, le 2 materie che seguivo con maggior interesse; economia aziendale invece era il mio incubo e in più la professoressa ci caricava di compiti da un giorno all’altro e siccome non avevo voglia di passare il pomeriggio a fare calcoli, con Andrea avevamo studiato un piano perfetto: dividevamo a metà l’esercizio e ognuno di noi ne faceva soltanto una, poi il mattino dopo ci scambiavamo i quaderni e ricopiavamo la parte mancante. La professoressa lo aveva capito, ma faceva finta di nulla: Andrea aveva la media di economia aziendale tra il 9 e il 10, io più bassa ma comunque dignitosa.

Siccome il cellulare non lo tenevo sul banco ma in tasca, quando volevo distrarmi dalla monotonia della lezione adottavo uno stratagemma interessante: conservavo nel portapenne alcune immagini, ritagliate da riviste, di Jennifer Aniston e, una volta tiratele fuori e appoggiatele sul banco, fantasticavo su di me assieme a quella che, all’epoca, era il mio prototipo di donna ideale.

Si trattava di un modo innocuo per evitare di addormentarmi e nessun insegnante mi riprese mai per questo.

° ° °

Come ho già detto la mia materia preferita era letteratura, anche se già all’epoca ero molto critico e ripudiavo la maggior parte degli autori proposti; si stavano delineando in me i tratti dell’intellettuale e quelli dello scrittore (a 17 anni, nel 2010, ricevetti la mia prima proposta editoriale) e questo binomio mi portava a vagliare criticamente i vari autori e a scartare tutti quelli nelle cui pagine non trovavo qualcosa capace di parlarmi, di emozionarmi.

Di fatto con questo procedimento scartai praticamente tutto quel che mi venne proposto dal nostro insegnante e pian piano edificai il mio pantheon letterario: nell’estate del 2011 lessi gran parte dell’opera di Isaac Asimov, poi mi rivolsi a Kafka, a Hemingway e ad altri scrittori, soprattutto stranieri, che a scuola non ci avevano mai fatto approcciare.

In particolare per gran parte del triennio delle superiori fui influenzato dalla fantascienza, al punto che alla maturità presentai una tesina sui robot e successivamente cercai lavoro come programmatore.

Religione merita un discorso a parte: eravamo solo in 3 a farla e io avevo solidissime basi date dalla mia famiglia e dal catechismo, ma non mi piaceva il modo in cui veniva trattata a scuola.

Avevo un professore bravissimo, con cui c’era un bellissimo legame e durante le lezioni facevamo lunghi e interessanti dibattiti, ma non ho mai avuto la sensazione che lui mi stesse insegnando qualcosa; ero l’unico dei 3 che parlava e si metteva in gioco, gli altri miei 2 compagni restavano muti e zitti.

Addirittura in terza superiore ricordo che c’era un’altra docente, una signora di una certa età laureata in psicologia, la quale cominciò la prima lezione dell’anno proponendoci un test attitudinale, di fronte al quale io inorridì.

Siccome poi tutto ciò che spiegava già lo sapevo, chiesi a mia mamma di poter smettere di frequentare anche perché avevo la sensazione di star buttando via il mio tempo e lei mi disse di pazientare fino a fine anno, poi eventualmente sarei passato allo studio individuale; ma in quarta tornò il professore di cui ho parlato poco fa (e che già conoscevo dal biennio) con cui facevo gli interminabili dibattiti e decisi di continuare a frequentare l’ora di religione.

All’epoca non pensavo certo né a studiare Scienze Religiose né tantomeno a passare dall’altro lato della cattedra, la mia testa era concentrata sulla robotica e sul mondo tecnologico; quando in quinta superiore mi trovai a ponderare le possibili facoltà universitarie, 2 erano le scelte: lettere o informatica.

Anni dopo invece mi innamorai prima dell’insegnamento e poi della teologia e in questo connubio trovai la mia dimensione ideale, costruendomi la vita che davvero desideravo.

Tornando al periodo delle superiori: talvolta la monotonia delle lezioni veniva rotta dalle ore di laboratorio o di educazione fisica.

In palestra giocavamo spesso a hockey (non su ghiaccio, ovviamente) e io mi divertivo a martoriare di falli i miei compagni, in particolare Giullo perché eravamo amici e sapevo che non reagiva: una volta gli rifilai così tante mazzate sulle gambe che rimediai un’espulsione e gli feci dei lividi su tutte le caviglie.

Fare contrasti duri era il mio modo per attirare l’attenzione e siccome i miei compagni ci tenevano alla loro salute fisica, quando era il momento di fare le squadre venivo sempre scelto per primo.

Non c’erano veri e propri leader nella nostra classe, eravamo 6 maschi e anziché pestarci i piedi a vicenda preferivamo essere uniti e non soccombere alla maggioranza femminile; forse io e Ferdinando, essendo quelli con i caratteri più spigliati, spesso finivamo per trascinare la classe in molte situazioni.

