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Con Diletta sposa, il “Poemetto in diciassette lasse ispirato al Libro Tibetano dei Morti”, ovvero a un noto testo sacro buddista, Veniero Scarselli «ha offerto»… «uno stimolo ulteriore per introdursi nella fascinosa spiritualità orientale», come osserva Walter Nesti nella “Presentazione”. È lo stesso poeta a sottolineare, nella “Premessa”, come, «dopo la cessazione delle funzioni vitali restino vive ancora per vari giorni, in uno stato di pre-morte, le facoltà percettive del defunto». Inoltre, egli precisa che «Udendo recitare da un amico o da un maestro le esortazioni dei sacri insegnamenti quando si trova in quello stato pre-morte, il defunto può essere guidato più facilmente verso l’atteggiamento corretto e salvarsi senza più il timore d’essere accecato dalla Vera Luce.».

L’autore si è distinto negli ultimi decenni (l’esordio in poesia risale al 1988 con Isole e vele, per i tipi di Forum Quinta Generazione) per svariati studi relativi al poema epico, di cui sono evidenti i riflessi nella sua intera e copiosa produzione. La riflessione di Scarselli affonda nella tradizione linguistica italiana, parallelamente a un lavoro di continuo ripensamento e di rifinitura delle opere da lui generate. Esempio ne è Diletta sposa, poemetto giunto alla terza stesura nell’edizione Montedit, dopo due precedenti pubblicazioni (la prima, in una versione fuori commercio, risalente al 2003, nell’ambito del Premio “Cinque Terre”; la seconda, del 2004, inserita nel libro Il lazzaretto di Dio, edita da Bastogi Editrice Italiana).

A sottolineare, nel presente poemetto, l’alternanza calibrata di emozione e motivazione, di cuore e ragione, senza mai scadere nel facile sentimentalismo, dunque evitando fronzoli patetici, Stefano Valentini ha redatto alcune note che compaiono nell’“Introduzione” al volume: nell’opera si rileva «una semplicità che si incarna nel “tu” rivolto alla compagna del proprio cammino terreno»;  «Altezza tematica e colloquialità discorsiva» si coniugano rendendo possibili «trasfuse considerazioni che uniscono biologia, filosofia, teologia, e dove la vita corporale rappresenta sì solo un involucro rispetto al destino ultimo ma un involucro comunque degno di celebrazione.» Di certo, la formazione scientifica del poeta (laureatosi in Biologia) ha favorito tale commistione di implicazioni.

Come annota ancora Stefano Valentini, Scarselli non si guarda indietro «per nostalgia o indugio ma per conscia gratitudine», perché la Diletta sposa è «quasi una Beatrice terrena, anziché ultraterrena». Così ammette il poeta: «Io non sono fra gli spiriti eletti | che in vita hanno vissuto santamente» (“IX”), come del resto si evince da altre sue opere precedenti. Di conseguenza, egli è costretto pure ad ammettere: «quelli come me hanno bisogno | che una guida severa e amorosa | li aiuti a distaccarsi dal mondo» (“X”).

Il viaggio terreno sta volgendo, oramai, al termine, ma prevale su tutto una sensazione di calma e serenità, poiché l’autore giunge preparato alla “meta”, al ritorno al grembo delle origini : «Tu che sei la mia sposa diletta | e m’hai guidato con amore e saggezza | fra le luci e le tenebre del mondo | sai che presto verrà il compimento | della lunga mia vita corporale. | Ti ringrazio per averla protetta | nel suo viaggio e resa tanto felice | che ormai senza timore né rimpianti | mi posso apprestare a lasciarla, | sazio di conoscenza e d’amore» (“I”).

Alcuni versi di Diletta sposa possono rammentare una leggenda danese, secondo la quale il fantasma di un marito ritornò a implorare la moglie di smettere di piangere per la sua morte, poiché questo gli impediva di trovare pace nella nuova vita: «stenditi ti prego accanto a me | che hai tanto amato, ma non piangere mai; | se vuoi salvarmi, ti prego, sii tu | a guidarmi nel turbine oscuro | della Vita Intermedia, a mostrarmi | il tunnel che dovrò attraversare» (“XIII”). «Se farai tutto questo per l’amore | che ci unisce ma che adesso ci separa, | forse riuscirò a riconoscere | fra le tenebre la luce lontana | ma vera, che alla fine del Tunnel | si spalanca in quel mare di pace | su cui splende senza più accecare | la Luce materna di Dio.» (“XVII”); «ripetimi, facendo crudelmente | gran forza sui tuoi sentimenti, | che anche il nostro amore più puro | apparteneva al mondo materiale | ed ora lo si deve abbandonare» (“XIV”).

Usando un binomio caro a Paolo Ruffilli, possiamo concludere rammentando il titolo di un suo celebre poemetto: La gioia e il lutto, che anche per Veniero Scarselli non vanno mai disgiunti.

Recensione
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