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Guerra e pace sono i due fuochi attorno cui si sviluppa Genesis di Veniero Scarselli, una “Fiaba della guerra e della pace”, come recita il relativo sottotitolo, un raro esempio di poema che non annoia il lettore.

«La pace non è una paradisiaca condizione originaria, né una forma di convivenza regolata dal compromesso. La pace è qualcosa che non conosciamo, che soltanto cerchiamo e immaginiamo. La pace è un ideale», così scrisse H. Hesse. D’altro canto, «La guerra è madre di tutte le cose e di tutte regina; e gli uni rende dèi, gli altri uomini, gli uni fa schiavi, gli altri liberi.», come osservò Eraclito.

Il progetto che sottende l’opera Genesis, lo si comprende subito, è alquanto ambizioso, poiché viene rivisitata la favola dell’origine e della storia del mondo. L’autore dimostra di possedere una buona capacità di sintesi mentre sceglie i dettagli più opportuni per arricchire la narrazione evitando, al tempo stesso, di soffocare l’impeto poetico. L’opera, pertanto, nasconde una complessità di fondo malgrado il risultato finale possa far pensare che sia stata scritta con una certa facilità (persino Ovidio, che con le Metamorfosi voleva scrivere un poema filosofico-scientifico che narrasse la storia dell’universo partendo dal caos originario, incappò in un ordine episodico non auspicato…).

A Sandro Gros-Pietro si deve la Prefazione di Genesis; egli non esita a schierarsi dalla parte di Veniero Scarselli a fronte dei tanti autori che inflazionano il mercato librario: «In questo genere di poesia Scarselli è veramente un grande, forse è il più grande dei poeti italiani contemporanei, racchiuso nella sua solitudine di scrittore tragico e vaticinante, sull’arcosolio anacronistico del vate che declama inascoltato, contro il vento della moda, il destino di un intero popolo e di tutta l’umanità.».

Come osserva il prefatore, «Secondo Scarselli, lo stravolgimento della realtà inizia dalla confusione dell’essere con l’avere: confondere le cose con le idee, colludere la spiritualità con la materialità, avere il rapporto con le cose anziché con le persone.». L’uomo contemporaneo (il cadavere che spesso appare persino curato e ben pettinato nella produzione poetica e aforistica di Domenico Cara) non si dilania sull’«Essere o non essere» come, invece, faceva Amleto, né si interroga sull’Essere & Non Avere, autentico tormento di Giuseppe Guglielmi.

È significativo che, nella conclusiva “Nota dell’autore”, Scarselli affermi che la “Fine del Mondo” poteva essere una valida alternativa al titolo poi da lui scelto come definitivo per questo tomo di poesia.

L’ecologia è uno dei punti di forza della poetica dell’autore, la cui formazione cattolica, congiunta a una sensibilità fuori dal comune, gli consente di veicolare un messaggio rivolto a tutti, senza preconcetti.

Riportiamo qui di seguito una abbondante selezione di frammenti che possono dare un’idea della trama dell’opera e di quanto Genesis sia divertente (ovvero capace di allontanare dal solco comune, precostituito): «C’era una volta, nel principio dei principi, | l’Essere (almeno così si racconta) | senza macchia di spazio e di tempo; | poi qualcuno ch’era un po’ filosofo | disse invece che in principio era il Verbo, | il Pensiero che pensa se stesso; | ma infine quasi tutti d’accordo | lo chiamarono il Motore Immobile | perché solo pensando Se Stesso | e stando ben fermo fece il mondo, | il quale invece, com’è noto da gran tempo, | non fa che muoversi continuamente»…«Nell’era dunque della vecchia Terra, | che tutti i bambini dei pianeti | della nostra galassia hanno studiato | diligentemente anche a scuola | come “Età Felice dell’Eden”, | esistevano soltanto esseri buoni, | femmine timorate di Dio | che partorivano senza dolore | e vivevano contente coi compagni; | tutti insieme ringraziavano il Signore | e vivevano in grande armonia | con le buone creature dell’Eden | che gli erano state affidate. | Ma un giorno la Terra andò incontro | a un disastroso evento stellare | che tramutò alcuni esseri buoni | in orridi bipedi»…«Molti dati raccolti dagli astronomi | sulla triste fine della Terra | provennero anche dal diffuso | resoconto di un antico testimone | della grande efferata ecatombe, | certo uno degli esseri buoni | che ovviamente non aveva ancora| le moderne tecnologie astronautiche | per fuggire, e credette di salvarsi | pensando di poter continuare | la specie degli esseri buoni | in una valle inesplorata della Terra | protetta da impervie montagne, | che sembrava perciò molto adatta | a compiere il volere di Dio».

Concretamente se ne deduce che in Genesis poesia e narrazione si fondono in risultati originali e accattivanti, capaci di stimolare nel lettore una riflessione parallela e incrociata con quella dell’autore. Infatti, l’abile sviluppo del racconto non consente di rimanere in una posizione passiva. Il lettore si sente spronato a prendere posizione, a meditare sui mali che lo circondano osservandoli da un’angolazione insolita e, soprattutto, onesta.

Recensione
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