Addirittura in terza superiore mi candidai e venni eletto rappresentante dei miei compagni, un incarico che ho ricoperto con molto orgoglio.

A parte le sessioni di hockey su prato, l’altro sport che noi maschi desideravamo fare era, ovviamente, il calcio ma la nostra insegnante ce lo vietava sistematicamente perché non voleva che escludessimo le ragazze e convincerle a giocare era assai difficile.

Soltanto in quinta superiore, con la complicità di un altro docente, organizzammo dei derby, all’ultima ora del Lunedì, contro l’altra sezione di ragionieri-programmatori, le nostre controparti.

Erano partite agguerrite che le fanciulle, della nostra e dell’altra classe, seguivano dagli spalti e che vedeva noi maschi impegnarci al massimo per tenere alto il reciproco onore; per me era un momento unico nell’arco della settimana, non facevo che prepararmi mentalmente ad ogni incontro, sebbene non fossi poi così bravo a giocare. In ogni caso avevamo tutti 18 anni, percepivamo la scuola in modo diverso, più libero; mi sono divertito davvero tanto in quei derby.

Il laboratorio d’informatica invece costituiva un altro momento indimenticabile: a causa di varie problematiche personali la nostra professoressa finiva per dimenticarsi i compiti che dava e gli argomenti che spiegava, così noi ci trovavamo, adolescenti, di fronte a dei computer connessi a Internet e ovviamente tutto facevamo meno che progettare database come richiesto dalla docente.

Noi maschi seguivamo regolarmente le notizie di calciomercato e gli aggiornamenti sul campionato, visitavamo siti di musica e videogiochi e talvolta anche quelli a luci rosse; di tutti i miei compagni io ero uno di quelli più portati per la programmazione e così in terza superiore, mentre gli altri finivano il programma scolastico, io mi misi a sviluppare il gioco del tris, in una sorta di approfondimento.

Siccome a volte gli esercizi che ci dava da fare non riuscivano né alla mia professoressa né al tecnico di laboratorio (vittima designata delle mie parodie e caricature), entrambi ricorrevano al codice che scrivevo io e lo usavano per risolvere i problemi che avevano i miei compagni.

Fu lì che mi accorsi che quella scuola che avevo scelto non mi avrebbe mai insegnato nulla e che se volevo l’informatica pura dovevo scegliere un altro indirizzo; decisi pertanto di non seguire le spiegazioni ma di cercare di imparare a programmare da autodidatta.

Di solito le lezioni in laboratorio si traducevano in sguaiate risate con i miei compagni: Andrea era il mio vicino anche nella postazione computer e i siti di calcio erano il nostro interesse principale; ovviamente non dovevamo farci sorprendere né dalla professoressa né dal tecnico di laboratorio ma a me bastava poco per svolgere gli esercizi per cui raramente mi facevo cogliere in fallo.

Penso che fosse il mio grande difetto dell’epoca: fare affidamento esclusivamente sulla mia memoria e sulla mia intelligenza, evitando di stare attento alle lezioni (tranne a letteratura e religione, appunto), mirando a fare il meno possibile e a ottimizzare il risultato, complice anche il livello didattico non altissimo della mia classe.

Questo mio atteggiamento era un autentico incubo per mia madre: mi vedeva studiare poco, pochissimo (massimo 2 ore al giorno) e raramente prendere meno di 7.

Una volta addirittura mi preparai per l’interrogazione di economia sul treno, tornando dallo stadio Ferraris di Genova, dove ero andato a vedere una partita casalinga della Sampdoria.

Lessi le pagine del libro sottolineate con l’evidenziatore giallo, mentre mia mamma brontolava:

«Non si studia così per un’interrogazione! La scuola è una cosa seria!»

Il giorno dopo presi 9 di economia….

Poi ovviamente a volte arrivavano anche le insufficienze, e pure gravi perché o un argomento non lo capivo o decidevo che non mi interessava e dunque non lo studiavo.

C’era poi l’intervallo, anzi mi pare fossero 2: come zombie migravamo verso il bar della scuola, antistante la nostra classe e ci compravamo i panini, di solito con i wurstel o con la cotoletta, affogati nelle salse, il più delle volte freddi o appena scaldati; diciamo che tra quelli e i caffè quotidiani delle macchinette è facile capire perché poi ho cominciato a soffrire di gastrite.

Senza contare che avevo una dipendenza nota e grave dalla Cola: pasteggiavo con essa e in ogni momento libero ne bevevo in quantità; una volta ne consumai 10 lattine in un singolo giorno, un record di cui andavo molto fiero e del quale mi vantavo con i compagni.

Anni dopo il fisico mi ha fatto pagare ogni eccesso, ma all’epoca ridevo di qualsiasi consiglio mi venisse dato.

