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Liceali. L'insegnante va a scuola

Una storia, quella della Scuola da sempre considerata il fulcro del sapere e dell’educazione volto allo sviluppo ed alla crescita interiore degli alunni, ma che oggi rivela un’assenza di interesse e una propensione all’improvvisazione, tale da creare “la totale dispersione dei valori e l’annullamento della speranza nel futuro dei giovani” come sottolinea Sandro Gros-Pietro nella Prefazione del libro Liceali.

E tante storie, quelle degli alunni che cercano la loro dimensione umana e spirituale nel pieno di una età ricca di vitalità e di aspettative, ma appaiono disincantati e talvolta violenti. Il libro di Francesca Luzzio è appunto l’affresco puntuale e preciso del mondo dei giovani d’oggi, catapultati nel vortice di una società multietnica, globalizzata e tecnologica senza però gli stimoli utili e gli strumenti validi per affrontare una esistenza spesso ostica e fuorviante. Solo chi vive accanto ai ragazzi e per i ragazzi, facendosi carico del loro vissuto interiore, può esprimere, come fa egregiamente l’autrice, il travaglio della giovinezza che cerca la propria “identità” e il proprio ruolo nella collettività.

Uno dopo l’altro i racconti si snodano in un percorso tracciato dall’abile penna della scrittrice, convergendo in un'unica tematica: il malessere diffuso che evidenzia le fragilità di quella fascia di età più a rischio di deviazione. La narrazione fluida e concisa, con l’immediatezza di un lessico che ingloba in maniera eccellente il codice linguistico dei giovani, utilizzando quei vocaboli da loro coniati per sottolineare la distanza che li separa dal “mondo ipocrita” degli adulti e l’uso moderato della lingua siciliana, dà al lettore la possibilità di entrare nell’intimo della narrazione senza intermediari. In un caleidoscopio, quindi, di nomi, personaggi, situazioni, emozioni, sentimenti, fatti tragici … è facile passare dallo sguardo d’insieme d’una realtà che, purtroppo, è sotto gli occhi di tutti, al particolare di episodi coinvolgenti, che in qualche caso lasciano l’amaro in bocca.

Dal sistema scolastico inefficace e non al passo coi tempi all’apprensione dell’insegnante che, calandosi nel disagio del giovane, vorrebbe, ma non sempre ci riesce, scuoterlo dall’apatia e dall’ assuefazione al comune andazzo, il libro della Luzzio invita alla riflessione. Forse siamo abituati, come ha detto ultimamente Papa Francesco, alle crude notizie spiattellate dai telegiornali, diffuse dalla stampa, trite e ritrite, affrontate in ogni salotto o “torchon” televisivo e, dopo un primo moto d’indignazione o di rabbia, ci rituffiamo nelle problematiche del quotidiano con “l’indifferenza globalizzata” che sembra caratterizzare l’odierna società. Ma da secoli la letteratura è maestra di vita. E quel che sfugge all’orecchio distratto viene recepito dall’occhio attento che sa leggere anche fra le righe. “La bellezza della letteratura, non sta nel fasto della pienezza declamatoria, ma risiede invece nella potenza solutiva della comunicazione …” sottolinea ancora Gros-Pietro.

Ed è esattamente quanto viene espresso da Francesca Luzzio, con garbo e competenza, nelle pagine di Liceali. Così il “Diverso”, il “Ragazzo fagotto”, la ragazzina bellissima invaghita del suo corpo che decide: “Mi vendo”, diventano esempi emblematici delle notizie quotidiane, ma nelle pagine del libro assumono un peso non indifferente, evidenziando il risvolto psicologico e mediatico degli atteggiamenti di rivolta e di affermazione del proprio “io”, che non sempre si risolvono in senso positivo. Figure ritagliate dalla quotidianità scolastica. Ed ecco Vincenzo, il leader del gruppo, o per meglio dire il “devasta” del “branco”, che gli altri credono invincibile, ma che soccombe alla furia dello spacciatore senza scrupoli. E Mohamed, nato in Sicilia da genitori sudanesi sfuggiti miracolosamente alla guerra e alla fame, emarginato dai compagni di classe della seconda liceo, che si ritrova seduto accanto a Fatima una ragazzina negra e si consola pensando: “Similia similibus! … entrambi neri e entrambi non italiani veri. Ovverossia ghettizzati!

