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L’anno scorso è uscito il volume di Alberto Liguoro A questo punto – poesie visive, tomo che è stato inserito nella “Collana Seneca” (Poeti Italiani Contemporanei) di Libroitaliano World. All’inizio, dopo poche pagine, si ritrovano subito abbondanti “Ringraziamenti” dell’autore a quanti lo hanno sostenuto e incoraggiato a scrivere nel corso del tempo. Il tono è amichevole e disteso, come in buona parte del testo. A penna egli ha vergato queste parole: «Scusate tanto, | scrivere è una malattia | e io sono molto malato».

Il volume comprende anche contributi in prosa. La copertina e la grafica sono curate da Dalila Liguoro. L’opera risulta suddivisa nelle seguenti parti: “Chanson de geste” (parte prima), “D’altronde” (parte seconda), “Isso facto” (parte terza), “Ipse dixit” (parte quarta), “Appendice”. Nell’appendice sono state raccolte le “Poesie rifiutate per difetto di ortodossia”. L’autore le accompagna con un’esortazione: «Se proprio tutti pretendono di sognare e scrivere | poesie, che almeno lo si faccia in versi tradizionali!». Ma come ha scritto in precedenza, «il senso è segreto* | scoprilo! || *ma è poi l’unico?».

Viene proposta una visione negativa, per lo più catastrofica, della nostra società, mentre “appunti di viaggio” accompagnano il lettore. Immagini e parole germogliano spingendo alla lettura oltre le righe; “la chimica matematica della poesia” viene sviscerata e riproposta in curiose «formule dell’esistenza | non esistenza». Vita e morte si compenetrano al punto che «L’attore che finge di morire, durante la recita muore realmente».

La stessa entità viene osservata e indagata da angolazioni molteplici, diversificate. Così Alexandre Dumas è «figlio naturale dell’autore de “I tre moschettieri”» e contemporaneamente è anche «padre dell’autore de “La signora delle camelie”». In curiose inversioni, «Le opere giovanili di Plinio il Vecchio» catturano l’attenzione di Alberto Liguoro quanto «Le opere senili di Plinio il Giovane».

Emerge una costante attenzione all’ambiente circostante, alle abitudini e alle assuefazioni; in “Smile” scopriamo che è stata vista una scritta per strada in cui “vedova nera” e “venere nera” vengono unificate. In modo analogo, protagonista del frammento dedicato alla “Dissacrazione” una biforcazione subita dalla singola parola: «giuda» e «guida» sono due rami che si pongono sul medesimo segmento del lacerto liguoriano.

Vi è attenzione generale per esseri umani e animali, non solo per la strage di innocenti nella delicata età dell’infanzia ma anche per i giovani: «… ricordando chi auspicava un mondo salvato dai giovani, i | giovani cercano di salvarsi dal mondo…».

L’autore si rivela, inoltre, incline alla saggezza popolare: «Se hai la pallina è facile che te la tolgano. | Se non ce l’hai, non possono togliertela. Tutt’al più te la | daranno.». Egli compie un’analisi di “Come cambiano i tempi”, analisi che passa anche attraverso la “provocazione”, come nel caso di «my home is | Hotel Palestine».

Tra le icone emblematiche della nostra società e le ragnatele di parole, semplici battute invitano ad attente riflessioni: «- I libri appunto. Nelle poche librerie megastore (le altre non contano), ti assalgono con l’arroganza della loro numerosità e della loro saccenza. Tutti sanno tutto e hanno capito tutto e si autoassolvono.»….«- I bambini africani. Ti assalgono con l’arroganza della loro numerosità e della loro miseria! | - La Fauna e la Flora in via d’estinzione ti assalgono con l’arroganza dell’urgenza e dell’ineluttabilità!»…«Tutti assalgono qualcuno e sono assaliti da qualcuno. | - E sempre con l’arroganza di qualcosa…».

Alberto Liguoro si sofferma sulle responsabilità di tutti, pure di matematici e scienziati nei confronti delle tante calamità e disgrazie, dei problemi prioritari e dei molti compromessi che ammorbano il mondo. Emergono taluni luoghi comuni circa la piccolezza umana e sull’Italia, «Paese di paraculi». Il linguaggio talvolta si fa greve, inelegante, ma in funzione di un fedele rispecchiamento (o presunto tale) della situazione italiana. Malgrado la visione fortemente negativa, catastrofica, l’autore, denudando anche i propri limiti, ammette comunque di sentirsi italiano.

Egli si chiede: «… chi non ha un amico o un parente poeta?». Tra i poeti vengono inclusi, in una fitta elencazione, pure Giovanni Rana (definito «industrial»), Gigi Marzullo (descritto come «il vate della notte»), Fabio Fazio e Michele Santoro (rispettivamente il «vate della spocchia» e il vate «della modestia»). La conclusione è che oramai tutti si viene considerati poeti, tenendo presente che «Chi ha troppa fame non bada tanto all’arte culinaria.».

In queste pagine si ritrovano le ragioni dell’Oriente e quelle dell’Occidente: le differenze di storia e di cultura risultano accettabili, spesso auspicabili, ma non quelle relative alla sfera della sensibilità, sulla quale non sono ammissibili deroghe. Tra lazzi e lacci si può catturare l’essenza della società contemporanea, riscoprendo la giocosità del linguaggio, della parola, moneta isolabile da spendere all’interno di un’economia degli sprechi, senza che ulteriori sprechi siano necessari.

Recensione
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