° ° °

Dopo aver comprato i panini o chiacchieravamo tra maschi o giocavamo a calcio con la pallina di carta e scotch, usando i termosifoni come porte, suscitando le apprensioni dei docenti e le ire delle nostre compagnie, che passavano il tempo a spettegolare sui ragazzi della scuola, senza comprendere la nostra passione per quello sport.

Mia madre sapeva bene di come trascorrevo la ricreazione e che i nostri insegnanti non fossero proprio euforici del fatto che trasformavamo la classe in un campo da calcio, e il suo commento era:

«Fatti furbo, cresci; hai più di 17 anni, non sei un bambino. Se ti fai male giocando ti rovino».

E io ovviamente ignoravo ogni suo monito, da bravo adolescente qual’ero.

Quando la campanella suonava la fine della giornata mi mettevo lo zaino in spalle e, uscendo 5 minuti prima dei miei compagni, andavo a prendere il pullman alla fermata davanti all’emporio di Avigliana, in compagni di Giullo e Danilo e di altri ragazzi.

A volte mi trascinavo letteralmente dalla fatica e sprofondavo nel sedile dell’autobus, chiacchierando col mio migliore amico; i 10 minuti di tragitto che servivano per raggiungere Almese erano un vero assaggio di libertà e quando scendevo e rincasavo sapevo che mi aspettava l’ottimo pranzo caldo preparato da mia madre.

A volte capitava che lei non ci fosse perché in giro per commissioni, al che io mi piazzavo un film e mangiavo ciò che lei mi aveva lasciato da scaldare.

Cercavo di trascinare quel momento il più a lungo possibile, anche perché poi mi toccava iniziare con i compiti e per me era un vero psicodramma: cercavo di fare il minimo indispensabile, giusto quelli per il giorno seguente e spesso mi interrompevo per rispondere agli sms di Giullo a alle telefonate disperate di compagni che non riuscivano a fare gli esercizi; talvolta ero io che non capivo le consegne e chiedevo aiuto.

Ma dopo 2 ore di orologio interrompevo il tutto e mi piazzavo davanti all’XBox, provocando nuovamente il malumore di mia madre:

«Non si può studiare così poco alle superiori, hai una maturità da affrontare! Sei un’irresponsabile!»

La scena si ripeteva in maniera sistematica quasi ogni giorno, tranne il Venerdì quando con Ferdinando, Giullo, mio fratello e alcuni suoi compagni andavamo a giocare a pallone al campo di Via Dei Caduti, ad Almese.

Si trattava di uno spiazzo di proprietà di una famiglia abbastanza nota in paese, attrezzato con due porte da calcio; suonavamo il campanello della padrona di casa, le chiedevamo il permesso dopodiché cominciava la partita.

A volte, nelle giornate primaverili, rimanevamo fino alle 18 passate e tornavamo a casa che praticamente era già buio; abbiamo giocato con qualsiasi clima, una volta persino su parecchi centimetri di neve: faceva talmente freddo che mio fratello rincasò con i geloni alle mani.

Negli ultimi mesi della quinta superiore cambiammo campo e andammo in quello pubblico di Rivera, assai più grande dell’altro; ho dei bellissimi ricordi di quei pomeriggi spensierati in cui potevo fare un po’di sport e stare con gli amici. An un certo punto andammo a giocare anche nell’oratorio di Almese.

Era quel periodo in cui non avevo responsabilità di alcun tipo, dovevo limitarmi a studiare e portare a casa bei voti, il resto era tempo libero da spendere come preferivo; il calcio era una costante nella vita mia e dei miei compagni di classe, parlavamo praticamente solo di quello e di ragazze.

Poi talvolta ci lanciavamo in momenti di seria riflessione, ma di solito potevo fare certi discorsi solo con Giullo, perché avevamo la stessa sensibilità su certi argomenti e ci sentivamo profondamente legati.

Con lui condividevo anche i gusti musicali: all’epoca ascoltavo solo rap italiano, con poche eccezioni; compravo i dischi in copia fisica, li copiavo sul computer e me li caricavo sull’mp3 o sul cellulare, poi con le cuffie nelle orecchie camminavo per le vie di Almese.

Avevo scoperto un rapper emergente, Ted Bee, e mi aveva colpito per la rabbia presente nelle sue canzoni e per la cultura che emergeva dalle sue rime; così durante le ore di diritto, mentre la professoressa (la nostra coordinatrice di classe) spiegava, io ricopiavo i testi dei brani di Ted sul quadernetto che dovevo destinare agli appunti, poi li condividevo con i miei compagni.

All’epoca il rap non era il genere di musica prediletto dagli adolescenti, come accade oggi; i miei coetanei in quegli anni erano fanatici della techno, io rappresentavo un’eccezione con la mia passione per l’hip hop. Poi ad un certo punto contagiai anche Giullo e Marco e anche loro iniziarono ad ascoltare i miei stessi artisti.

Bisogna pensare che io a casa non avevo Internet e che Almese è un piccolo paese di provincia: le novità e le mode arrivavano lentamente, la distanza da Torino è notevole; da noi non ci sono negozi di dischi e sono pochi gli artisti che vengono qui a tenere un concerto.

