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Giunte e caldaie è l’efficace titolo collettivo che è stato scelto per riunire, poco dopo il trentennale della morte di Antonio Pizzuto e con talune modifiche, le edizioni critiche di Giunte e virgole, edite per la prima volta nel 1996 dalla Fondazione Marino Piazzolla (grazie al cui contributo è stato pubblicato, in parte, il presente tomo) e Spegnere le caldaie, la cui uscita avvenne nel 1999 grazie all’editore Casta Diva.

Le edizioni critiche sono state curate da Gualberto Alvino, la cui sensibilità di saggista consente di mettere in luce al meglio le qualità del prosatore siciliano. La non comune acribia filologica dimostrata rende apprezzabile a livelli profondi (più per emozione che per comprensione, come avviene per la poesia) la complessa opera di Pizzuto, malgrado egli rimanga un autore che ai più apparirà sempre ostico.

A ribadire la sua importanza, basti ricordare quanto scritto ne Il Novecento italiano (edito nel 1972 da Paravia) di Mario Oliveri e Terenzio Sarasso a proposito de “La disintegrazione del romanzo”: «La linea di sviluppo di questa narrativa ci sembra segnata essenzialmente da C. E. Gadda, Pasolini, Testori, Mastronardi, Del Buono, Pizzuto». E Pampaloni, dal canto suo, aveva notato come la maniera compositiva, a un certo punto della produzione di Pizzuto, avesse subito significativi mutamenti: «la sua prosa ha perduto sempre più i connotati narrativi, è divenuta flusso verbale dal quale balenano a frammenti misteriose assonanze, sotterranei richiami a immagini immobili e immateriali».

Antonio Pizzuto rimane oscuro anche dopo aver letto le note che, anziché sbrogliare, spesso contribuiscono a portare maggiore scompiglio. Tra segnalazioni di correzioni ed elementi irrilevanti per il lettore che così si può annoiare (si vedano, per esempio, le date e le ore di stesura), lo stesso curatore a volte è costretto ad ammettere i propri limiti nell’approccio all’opera.

Comunque sia, con Antonio Pizzuto tutto si fa stile. Egli stupisce e appaga (inquietandola) la mente effervescente, rendendo ininfluente il contenuto che non si presta a riassunti o analisi che possano dirsi davvero efficaci, come si evince dalla seguente selezione di frammenti, tratti da Giunte e virgole: «Come a giro salpare in calafatata barchetta per spettante viaggio, meta ignota. Due scalmi, tranquille acque eppure capaci. Tanta costanza quale forza nei polsi, già arrossate e dolenti palme disavvezze.» (da “Dattili”); «Vigilia; una spesa grossa dal macellaio, poi giù in piazza per pagliaccetti, balocchi, calendole, martagone. Con aiuto del portinaio fante sopraccarica, roba in porto, gli apparecchi solerti, odorini ghiotti, gran soffi vaporieri la casseruola extra strong a martirologi.» (da “Da un troppo all’altro”); «Come in cala disconosciuta, dietro il sovrabbondante passeggio, la spianata deserta, accoltevi stuoli di filatrici operose, con polveri viola e oro. All’alto, percetta traccia, un misto di suoni oltre i telai loro stoffa ed opera, rimpicciolite fioche gesta, insieme consimigliante scolaresca in aperto, non che viva naturale ordinanza di mondo affine.» (da “Fibrille”).

In Spegnere le caldaie, invece, leggiamo: «Monde insanie per ripristinate creature (in sé unico o nell’idea, come dirlo) quale processo risorto: dai banchi naufragosi alle cateratte fra torridi serpenti sepolti schegge iberne, crudeli stragi tenerezze sbranate.» (da “Giallo”); «Spillare altri stilli nuove cavate dal fasciame disobbediente ed esoso, veglie le fogliette a raccoglierlo in un’aria ebra di tossiche essenze or ora vivificantisi.» (da “Completezze”); «Tendere a una certezza d’identità, in un caso o nell’altro raddoppiarne termini e problemi senza peraltro attingerne concretezze maggiori o minori. Incerto sempre il punto d’arrivo, non meno dell’incertezza stessa. Qual valore all’invalidità e al suo opposto, se anche in grotteschi ribaltamenti o prese di posto successorio?» (da “Arrivo”).

Ci si chiede, se l’autore avesse potuto effettuare le revisioni finali di queste opere, cosa sarebbe cambiato. Probabilmente, però, l’essenza di questi libri sarebbe rimasta inalterata. Antonio Pizzuto ha scritto: «Ci si trova soli dinanzi alla scrittura, | in perpetuo rischio ottativo.». Ogni singola parola utilizzata testimonia che delle scelte e delle esclusioni sono state fatte, che dei giudizi sono stati dati, con consapevolezza e irrazionalità, secondo formule sfuggenti. Inutile la ricerca di definizioni.

