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«Non molto tempo fa d’estate feci una passeggiata in una ridente campagna in compagnia di un amico taciturno e d’un giovane ma già famoso poeta. Il poeta ammirava la bellezza del paesaggio ma non ne provava alcuna gioia. Era turbato dal pensiero che tutta quella bellezza era destinata fatalmente all’estinzione, che sarebbe svanita col sopraggiungere dell’inverno, come tutta la bellezza umana e tutta la bellezza e lo splendore che gli uomini hanno creato o possono creare. Tutto ciò che altrimenti avrebbe amato e ammirato gli sembrava spoglio di valore a causa della transitorietà che era nel suo destino. | La tendenza al deterioramento di tutto ciò che è bello e perfetto può dar luogo, come è noto, a due diversi impulsi nella mente. Uno conduce alla dolorosa malinconia provata dal giovane poeta, mentre l’altro porta a ribellarsi al fatto asserito.»

Questo l’incipit del breve saggio, del 1916, di Freud “Sulla precarietà”, utile per introdurre alla lettura della plaquette di venti poesie di Alfredo de Palchi (tutte datate tra l’estate 2005 e il 28 dicembre 2006), recentemente pubblicata da Libraria Padovana Editrice, dal pregnante titolo Contro la mia morte. Di certo l’atteggiamento dell’autore si discosta dalla «dolorosa malinconia» che spesso paralizza corpo e mente anzitempo («mi ribello alle incursioni | ti sfido a chiudermi tra le braccia di ossi | e stritolarmi»). Alfredo de Palchi, alla da poco oltrepassata soglia degli ottanta anni, è giunto con la stessa forza, intensità e veemenza che sempre lo hanno contraddistinto nel panorama letterario internazionale.

L’evento luttuoso estremo, la propria morte, la cui distanza spazio-temporale resta l’incognita centrale che collide con ogni calcolo possibile, scatena una reazione di sfida nel poeta, che provoca la “Grande Mietitrice”, la avvicina ancor di più a sé («Lacerami le membra, se vuoi, | non la mente già s-centrata per obliare»), visto che non può fare danni peggiori di quelli già prodotti, la scruta da dentro («io sono tale e qual ero nel tuo corpus | mistico di vulva») e fuori, per scrollarsela di dosso, aizzarla, sommergerla con versi spietati, minacciarla con l’arma del silenzio: «Saprò negarti come Simone»… «Saprò negarti senza una parola»; «Ti ricevo a schiaffi | per stanarti i denti marci dalle mandibole | a calci sugli stinchi per crollarti | in mucchio di ossi»… «e per sempre rinnegarti per sempre», anche se «Una antica nostalgia da suicidio | opprime quello che resta | del cuore colpito da te | già in lutto».

La forma oppositiva dell’opera vede protagonisti amore e morte, nella macerazione della carne, che ancora fuma e si infiamma, e ancora morde e si fa mordere; possono venire qui rammentate alcune considerazioni di Maria Grazia Lenisa sui “Contrasti”, esposte ne La rosa indigesta: «forma narrante» che «suggerisce vari tipi di lettura», «forma mentis ironica e drammatica che travalica, in questo caso, il genere»; è necessario «ricondurre le associazioni per contrasto a quelle per somiglianza»; la silloge si presenta come un «contrasto non privo di asprezze», «il significato del contrasto non è solo letterario» in «quella lunga malattia che è la vita».

E, infatti, la morte ha un fascino tutto suo, femminile e sinistramente attraente, che la avvicina e la pone direttamente a contatto con le sfere più intime del poeta, molto li accomuna: «sei lercia sei l’orrore | eppure ti corteggio | ti vedo ti vesto di beltà lunare | ossessionata bionda spiga | rossa di labbra gonfie | o mora succulenta di more | infine in un rettangolo verde».

Gli estremi della vita si toccano, la minaccia di un futuro esiguo conduce la mente molto indietro nel tempo, alla ricerca di ricordi giovanili («Verona e la “bassa” che mi vide | con la pertica saltare i fossi»). Le coordinate anagrafiche, seppur scomode, servono ancora ad attraccare: «Il dieci dicembre | la morte è nata | compagna | sposa che allarga le cosce per accogliere | nello zolfo la mia vita» (nella pagina del 10 dicembre 2006); «Martedì 10 dicembre 1926 | l’anagrafe è un deposito di ceneri»… «urlo al mondo la truffa» (così scrive Alfredo de Palchi il 13 dicembre 2006).

Vi è una poesia depalchiana di questa silloge che riprende l’explicit di “Sono una creatura” di Ungaretti, con esiti nuovi: «Tra questa palude | di fiumi che scorrono detriti e veleno | e la sinergia dell’oceano | l’acqua spiove dagli alberi in autunno | e mi sciacqua la morte | che si sconta vivendo nelle fogne | dall’alba | all’orizzonte del tramonto | perch’io viva nel decesso la sua vita.».

Al termine della plaquette, leggiamo che «Alfredo de Palchi nasce ogni mattina». Non a caso, sul numero 30 di “Gradiva” (“Homage to Alfredo De Palchi”) in un contributo di Giuseppe Panella vengono riprese parole celebri di Robert Louis Stevenson, per comunicare la sensazione provata durante la lettura delle opere depalchiane: «Ogni scrittore che valga qualche cosa muore e rinasce di continuo…».

La punteggiatura rarefatta libera i versi sui passi di un Cancan, scacciando la morte dopo averla invitata (in consonanza con l’opera riprodotta in copertina: Cancan di Henri de Toulouse-Lautrec).

Recensione
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