All’epoca nessuno della compagni aveva la macchina, quindi la città ci era preclusa; per noi il massimo dello spingerci oltre i limiti era prendere il treno o il pullman e andare al Centro Commerciale di Grugliasco, di solito approfittando di qualche mattina in cui i nostri insegnanti erano in sciopero.

Compravamo poco a dir la verità, spesso ci limitavamo a prendere soltanto il pranzo da Mc Donald ma le Gru diventavano l’occasione per ammirare un numero incalcolabile di belle e giovani ragazze con vestiti corti e succinti.

«Mi si sta per staccare la retina dagli occhi» commentava Giullo ironicamente.

Mi sentivo quasi una divinità a camminare, circondato dai miei amici, per i negozi del centro commerciale, vestito da rapper: cappello con la visiera girato al contrario, jeans, felpe e magliette di 2 tagli più grandi, cintura con fibbia in metallo enorme e talvolta girevole, medaglione pacchiano in finto oro o argento che pendeva dal collo, polsini di stoffa e quasi un anello per dito.

Attirai ben più di uno sguardo da parte di alcune ragazze e ricevetti apprezzamento anche da certe mie compagne di classe.

All’epoca mi sembrava che la vita vera, quella degli adulti, non esistesse nemmeno: dai 3 anni ero nel mondo della scuola e conoscevo soltanto quella routine; gli stessi insegnanti, gli stessi amici, lo stesso banco, le stesse materie. Il mondo fuori non sapevo minimamente come fosse; un po’ ero curioso di scoprirlo, mi chiedevo cosa si provi ad alzarsi al mattino e non dover andare a scuola ma mi godevo tutto ciò che mi offriva quell’età così spensierata.

Di solito in settimana, la sera, non uscivo quasi mai, anche perché a casa mia il coprifuoco era prestissimo (almeno finché non ho compiuto 18 anni) e al mattino mia madre mi tirava giù dal letto assai precocemente; diciamo che la regola era dormire 8 ore per notte.

Poi però il sabato le cose cambiavano e con Giullo, Ferdi, Marco e qualche ragazza della classe si andava al bowling di Ferriera per giocare tutti insieme e per bere i primi cocktail; ogni tanto poi, se c’erano compleanni da festeggiare, si passava prima nella pizzeria in cui lavorava la sorella della nostra compagna Mara, sempre lì vicino.

Di tutta la compagnia io ero l’appassionato di drink: stavo cominciando a leggere ogni libro che trovavo in proposito e appena diventato maggiorenne cominciai a bere e scoprii che l’alcool mi piaceva davvero tanto.

Al bowling c’era un bar, proprio vicino alla pista, dove preparavano alcuni cocktail tra cui il Long Island, a base di Gin, Vodka, Rhum bianco, Tequila e Coca Cola, una combinazione molto forte che, se fatta come si deve, prende il nome di “Iced Tea” perché il colore ricorda quello del the freddo.

Naturalmente parliamo di un bar all’interno di una sala bowling, non c’era nessuna raffinatezza né competenza nel miscelare i vari ingredienti e in più i drink erano serviti nei bicchieri di plastica.

Ma io che all’epoca mi stavo solo affacciando al mondo dei cocktail e non avevo ancora imparato a educare il mio palato, bevevo il Long Island mentre giocavo con i miei amici e mi sembrava un drink buonissimo, fantastico, fonte d’ispirazione per il mio spirito letterario: sovente mi trovavo a scrivere qualche poesia sul cellulare e citavo quel cocktail che tanto amavo e che accompagnava le mie serate di neomaggiorenne.

Una volta, mi pare, ne ordinai addirittura due, con conseguente stordimento: va detto che all’epoca l’alcool lo reggevo molto bene, non mi dava alla testa a meno proprio di non combinare qualche cavolata; il Long Island mi faceva sentire importante, mi permetteva di sperimentare il gusto dei 4 maggiori super alcolici e soprattutto conteneva la mia adorata Cola.

Talvolta per smorzare gli effetti del Long Island mangiavo anche una crepès alla Nutella, preparata sempre nel bar del bowling.

Non potrò mai dimenticare quei momenti: noi sulla pista a lanciare le gigantesche e pesanti palle con l’obiettivo di tirare giù quanti birilli possibili, insultandoci a vicenda quando uno faceva spare o strike, ridendo come se non ci fosse un domani, bevendo, godendoci quell’età così spensierata, ogni istante di quei sabati trascorsi in allegria, guardando ogni ragazza che ci passava accanto e ogni tanto rintanandoci in bagno quando l’alcool ci faceva sudare o la musica ci perforava i timpani.

Io mi passavo spesso la mano tra i capelli, cortissimi ma pur sempre umidi per il caldo, poi ci rimettevo sopra il cappello con la visiera, toccavo il medaglione e riprendevo la partita; finito il mio turno mi sedevo e mandavo giù un morso di crèpes e un sorso di Long Island.