La prosa di Pizzuto non lascia spazio a soluzioni facili o immediate o di compromesso, nemmeno per creare poche e brevi pause, ovvero sporadici attimi di respiro. Infatti, l’autore riscopre vocaboli caduti da tempo in desuetudine, li ristora e li restituisce al lettore pregni di concrezioni inafferrabili e fitti di fessurazioni impercettibili. D’altro canto, la massima creatività lessicale di Antonio Pizzuto sfocia in neologismi di notevole spessore. Indispensabile, dunque, il Glossario che si può rinvenire tra le pagine di questo volume, collocato in chiusura del tomo ma immediatamente prima del Dialogo tra lo Scettico e il Fautore.

Anche le varianti giocano un ruolo stimolante all’interno della produzione prosastica di Pizzuto. Vi sono delle diramazioni del pensiero, delle ramificazioni dell’opera, dei filamenti o propaggini imprecisabili. Il tutto costituisce una sfida anche per la critica, che deve districarsi tra grovigli di possibilità e zone d’ombra.

“Tra biscia e camaleonte”, nel “Dialogo dello Scettico e del Fautore”, Gualberto Alvino mette a fuoco i punti chiave relativi alla produzione eccentrica e alla personalità non comune di Antonio Pizzuto. Soprattutto inchioda il quesito relativo a «che ne è di un genio se la sua opera non viene letta», mentre ci si interroga sul valore di tale opera. Per fortuna, grazie al lavoro attento svolto dalla Fondazione Marino Piazzolla, Giunte e caldaie, ovvero Giunte e virgole e Spegnere le caldaie, non temono l’oblivione.

Forse anche per Antonio Pizzuto come accade leggendo i testi, per esempio, di Domenico Cara, qualche volta si dovrebbero dimenticare gli apporti della critica che può complicare, se non ostacolare, il rapporto tra lettore e autore. Opere sfuggenti possono indurre a dipendere troppo dall’interpretazione preconfezionata disponibile.

Giovanni Nencioni ha saputo penetrare nell’anima di Pizzuto, ovvero nella sua produzione letteraria, come pochi altri: «L’edizione postuma di Giunte e virgole, tratta da Alvino con immensa fatica da una scrittura «impervia» e munita di indispensabile glossario (edizione critica che l’autore non esita a battezzare «avventura»), ci presenta un testo «impenetrabile a qualsivoglia tentativo di lettura orizzontale, nuda, diretta» senza risalire il calvario delle progressive approssimazioni, documentato dal complesso apparato. Tanta confessata fatica del più devoto ed esperto curatore di Pizzuto ci dà oggi speranza che egli possa e voglia tracciare quel profilo sistematico della sua lingua che, riducendo l’apparente arbitrarietà dei testi, apra un accesso non deterrente alla loro lettura e tenga viva la speranza che, anche nell’ultima e più ardua raccolta di essi, tra «giunte» da leggere come musica il volenteroso lettore incontri anche «giunte» leggibili, semplicemente, come poesia».

Per la produzione in prosa di Antonio Pizzuto potrebbe valere quanto sostiene per la poesia Gabriella Sica: non è importante comprendere la singola parola, bensì lasciarsi trasportare dalla musica prodotta dai versi. Ed è ovvio che i confini tra prosa e poesia, talvolta, sono alquanto labili.

Si è già accennato a Domenico Cara, quale autore criptico di notevole livello utile per un confronto parziale con Pizzuto. Egli, anche se sovente pare manifestare l’intenzione di non volersi far intendere, afferma che: «Non è importante capire alcunché di quello che si | legge. Conta molto ascoltare sulla pagina le vibrazioni del | mondo, comunque». Quindi, se ne deduce che malgrado la difficoltà insita nella lettura dei testi di alcuni autori, dietro alle ingannevoli apparenze e in contrasto con esse, può celarsi anche un atteggiamento non eccessivamente elitario.

Spesso si è detto che quando si entra in un museo, per poter apprezzare davvero le opere d’arte esposte, occorre dimenticare tutto quello che si è letto al riguardo. Altrimenti non sarebbe possibile lasciarsi rapire nemmeno dal capolavoro più assoluto. Questo dovrebbe accadere anche con i testi letterari. La riflessione è necessaria sino a un certo punto, poi deve avvenire l’incontro diretto con il testo e con le sue zone più tortuose senza intermediari, senza guide. Cuore contro cuore, anima nell’anima. Vibrando all’unisono.

Recensione
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