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Talisker
Racconti scritti col martello

Chi lotta con i mostri deve guardarsi di non diventare, così facendo, un mostro.
E se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te

(F. Nietzsche)

Non ho imparato a volare, ma ho imparato a ridere precipitando
(S. Benni)

If we are all in the gutter, it doesn’t change who we are,
‘cause someone of us in the gutter are looking up to the stars

(Mika, Good guys)

4 – Il numero 145

Il giorno che la conobbi ero assai emozionato ed entrai in quella lussuosa villa con il rispetto dovuto; non era la prima volta che andavo in quella casa enorme, ci ero già stato in caldi giorni estivi scanditi da gavettoni e bibite fredde, ma non avevo ancora avuto il piacere di incontrare lei.

L’avevo vista un’unica volta più di 10 anni prima, ma non sapevo con precisione chi fosse; quel giorno invece sì, sapevo chi era la donna che quella mattina mi aveva incontrato in Chiesa e mi aveva detto di andare a trovarla nel pomeriggio.

E così varcai il cancello della villa e mi trovai di nuovo nel cortile pietroso; dietro la casa, il campo da tennis era illuminato dal sole e i rimbalzi della pallina scandivano le ore di quel pomeriggio.

Feci alcuni passi incerti verso l’entrata e la vidi: era seduta su una sedia a dondolo e leggeva.

I capelli ancora biondi e curati incorniciavano un viso vecchio e rugoso, su cui erano impressi tutti i segni del trascorrere degli anni; era gobba, un po’ rannicchiata su se stessa, le mani tremanti stringevano il libro, la testa era china e gli occhi fissi sulla pagina.

Salutai, ma non mi sentì: era praticamente sorda; dovetti avvicinarmi e quasi gridarle nell’orecchio per presentarmi. Mi invitò a sedermi accanto a lei; aveva voglia di parlare con me in merito a ciò che le avevo scritto in una lettera mesi prima. Aveva voglia di raccontarmi un po’ di lui e io avevo voglia di sentire.

Giorgio aveva dedicato la sua vita a scrivere; lui sì che era bravo con le parole. Sapeva fotografare la realtà nelle poche righe di un articolo e consegnarlo alla storia affinchè diventasse immortale, scolpito nel tempo. Sapeva inventare storie bellissime, sapeva giocare con la sintassi e con i lemmi della lingua italiana, sapeva catturare l’attenzione del lettore con poche righe; ma sapeva anche pensare, riflettere, interrogarsi, sapeva parlare con Dio e sapeva cosa significasse essere cristiano.

Come ebbe a dire qualcuno, probabilmente era un cattolico insoddisfatto, ma innamorato del Salvatore Gesù Cristo.

Era una mente attiva, irrequieta, capace di scandagliare l’intimità umana e coglierne le più sottili sfumature; sapeva provocare quando necessario, perché questa è la dote dei grandi: smontare le altrui certezze e spingere a cercare nuove risposte.

I critici riconoscevano a Giorgio questi talenti e gli avevano conferito numerosi premi; grandi letterati lo conoscevano e si erano fatti intervistare da lui, la sua fama era nota in provincia e non solo. C’era persino una tesi su di lui.

Funambolo delle parole, c’era molto altro dietro ai suoi successi lavorativi: una moglie amata o perfino adorata, sposata in giovane età, un bel numero di figli a altrettanti nipoti; ma oltre all’amore per la consorte, nel suo cuore c’era anche quello per la sua terra, per il paese di campagna in cui io vivo e in cui lui veniva da piccolo.

Lo aveva decantato nei versi poetici da lui composti, lo aveva sempre ricordato con nostalgia quando era lontano e aveva agognato per tutta la vita di stabilirsi lì, ma questo suo desiderio non si era realizzato: in paese ci tornava ogni tanto, quando poteva, ma la sua casa era in città.

La sua vita si era interrotta all’inizio del nuovo millennio, in una località dell’Italia Centrale che portava il nome di un famoso Santo; la sua salma venne portata qui, nel cimitero locale, in questo piccolo comune da cui finalmente non doveva più separarsi. La morte gli aveva dato ciò che in vita non aveva ottenuto.

Mentre l’anziana vedova parlava, uno dei figli ci portò il caffè, sorridendo amorevolmente alla madre; ringraziai e presi una tazzina, sorseggiando piano la nera e bollente bevanda.

Intanto lei continuava a raccontarmi del suo adorato marito che ormai non c’era più, con cui non aveva mai litigato, che aveva amato alla follia, che stimava incondizionatamente, mi diceva che lo sentiva vicino ogni giorno, che lo percepiva vivo, tra le pagine dei libri che lui aveva scritto.

E mi resi conto che quel volume che stringeva tra le mani e da cui aveva staccato gli occhi solo per guardarmi mentre parlava, era il “filo rosso” che li teneva legati oltre la morte, era il suo modo per poter conversare ancora con il compagno di una vita.

E Giorgio, dal canto suo, aveva reso immortale la bellezza della moglie narrandola nei suoi scritti, aveva scolpito il loro amore nell’eternità a colpi d’inchiostro.

Era un legame tanto forte che nulla avrebbe potuto spezzarlo.

E io ascoltavo incantato il racconto di una coppia nata a cavallo tra le due guerre mondiali, formata da una donna forte e da un uomo colto, che avrebbe ottenuto fama e successo di lì a pochi anni, pretenzioso per quanto riguardava il suo lavoro, ma capace di autentico amore cristiano, capace di donare a chi aveva poco o nulla rispetto a lui.

L’anziana vedova, con gli occhi lucidi per i molti, forse troppi, ricordi mi consegnò il libro che stava leggendo, dicendomi che me lo regalava con piacere; la cosa mi lasciò interdetto: mi aveva appena consegnato un pezzo del suo legame con Giorgio.

E io pensai che, in fondo, di coppie così ne esistevano ancora: forse poche, ma c’erano.

Pensai che le donne non sono tutte fredde e non pensano solo ad uscire, a divertirsi, a ballare; ci sono anche quelle che amano veramente il marito che scelgono, che farebbero di tutto per lui, che lo seguirebbero ovunque, anche nei recessi più profondi della sua mente, consegnate ai posteri con l’inchiostro e la carta. Gli intellettuali oggi sono rari, specie quelli cristiani: le persone profonde non vengono più apprezzate, ma bollate come inquiete e problematiche; la cultura non ha più il valore di un tempo, viene considerata inutile, in fondo per guadagnare ci sono metodi più rapidi che studiare.

Attraversai nuovamente il cortile, diretto verso il cancello e pensai che avrei voluto anch’io un amore come quello che aveva trovato Giorgio.

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