Le nostre serate al bowling terminavano all’incirca tra le 00.30 e l’1.00, difficilmente ci spingevamo oltre, anche perché nessuno della compagnia aveva la patente, quindi dipendevamo dai nostri genitori.

Mia madre non era troppo felice di sapere che suo figlio si era introdotto nel mondo dei cocktail, anche perché cominciavo a riempire casa con bottiglie di alcolici e succhi di frutta, esercitandomi nella preparazione dei drink.

La prima sbronza arrivò proprio nell’estate del 2012, quando finii la quinta superiore; a quel punto sparì tutto il mio “bar” casalingo e non toccai nemmeno più una birra per tanto tempo. Raramente mi ero sentito male così.

Finito il Sabato di festa, la Domenica era un giorno decisamente più tranquillo: per me compiti, Messa e se c’era tempo anche qualche tiro a pallone; una lacerante malinconia la sera mi ricordava che il giorno dopo cominciava una nuova settimana di scuola.

C’erano poi i pomeriggi in cui io andavo a studiare da Giullo o lui veniva da me: nel primo caso invece di suonare in prossimità della mia abitazione per prenotare la fermata, rimanevo seduto accanto al mio amico e salivo fino a Malatrait.

Il suo appartamento era piccolo e lo condivideva con i suoi 2 fratelli e ogni tanto con la mamma che però abitava per la maggior parte del tempo in Sicilia; i pranzi di solito erano a base di pasta e di cotolette impanate o spinacine, prodotti preconfezionati. Invece quando c’era anche la loro madre era diverso: cucina casalinga, porzioni enormi; un giorno dopo il primo preparò un pollo intero per ciascuno di noi e ricordo che quando lo vidi stavo per sentirmi male: ero pieno fino a scoppiare, non ero abituato a tutto quel cibo.

La fidata Cola aiutava a digerire…

Dopo quei lauti pasti ci dedicavamo qualche ora allo studio, poi ci fiondavamo di fronte al computer e giocavamo a Fifa, facendo una partita dietro l’altra, insultandoci, ridendo e scherzando; sono ricordi meravigliosi di pomeriggi bellissimi che non torneranno mai più.

Quando invece era Giullo a venire da me, dopo il pranzo lo studio era accompagnato da dei cocktail (rigorosamente alcolici) che preparavo per entrambi: avevamo infatti scoperto che buttando giù una buona dose di alcool il mio migliore amico apprendeva meglio e prendeva voti più alti alle interrogazioni. In vista della maturità pensavo di fargli prendere una sbronza colossale…

Finito il noioso lavoro scolastico ci attendeva la Playstation in camera mia, dove PES o Fifa erano i nostri passatempi preferiti: calcio, solo calcio, sempre calcio.

Buffo ripensarci visto che oggi non seguo praticamente più questo sport, ma era prevedibile: gli ho dedicato ogni mia attenzione per anni, non mi perdevo né una partita né un movimento di mercato e tutto questo ha finito per stufarmi.

Una sorta di overdose dal gioco del pallone.

Momenti unici e indimenticabili di quegli anni erano poi le gite scolastiche, specie i soggiorni dove davamo il meglio di noi.

In terza superiore ci portarono a Firenze, mi pare per 3 giorni, e ci fecero alloggiare in un hotel scadente (ma economico) dove il cibo faceva talmente schifo che non lo avrei dato nemmeno agli animali; nella sala da pranzo c’era un acquario e ironizzai dicendo:

«Se butto ciò che ci hanno servito ai pesci li avveleno, povere bestie»

Di giorno giravamo per la città medicea con lo stesso interesse ed entusiasmo che si può avere a 17 anni per la storia, la cultura e l’arte: zero.

Guardavo le fiorentine (non le bistecche, ma le fanciulle) vestite succinte perché si scoppiava di caldo, compravo la Gazzetta e me la leggevo con i compagni, andavamo a pranzare al Mc Donald o in qualche fast food, ridendo tra di noi, scherzando, sentendoci come se avessimo il mondo in mano.

Noi maschi della classe eravamo tutti in stanza insieme e ovviamente si andava avanti a parlare per quasi tutta la notte oppure guardavamo qualche film o facevamo giochi di società e così il giorno successivo eravamo storditi dal sonno e quando la professoressa di diritto mi chiese di leggere ad alta voce l’opuscolo sulla tomba di Lorenzo De’Medici, io che avevo le palpebre pesanti risposi con ironia:

«Là c’è il sepolcro, andatelo a vedere da soli, io dormo».

Durante la prima sera in hotel, poi, le nostre compagne di classe saltando sul materasso spaccarono le doghe e subito facemmo una brutta figura con la direzione; senza contare che attaccammo briga con una scolaresca mi pare di Verona e ci stuzzicammo tutto il tempo con insulti, battute e prendendo a pugni le pareti delle stanze attigue per disturbarli.

