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Elena, Ecuba e le altre

Addentrandomi nella lettura del volumetto dal titolo Elena, Ecuba e le altre, mi è venuto in mente il bellissimo libro della storica e biografa britannica Antonia Fraser Regine guerriere – Le grandi protagoniste della storia: realtà, mito e leggenda, in Italia edito da Rizzoli circa trent’anni fa.

Ma l’opera di Maria Lenti qui presa in esame, ancora fresca di stampa (la prima edizione risale al mese di gennaio di quest’anno), è di poesia. E l’autrice ha scelto quasi esclusivamente la misura del frammento.

Alcune poesie contenute in Elena, Ecuba e le altre erano già state pubblicate in precedenza, e precisamente nel volume del 2009 Cambio di luci (nella sezione denominata Diverse), e nel 2017 in Leggere, a cura di Fernanda Ferraresso. Inoltre, nella raccolta sono presenti anche versi inseriti in corsivo: si tratta di citazioni dalle fonti originali.

Grazie alla brevità, Maria Lenti ha garantito intensità e incisività a ogni singola pagina e a ciascuna parola pronunciata da Elena, Ecuba e le altre. Infatti, si tratta di spezzoni di dialoghi immaginati dall’autrice, sulla scia di trame legate a figure mitologiche classiche.

Al mito la poetessa infonde nuova linfa, nuovo vigore, e per mezzo di tale operazione riesce a dare voce a tutte le donne, ancora una volta confermando il suo intento e impegno civile.

Scorrendo le pagine nell’agile lettura, si viene investiti da una rapida raffica di dardi, che vanno puntualmente a segno, colpendo ogni volta il nocciolo della questione.

A lettura ultimata, si ha ancora l’impressione di poter udire quelle voci, unificate quasi come in un coro polifonico, o si ha la sensazione di aver assistito a una specie di staffetta di voci femminili.

La poetessa, entrando nella mente e nelle anime delle figure rappresentate, ovvero nelle pieghe delle implicazioni psicologiche, coglie le dinamiche che caratterizzano le relazioni tra i sessi. Così si rivolgono, per fare qualche esempio, “Euridice a Orfeo”: «Cristallo il mio passo, il tuo di vetro», “Fedra a Ippolito”: «Giovane che sfreni i cavalli, / ti ha colpito la paura non il rimorso, / la mia possessività non la tua Antiope.», “Ifigenia ad Agamennone”: «Intuisci i miei pensieri, / scava nel mio desiderio / spoglio da ogni devozione.».

Il lavoro di rivisitazione delle trame note attraverso la mitologia, si arricchisce grazie all’immedesimazione e all’immaginazione, e all’acutezza di visione ovvero sensibilità femminile, toccando temi sempre drammaticamente attuali. Una classicità, dunque, affrontata con piglio e fremito moderni, e non dal solito punto di vista dell’uomo.

Attraverso la battuta di dialogo (forse in certi casi monologo…) del personaggio femminile, la narrazione prende vita inchiodando l’universo maschile (e con esso la società di ogni tempo) alle sue responsabilità e colpe (“Andromeda a Perseo”: «Avete fatto tutto voi. / Adesso una me mia tra le stelle fisse / della Costellazione, no?»).

Tante sono le sfaccettature catturate in questi versi. Esiste lo squallore generato non rispettando l’età ancora forse più fragile: “Ebe a Eracle”: «La giovinezza a ricompensa delle tue fatiche: / lo impongono i genitori. / La mia giovinezza la dono a chi la sa / contraria energia / non cosa / da gettare appena logorata.».

Esiste la violenza estrema, contrapposta a una sessualità libera: “Cassandra ad Apollo”: «Ti ho respinto: che assenso / sarebbe su ricatto? / Le mie fibre, Apollo, per godere in due.»; “Pentesilea ai posteri”: «Tra me e Achille / non è stato amore della morte. / Io non l’ho azzannato / lui non mi ha stuprata. / È andata così tra noi: / punte adamantine, mai spine, / incessante piacere a sfinimento / grande passione.».

Esistono la resistenza e la resilienza, accanto all’orrore e al trauma senza fine: “Polissena ad Achille”: «mi hai spiata alla fonte / e subito smanioso di possesso / mi vuoi in moglie. / Non sono pazza. / Se userai la forza / vivrò i suoni cupi e le lampade abbassate.»; “Criseide a Crise”: «La donna bottino di guerra: / legge degli stolti in guerra, / della tenda di Agamennone invasore. / Molti uomini non sanno, costui con loro, / la differenza / tra il cedere per non morire / e morire cedendo / solo l’involucro non la sostanza.».

Esiste la volontà di dire e denunciare: “Filomela a Tereo”: «L’abuso e il taglio della lingua, / ma ho dita per ricamare /e il messaggio giunge alla sorella. / Che credevi, Tereo, / di avermi ridotta a tacere la violenza?».

Contro ogni pregiudizio o luogo comune, la donna spesso si dimostra molto più razionale e coerente dell’uomo: “Erifile ad Anfiarao”: «Per una collana e lenzuola candide / ti avrei indotto a marciare contro Tebe. / Sei così sciocco da scambiare orgasmi / con l’esistenza intera?»; “Psiche a Eros”: «Mi hai portato in un palazzo incantato / ma ti neghi a rivelarti o a svelarti. / Appagato del tuo buio, vieti che ti si scopra. / Desiderosa di chiarezza, / alzo la lanterna e ti rischiaro a lungo.»; “Ipsipile a Giasone”: «Incinta e abbandonata / eppure soddisfatta. / Desideravo un figlio e l’ho avuto.».

Nel corso del tempo nemmeno i poeti si sono dimostrati sufficientemente attenti ai problemi e alle esigenze femminili. Infatti, come dice “Erope ad Atreo”: «I poeti inventano dai secoli dei secoli / e a metafora usano le donne.».

In conclusione, possiamo affermare che l’opera Elena, Ecuba e le altre rappresenta un ulteriore passo avanti, perché ogni donna possa dichiarare: «Mia la vita mia». «Prendi coraggio, affrontami, / dimmi di te e ti dirò di me.», un suggerimento che dalle pagine di questo libro dovrebbe venir colto da ogni uomo, per poter gettare le basi di rapporti sani e autentici.

Recensione
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