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Non una visione rasserenante della vita, quella di Michelangelo Bonitatibus. Almeno questo è quanto si evince dalla sua “opera prima”, Il cacciatore di chimere, volume incluso di recente nella Collana di Poesia “Nuovi Fermenti”, curata da Velio Carratoni. Introduce alla lettura una prefazione di Donato Di Stasi (“Dentro una valigia di parole”), schietta e priva di qualsiasi forma di servilismo del prefatore nei confronti dell’autore, cosa alquanto rara di questi tempi, come dimostrano ampiamente le seguenti osservazioni: «che il presente libello si mostri incurante delle mode e selvatichetto quel tanto, non guasta, anzi fa bene alla poesia, anche se occorrerebbe una dose ulteriore di coraggio per lacerare la corazza delle recondite resistenze psicologiche e gridare tutta la verità del proprio essere gettati nel mondo.» Però Di Stasi brilla per la sua oggettività soprattutto nelle battute finali, così tratteggiate: «Inorgoglisce comunque di poter presentare quest’opera non disdicevole, già per alcuni tratti matura, asciutta, rotonda, ingolfata in sentimenti taglienti. All’autore e alle sue prove venture, bienvenido.».

Nella silloge Il cacciatore di chimere la punteggiatura scompare, per lasciar meglio affiorare le parole nella loro completa nudità. Prevalgono le tonalità del rosso e dell’oro, in un affondo senza fine. E proprio la poesia “Il rosso che m’inghiotte” si configura come una delle meglio riuscite: «dolcemente accetto | il tuo dolore || con il fumo sale | sul soffitto lacerato della stanza | allagata in questa musica || che verde si allunga alle pareti || tiene per mano | il mio respiro || abbandonato aspetto | in un urlo di mille margherite».

Luogo privilegiato dell’isolamento appare il letto, zattera ospitale che tramuta repentinamente in freddo giaciglio: «graffierai enigmi | sul marmo lacerato del tuo letto» (nella lirica “Al porto le navi”); «e il tutto si consuma | dal letto alla scrivania | tra insospettabili pareti» (in “Accordi intrighi percezioni”); «misuro i passi che dividono | la scrivania dal letto | il letto dall’armadio | memorizzato ogni movimento | posso camminare a occhi chiusi | senza calpestare i mobili» (nella poesia “Dalla scrivania al letto | Un dedalo di strade”); «la finestra dove mia nonna | fumava l’ultima sigaretta | prima di andare a letto» (in “Sul petto l’intreccio delle carte”); «fumando a letto» (nella poesia “Sul davanzale in bilico gli occhiali”); «un letto sempre disfatto | dove a sera riparo» (ne “La notte il pendio”); «maledicendo il nome così dolce | oggi straniero || attraverso il letto | all’altro lato della stanza | nelle sabbie | del tuo monolocale | sparisci» (in “Disciolto dagli occhi il tuo profilo”); «troppi giorni ho mangiato | sabbia nel mio letto» (nella lirica “In un angolo i miei resti”); «attraverso il letto | nel punto più largo | dove le spine tagliano le cosce» (in “Sulla riva a calpestare sassi”); «ho misurato gli angoli del letto | la circonferenza dell’abisso», in un vano tentativo di circoscrivere quanto risulta incontrollabile (ne “La luna entra in Acquario”), così il poeta ammette pure: «ho contato le mattonelle | del pavimento di camera mia» (in “Alla parete accovacciato”).

Ma è “Approdato al bianco del letto” la lirica che meglio riassume la poetica di Michelangelo Bonitatibus, oltre alla sua ossessione per quest’immagine che ritorna sempre rinnovata, nelle più o meno leggere variazioni possibili (e disponibili): «intrecciato alle coperte | stringo il tuo nome tra le cosce || quante promesse | sporcano lenzuola nella sera | affacciato al bordo del bicchiere | dalle labbra sanguino parole || a quest’ora forse dormirai | la faccia affondata nel cuscino | perché non si accorgano | che l’hai macchiata con il mio sorriso.».