I nostri insegnanti disperati cercavano di alleviare il livore, ma noi eravamo sul piede di guerra; io mi aggiravo per l’albergo vestito da rapper, supportato dalle lusinghe delle mie compagne di classe.

Ma ancor più memorabile fu la gita di quinta superiore, sempre in Toscana, ma girando per 4 giorni tra cittadine e borghi caratteristici; ci muovevamo in pullman e c’era sempre un gran silenzio perché tutti approfittavamo di quei momenti per dormire siccome passavo le notti svegli.

Io ero in camera con Giullo e Luca ma siccome quest’ultimo si addormentava prima di tutti noi, era come se non ci fosse e infatti veniva ignorato.

Il primo giorno lo passammo a Volterra e non so bene perché mi trovai seduto su un prato, sotto un albero, con la testa appoggiata a quella di una mia compagna, Alessia, e qualcuno ci scattò una foto; tra i miei compagni si levò ovviamente la voce:

«Ma Gabry sta con Ale? Da quando?»

In realtà era soltanto un flirt che però si concretizzò qualche mese dopo quando ci fidanzammo ufficialmente, poco prima della Maturità; il rapporto con Alessia durò per 2 lunghi, orribili e tormentati anni e ho già narrato alcuni particolari nel racconto Almeno fosse stato Dom Perignon.

Ma ai tempi della gita in Toscana non ero ancora ben sicuro di volere quella relazione e come detto mi limitavo a un flirt.

Siccome eravamo tutti maggiorenni la sera ci davamo ai cocktail: mentre le ragazze, in compagnia dei professori, andavano al noiosissimo karaoke, io e Giullo giravamo per i bar dove lui ordinava l’immancabile Pina Colada e io il Long Island o, in mancanza di esso, il Cuba Libre.

L’unica raccomandazione della nostra insegnante di informatica era stata:

«Mi raccomando, non bevete troppo, non ubriacatevi»

Tornammo in albergo perfettamente lucidi (anche se inizialmente sbagliammo strada, non per l’alcool ma perché facemmo entrambi confusione) e restammo in camera delle ragazze a parlare fino a notte inoltrata poi quando tornammo in stanza Luca era già lì che dormiva così io e Giullo ci sistemammo sul matrimoniale che condividevamo.

Spensi la luce a non so più che ora, salutai il mio migliore amico ma lui dopo pochi istanti mi disse: «Gabry, vedo i Puffi sul soffitto»

«Vai così! Stanotte non si dorme» pensai, anche perché sapevo benissimo qual’era il problema: Giullo si era da poco lasciato con Chiara, la ragazza che prendeva con noi il pullman al mattino, e quando erano insieme lui l’aveva soprannominata Puffetta; siccome non aveva ancora elaborato la fine della loro storia, il mio amico era tormentato dai ricordi.

Iniziammo così a parlare, o meglio: lui si sfogava, io ascoltavo e rispondevo dando il mio parere e consolandolo; andammo avanti fin dopo le 4 del mattino e ad un certo punto avevo la gola talmente secca che mi alzai a bere una lattina di Cola.

Il giorno dopo servivano colazione mi pare per le 7-7.30, e quando arrivai in sala da pranzo Alessia commentò: «Mamma mia che faccia stravolta, Gabry, ma non hai dormito?»

«No, perché qualcuno vedeva i puffi» replicai, sedendomi a tavola e iniziando a mangiare.

Il secondo giorno visitammo Siena e io e Ferdinando la girammo in lungo e in largo in cerca di un Mc Donald, perché avevamo voglia di hamburger; lui indossava un buffo ed enorme cappello da giullare che si era comprato e fu, probabilmente, a causa di quello che tutta la gente a cui chiedevamo indicazioni stradali ci guardava stranita e si allontanava. Io e il mio amico ridevamo come pazzi mentre, sempre più affamati, vagavamo alla ricerca del fast food.

Nel pomeriggio andammo in un piccolo e caratteristico borgo toscano e siccome faceva veramente caldo mi infilai in un bar ed, esposto vicino alla cassa, notai il favoloso chinotto di Lurisia (che conoscevo molto bene poiché, proprio a Lurisia, mia nonna ha una casa dove trascorrevamo le vacanze estive).

«Cosa desidera?» mi chiese il barista

«Un chinotto di Lurisia» replicai tranquillo

«Non ho capito»

«Un chinotto di Lurisia» ripetei

«Non ti capisco»

«Un chinotto; ce l’hai anche lì esposto in cassa» risposi, alterandomi leggermente

«Aspetta un momento» mi disse lui; “Perfetto” pensai dentro di me “Finalmente ci è arrivato; probabilmente è andato a prenderlo in magazzino perché quello vicino alla cassa è solo da esposizione”.

Invece tornò poco dopo con un altro uomo che, credo, fosse il socio.

