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La silloge poetica di Giovanni Tavčar Bisognerà presto voltare pagina, segnalata al concorso letterario torinese “Arte Città Amica”, consta di ben 75 liriche caratterizzate da un verso breve che consente di concentrare l’attenzione del lettore sul peso di cui si fanno carico le singole parole e di ogni loro implicazione: «Cos’è la vita, | se non un’eterna, | trepida attesa | della Parola | in grado | di dare senso | e direzione | all’esistenza?»

Non di rado pochi versi si raggrumano nel frammento emulando le movenze aforistiche: «Da giovani si vive, | da vecchi si gioca a vivere»; «Un sorriso | dura | un solo istante, | ma | nel ricordo | può diventare | eterno»; «L’amore non è | essere | l’uno l’immagine | dell’altro, | ma l’esaltazione | della reciproca | diversità».

I quesiti esistenziali invadono le pagine della vita con dubbi, perplessità, incertezze, eppure Bisognerà presto voltare pagina. I perché interrogativi della sofferenza («Le croci non occorre cercarle») vengono controbilanciati da messaggi incoraggianti ancorati alle «verità» di fede: ««Sospesi | tra l’aurora e il tramonto | aspettiamo | sulla nera spiaggia | del dolore | l’arrivo dell’ultima | onda. || Eppure | il nostro piccolo spazio | di luce | è pieno di riflessi | e di richiami all’eterno.» Questi ultimi sono ricorrenti: «Esiguo | è lo spazio di luce | che ci è stato donato, | ma colmo | di richiami all’eterno.»

Talvolta vi sono sprazzi di saggezza antica che possono ricordare Seneca: «Breve | è il nostro giorno, | perché sprecarlo | in affanni? || Effimera | è la nostra presenza, | perché riempirla | di pene?».

Prevale, comunque, la convinzione religiosa: «Io non so | perché piangono le stelle, | né perché sorride | il sole. || Ma so, | che per ascoltare | le voci del mattino | e per accogliere | le meraviglie della vita | mi basta | un po’ di sereno.» …«L’uomo | è riassunto e apice | dell’universo. || Spirito che prende forma | nel corpo, | germe divino che attende | di sbocciare | nella risurrezione».

A chiusura della prefazione Francesco De Napoli osserva: «Come già aveva scritto Mario Luzi, mosso anch’egli da un saldo fervore religioso, «la pena esiste e deve vivere | e trasformarsi in bene tuo ed altrui» (Quaderno gotico, 1947).

«Siamo noi stessi | il mistero», è la conclusione di Tavčar, ancora una volta aperto al dubbio, al paradosso finale che salva e acquieta, e disposto a confrontarsi con il «sabbioso silenzio» della parola. Laddove il dialogare si è fatto inconcludente o assente, soffocato, smarrito, «bisognerà presto voltare pagina».»

Recensione
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