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Citando il titolo di un libro di Roberta Dapunt, verrebbe da dire La terra più del paradiso, pensando all’ultima silloge pubblicata da Antonio Coppola. O, come ha scritto Oscar Wilde e l’autore di Dentro e fuori il paesaggio ci rammenta, «Il vero mistero del mondo è il visibile».

La veste grafica discreta, la semplicità del bianco e nero di copertina con la veduta delle Langhe piemontesi, le dimensioni del librino inducono subito il lettore sensibile a cercare raccoglimento nelle stanze all’aria aperta di queste pagine. Lo sguardo del poeta può oltrepassare i paesaggi, sfiorando le cortine dell’inaccessibile. Il canto ha la meglio sui mali del mondo, mentre vengono ripercorsi i sentieri e i luoghi della natura, scenario di incessanti meraviglie e di stupefacenti metamorfosi.

Con l’architettura del paesaggio l’uomo cerca di creare una seconda natura all’interno della natura medesima. Già Cicerone si era soffermato su tali trasformazioni del territorio, ma la fragilità e la caducità investono ogni sfera del reale, e quindi, sia la “prima” che la “seconda natura”. Se Anna Achmatova, nei suoi versi, affermava: «Tutto quel che vedo mi sopravviverà», Antonio Coppola, invece, osserva che: «moriranno | con noi colline e tralicci…».

Nei suoi versi affiorano brani di bellezza soffocata tra le macerie del quotidiano, in una varietà di toni, colori, suggestioni, livelli di registro, mentre la precisione del lavoro di cesello accompagna una parca punteggiatura. «Sei precipitata bellezza»; «Nelle diramazioni degli anni | tu eri già un ciliegio consunto | d’un dove per sempre»; «Noi ragazzi fischiavamo ignari»… Con Helle Busacca Antonio Coppola potrebbe dire: «Ma le rose sfiorite come sono tristi | la bellezza se non avvampa come è sorda | come cambiano gli occhi anche a restar vivi | e non è vero che si guarda sempre con gli stessi occhi | e le nuvole dopo il tramonto come sono grigie | come pendono in cenci gli appassiti ibischi | come è meglio, forse, anche a non ridirlo, | che ci scenda la notte a metà del giorno».

L’autore riscopre la tautologia, infondendole nuova linfa: «I limoni gialli» e «Azzurra la trasparenza dell’acqua» sono notazioni coloristiche irrinunciabili. I limoni di queste pagine possono rappresentare «la nostra parte di ricchezza» (cfr. Eugenio Montale), ma sono bellezza minacciata: «I limoni gialli murati tra le case | luccicavano al sole», come oro infuocato; i «Limoni appena colti | fanno bella mostra in un profilo di conca | immortalati da una zoomata in tutta fretta», segmenti in cui la placidità degli agrumi e la loro dimensione temporale sospesa e dilatata si contrappongono alla rapidità della zoomata seguente.

Il poeta rimane sempre in posizione appartata, sia che si trovi sul tram o in mezzo alla natura, siano paesaggi mediterranei o sia la metropoli a fare da sfondo-protagonista alle meditazioni, mentre si rinsalda sempre più una consapevolezza: «Presto svanirò in questo mare | di triboli e curve di cielo | in una Scilla che si fa bella | addormentata sul sentiero fiorito». Ed ecco che «Ogni parola che si pronuncia fa pensare al suo contrario» (J.W. Goethe). Mentre si evoca la morte, si esalta la vita. «Questo miracle-drugs, queste droghe-miracolo sono le parole» (Pitigrilli).

Alcuni segmenti sorprendono per un’idea forte che li permea, e allora la parola si fa più dimessa: «Il Mediterraneo ha più alberi | fra terre che bandiere le Nazioni».

È possibile fare un raffronto tra la poesia XIV di Dentro e fuori il paesaggio e La Vigilia di Sant’Agnese di John Keats, il cui verso «La lepre zoppicava tremando sull’erba gelata» riesce a trasmettere a tutto il poema l’andatura zoppicante e la sensazione di gelo (verso che, a suo tempo, colpì molto Francis S. Fitzgerald). Anche nella lirica XIV, di Coppola, compare una lepre: «Nella resta dei limoni il lepre | si sgarbuglia dalla cenere di un falò» (“il lepre”: unità lessicale regionale). Questo distico pare spargere cenere (non solo a livello simbolico) negli altri versi della stanza poetica: scende opaca la notte attorno a un fosso, poi sale la notte già divenuta cielo, e una carpa scompare tra le pietre.

Forse i versi che meglio riassumono il contenuto delle ventidue liriche che compongono la silloge (semplicemente numerate) sono i seguenti, parole che, nella loro stessa assenza, colgono l’essenza delle domande senza risposta («si fingeva | di arrampicare senza chiedersi il perché»): «Se tutti i fiori della terra | piegassero al rimpianto | forse l’orgoglioso giacinto | non esulterebbe d’entrare | nei quadri dei pittori; | qui c’è il mio silenzio | uno strappo di violenza alla morte, | un niente oltre l’ostacolo».

Un’alta qualità del dettaglio caratterizza la rappresentazione lirica dei paesaggi coppoliani. I legami interni, tra le singole poesie, visibili e invisibili, creano un’unica mappa. Questa silloge segna forse un punto d’arrivo - e di non ritorno - per Antonio Coppola. È opera, questa, della massima maturità che consegna, nell’atto puro della creazione, l’acme del fervore.

Suppl. alla rivista “I fiori del Male”, nr. 50/2011.

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