«Senti questo ragazzo qui cosa vuole, perché io non ho mica capito» disse il barista al collega

«Che cosa desidera?» mi chiese l’altro

«Un chinotto di Lurisia» replicai furibondo; non capivo se mi stavano prendendo in giro o se erano stupidi davvero

«Non so cosa sia» replicò il socio

“Portami tua sorella che forse è una esperta in materia” pensai stizzito, ma evitai di scendere in tali volgarità.

«Voglio questa bottiglia qui, vicino alla cassa» indicai col dito

«Ah ok, il chinotto di Lurisia! Ora ho capito» mi rispose il barista.

Avrei voluto prenderlo a sberle davanti a tutti, invece pagai la mia bottiglietta, pagai, uscii e ad aspettarmi fuori c’era Giullo.

«Lascia perdere, non andare mai in questo bar; sono degli idioti» gli dissi, poi gli raccontai tutta la bizzarra vicenda.

«Lo sapevo che dovevo venire con te e ordinare al tuo posto; metti la gente in crisi quando chiedi qualcosa» rispose lui ridendo

«Beh non mi sembra difficile da capire la parola “Chinotto di Lurisia”, specie se lo vendi; sembrava di parlare con due imbecilli» replicai ancora nervoso per l’accaduto.

Tornati in albergo ci lavammo e ci preparammo per la cena; era il compleanno di Giullo e gli avevamo comprato in segreto una torta e ci eravamo raccomandati col cameriere di portarla a fine pasto, spegnendo le luci improvvisamente così da fare una sorpresa al nostro amico.

Io ero seduto, ovviamente, accanto al festeggiato e poco dopo aver mangiato il secondo, nella sala da pranzo calò prima il buio, poi il silenzio.

«Gabry, hai visto che schifo di hotel? Non funziona nemmeno l’impianto elettrico!» commentò Giullo mentre il cameriere gli arrivava alle spalle portando la torta con sopra le candeline accese e le nostre compagne intonavano un Tanti auguri a te.

«Sei un cretino, non stai mai zitto» risposi io con la mano sulla fronte per la vergogna, mentre il mio amico realizzava la gaffe che aveva appena fatto.

Dopo cena, se non ricordo male, mentre le nostre compagne uscivano nuovamente con i docenti per andare al karaoke, Ferdinando si chiuse nella camera mia e di Giullo a vedere il Napoli che giocava in Champions League: in realtà lui tifa Roma, ma suo padre è partenopeo e dunque lui simpatizzava per quella squadra.

«Gabry, va’ che se il Napoli perde dà di matto» mi suggerì Giullo: Ferdinando infatti era, tra tutti noi, il più fanatico e malato di calcio, al punto che andava regolarmente allo stadio nella Capitale.

«Ferdi lascia perdere, esci con noi; andiamo a berci un drink» suggerii

«No, io guardo la partita; il Napoli non può perdere, deve vincere»

Invece si mise molto male per i partenopei, un paio di errori della difesa propiziarono il gol avversario; il nostro amico iniziò a urlare per la rabbia, bestemmiò e imprecò, poi iniziò a muoversi convulsamente e a scatti, mentre il viso gli diventava tutto rosso.

«Qua si mette male, Gabry, tra un po’collassa e dobbiamo chiamare il Pronto Soccorso» mi disse Giullo preoccupato

«Ok adesso basta! Non puoi andare avanti così, ora spengo la tv e ti porto fuori con noi; hai bisogno di uscire e pensare ad altro» e mentre parlavo afferrai Ferdi per le spalle e cercai di trascinarlo via dal letto su cui era seduto, mentre il mio migliore amico mi aiutava: il tifoso romanista pesava quasi 100 chili e smuoverlo non era propriamente semplice.

Lui infatti si divincolò e si mise a sbraitare:

«Lasciatemi, io non ci vengo a bere con voi due; che partita indecente, non si può giocare male così, io l’avevo detto a mio padre di stare attenti che rischiavano di perdere. Gabry, dammi il ritaglio della foto della modella che hai trovato oggi sulla Gazzetta che ne ho bisogno».

Senza troppa convinzione gli passai quello che mi aveva chiesto (anzi, quasi me lo strappò dalle mani) e poi lo vidi chiudersi in bagno…

Quando uscii e mi restituì il pezzo di giornale, mi limitai a commentare:

«Fai schifo» poi mi pare che lo convinsi ad uscire con noi.

Quella sera non so di preciso come né perché mi ritrovai, con Ferdi, Giullo e Marco in camera di tre nostre compagne: Alessia (quella che sarebbe poi diventata la mia fidanzata), Melissa e Sara.

Ascoltavamo musica, ridevamo, scherzavamo, ci scambiavamo riflessioni e trascorsi di vita; di dormire, ovviamente, nemmeno ci pensavamo e intanto le ore passavano veloci.

Erano gli ultimi mesi che avremmo condiviso da compagni di classe, prima che la Maturità dividesse le nostre strade, quindi intendevamo goderci ogni istante.