C’è anche, chi per noia o carenza affettiva, sfoga la sua frustrazione su un inerme barbone che diventerà la voce della sua coscienza, svelando il suo passato di uomo dissoluto, e lo esorterà a rivedere i suoi atteggiamenti: “Tu sei buono dentro, ti manca solo qualcuno che ti capisca, che ti indirizzi, che ti aiuti a scegliere le mete della tua vita.” aggiungendo “… cerca di trovare il piacere del sapere e attraverso il sapere troverai anche gli scopi della tua vita.”. Si legge nella parole accorate una chiara denuncia dell’assenza della famiglia, della inadeguatezza del sistema scolastico, quanto del disinteresse delle istituzioni, della mancanza di dialogo tra adulti e giovani. E, talvolta, per un distorto senso materno, si cade nell’eccesso opposto di voler pianificare la vita di un figlio secondo quei canoni dettati dalla sicurezza che il denaro può dare, e si diventa arroganti ed invadenti rifiutando il confronto e perfino “… travalicando i limiti della civile conversazione”.

Ma vi è anche un barlume di consapevolezza della rivalutazione delle risorse giovanili, dell’impegno nella ricerca della propria identità. Come in “Figlio di portiere” dove l’allievo “disagiato” approfitta in un primo momento della “stima” dei compagni che gli offrono la loro “amicizia” in cambio dell’aiuto nello svolgimento dei compiti, pensando: “Loro hanno i soldi, io la testa”. Poi, dopo un incidente di percorso, apre gli occhi e riconosce di non dover vendere le sue competenze in cambio “di una serata al pub o per una schifosa canna”. Così consapevole delle proprie capacità decide di non sprecarle ancora, ma le proietta verso un futuro migliore, con l’orgoglio delle sue pur umili origini. Oppure la ragazza altera e indifferente che “cerca di contentare tutte le persone che le stanno vicine e, schiacciando quelli che sono i suoi desideri, le sue passioni, fa ciò che le chiedono gli altri”, ma durante un viaggio d’istruzione, riesce ad aprirsi con una delle docenti, diventando “un fiume in piena”, fino ad affermare: “La mia vita è un inferno, mi creda, Prof, e sto sempre a chiedermi chi sono io per me.”. Anche per la giovane docente, che aveva cercato il dialogo, informandosi sul libro che l’alunna teneva fra le mani, diventa difficile intervenire, non riesce a trovare le parole adatte e riflette sul suo ruolo: “Ma che insegnante sono!”. Poi affidandosi a un “asettico” riferimento culturale, almeno così le sembra, esordisce: “… il tema dell’identità lo affronteremo presto, studiando anche Pirandello.” Ancora una volta, come con l’aggancio su “La metamorfosi di Kafka” e il sintagma “perdita d’identità” che fa riferimento al tema dell’alienazione, è la letteratura a venire incontro alle perplessità dell’insegnante “agli inizi della carriera”. Così era stato anche per una altra insegnante, con il ricorso ai versi della poesia di Quasimodo, recitata dopo un richiamo ai “ricordi del passato” che diventano veicolo per una estemporanea lezione sul saper mescolare “passato e presente per proiettarli nel futuro.”

E i giovani rappresentano il futuro. Francesca Luzzio crede nella forza della funzione educativa della Letteratura. E’ quanto si evince dalle pagine di quest’opera volta a lanciare un messaggio alle nostre coscienze sopite. Nella seconda parte “L’insegnante va a scuola” come dicono i versi della prima poesia in lei c’è pressante “il piacere d’insegnare” e inoltre ha “… tante cose da imparare!” La classica ruota “educazione rieducazione” “esaminatrice esaminanda” … i ruoli che si invertono nel corso della vita. Il binomio prosa-poesia concede al lettore un gradevole equilibrio di emozioni: dalla sensazione di amarezza procurata dai racconti alla levità dei versi ben calibrati che, pur riprendendo i temi trattati, esprimono i sentimenti che albergano nel cuore dei giovani. Un messaggio, quindi, che va compreso e meditato, quello di questa delicata scrittrice che, come dice Giorgio Barberi Squarotti nel risvolto di copertina del bellissimo libro Liceali, “Sa cogliere mirabilmente personaggi della scuola e della vita: gioiosi, dubbiosi, splendidi, turbati, amorosi.”.

Il linguaggio sobrio ed elegante, seppure realistico, lo stile scorrevole e lineare, la grande capacità di sintesi confermano le qualità letterarie e linguistiche dell’autrice, permettendo un’approfondita condivisione degli argomenti. In ultima analisi, il prezioso lavoro di questa brava scrittrice e poetessa rappresenta un documento-verità che dovrebbe indurre ad un mea culpa generale.

Recensione
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