Ad un certo punto, mentre ero seduto sul letto, Melissa mi mise le braccia al collo e mi fece coricare, vicino a lei, con la forza; rimasi pochi secondi interdetto, guardingo: siccome era tutto fuorché bella, non avevo intenzione di darle modo di andare oltre.

«Rimanete qua a dormire» ci proposero quando era ormai tardi, ma noi rifiutammo e tornammo nelle nostre stanze.

Il giorno dopo facemmo l’ultima visita in non so più quale città poi partimmo per tornare ad Avigliana; prima di andare via mi comprai una maglia azzurra a maniche corte con sopra disegnato un cinghiale e recante la scritta: “Io vivo in Toscana”. Difatti avevo trovato un ristorantino dove facevano il cinghiale al Chianti ed ero intenzionato ad assaggiarlo, ma siccome il locale apriva quando noi dovevamo salire sul pullman, dovetti rinunciare a quella prelibatezza e per consolarmi acquistai la t-shirt.

Sono passati 11 anni e ce l’ho ancora, la metto quando vado a camminare in montagna o quando faccio i barbecue estivi; in compenso non ho ancora assaggiato il cinghiale al Chianti…

Il viaggio di ritorno fu lungo, con Giullo che mi raccontava di Chiara e mi faceva ascoltare delle canzoni che parlavano di amori finiti e di cuori infranti; non sapevo come farlo risollevare.

«Non mi importa più di nulla Gabry, nemmeno della scuola»

«Bestia, tra pochi mesi abbiamo la Maturità, devi studiare»

«No, prima m’impegnavo perché era lei a chiedermelo, prendevo bei voti per farla felice; ora non c’è più e non m’interessa nulla della media scolastica né dell’esame, non ho più stimoli»

Effettivamente fu così: smise di aprire i libri, e superò la Maturità con appena poco più di 60, molto meno di ciò che avrebbe potuto ottenere.

È buffo pensarci ora, mentre scrivo: Giullo convive da anni con la donna della sua vita, entrambi lavorano, è felice e il loro rapporto va a gonfie vele; non ci sentiamo più da non so nemmeno quanto tempo, quando la sua attuale compagna è entrata nella sua vita io mi sono fatto da parte perché il mio compito era finito: a lui serviva una fidanzata, non un amico. Ha avuto ciò che desiderava, io gli voglio bene e sono contento per lui.

Tornammo stravolti dalla gita in Toscana, ma felici come non mai: alcune foto che rimangono a testimonianza di quei giorni mi ritraggono sorridente, abbracciato a Giullo e Ferdi, spensierato e allegro.

Ed eccoci agli ultimi mesi di scuola, all’inizio, in Aprile, della mia relazione con Alessia; ricordo una sera di quel periodo in cui scrissi una poesia che condivisi con i miei compagni: parlava di speranze, di amore, di solitudine, di Long Island.

Fu in quel momento che lo vidi, ed egli m’insegnò che il tempo dell’adolescenza era finito, che dovevo crescere. E crebbi.

Giocai una partita di calcio all’ultimo giorno di scuola, mi feci parecchie risate con Giullo, affrontai la Maturità al meglio e ne uscii alla grande.

Ciò che venne dopo fu un incubo terribile, da cui non riuscivo a svegliarmi: Alessia mi trascinava sempre più a fondo con lei, mi toglieva il sonno e la serenità

La relazione era nata tra i banchi e lì avrebbe dovuto concludersi.

Ho rimpianto parecchio i giorni spensierati del triennio delle superiori mentre il mondo mi crollava addosso.

La cosa più divertente l’ho capita solo adesso, a quasi 30 anni compiuti: sono stato talmente bene a scuola che non mi ci sono mai staccato del tutto, al punto che oggi insegno e continuo ad entrare, quotidianamente, in aula, ma dall’altra parte della cattedra.

E nei miei studenti rivedo costantemente me, seduto sul davanzale, con le cuffiette nelle orecchie, mentre sputavo sulla società e cercavo di non crescere, di giocare a poker in ogni momento libero, di scrivere libri, poesie e canzoni, di godermi quel tempo che passava e che senza pietà mi intimava di diventare grande.

Oggi la mia vita è bellissima, l’ho costruita proprio come la volevo; mi alzo ogni mattina e faccio la cosa che amo di più al mondo: parlare di Dio.

Eppure mi piacerebbe tornare indietro e rivivere anche solo un giorno da studente, trovarmi ancora circondato dai miei compagni mentre gli aiuto a ripassare, guardare di nascosto le foto di Jennifer Aniston mentre rido con Andre, prendere il pullman con Giullo e mangiare a casa sua.

Molte delle persone che c’erano a quei tempi non so nemmeno che fine abbiano fatto, qualcuno è pure diventato genitore; io mi diverto ancora come un matto, rido con i miei studenti e ripenso con amore e benevolenza al me stesso di allora.

Non ho rimpianti, solo bei ricordi. E ho smesso di bere Long Island.

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