Letto e ventre sono insieme i protagonisti di alcuni versi: «potessi strappare | ogni soffio dal tuo letto | cancellare l’altro | sostituirmi | far marcire nel tuo ventre | il desiderio» (da “Tra polvere e parole”). Anche il ventre, al pari dell’ossessione del letto, meriterebbe un’analisi approfondita. Il ventre, persino quello materno, ispira al poeta versi aspri, spietati, sciabolate che non vengono risparmiate a nessuno. Fioriscono ortiche in questi ventri, mai accoglienti, spesso, se non sempre, traditori, in loro si nasconde e raccoglie il marciume, e persino figli strozzati; su di essi va vomitato il rancore.

Malgrado la tematica del viaggio risulti tra le dominanti, l’impressione è quella di non andare da nessuna parte. Ma nel coraggio della pura visione, la scrittura offre uno spiraglio. E così, in “Siam”, l’autore scrive: «sono approdato | su questi scogli | erosi dal sole | dove le sirene | esistono davvero».

La carne fa sentire la sua voce, il suo urlo, lo strazio. Molte labbra si imprimono sui solchi di questi versi, parecchi inguini e cosce si offrono all’attenzione del lettore. Ed è un continuo girarsi e rigirarsi tra vetri, specchi, finestre, tra riflessi, apparizioni e sparizioni, porte che non si aprono, parti mancanti di sé. La clessidra contiene veleno, quale linfa vitale che scorre. Talvolta gli appigli più concreti sono offerti dagli oggetti, mentre il poeta ammette: «dimentico | il colore dei miei occhi | il rosso delle mie labbra | il sapore del mio nome» (in “Alla parete accovacciato”).

Una venatura di tristezza accompagna tutta l’opera, nell’ottica dell’abbandono. Il caos getta scompiglio ovunque: non solo le linee della mano vengono cancellate, ma addirittura anche i confini geografici scompaiono,  con la conseguente confusione di mari fiumi e pianure. La visione, per quanto lucida, è come se avvenisse a occhi chiusi. Il cacciatore di chimere non è solo nel suo silenzio, nella sua attesa, nel gioco illusorio destinato a lasciare ferite aperte e vuoti incolmabili: vi sono pure “Il cacciatore di sogni” e “Il cacciatore di ricordi”. Qualche luogo comune andrebbe ancora levigato, per ricavarne segmenti versicolari meno lisi, come nel caso de “La lingua al palato | Incatenata”: «a volte tacere | è la peggior menzogna».

Il simbolo della croce marchia svariati versi, ma in modo elegante e sottile, non comune: «ho segnato i muri col mio nome | agli stipiti della porta | incollato brandelli di me»… «inchioderei e piedi e mani | alle tavole sconnesse del pavimento | così da riconoscermi qui || apparterrò mai a queste pareti?» (nella poesia “Della mia stanza le vie cammino”). E il simbolo della croce si somma a quello del letto in “Sul cuscino grovigli di capelli”: «trascino il sesso | sul fondo melmoso del letto | accartocciati i piedi alla parete | le braccia appese al muro sopra un chiodo».

Michelangelo Bonitatibus descrive l’anima come Elisa Davoglio l’aria: «alla finestra ho appeso | l’anima ad asciugare» (in “Feroce l’intonaco | Si stacca dal soffitto”; altrove è la luna a essere feroce).

“Il nemico tuo famelico” raccoglie una confessione denudante: «devo pur raggiungere la porta | aprire al mondo uno spiraglio || non trovo la strada | calpesto incurante il mio vagare | cosparso di troppe falsità || eppure l’unico a mentire | sono io | di tutti | io». E “In agguato al bordo dello specchio”: «voltandoti vedrai | la sua | è la tua stessa ombra». Nel gioco degli specchi, tra universi poetici distanti (distanti non solo nello spazio e nel tempo), non è difficile ravvisare e scoprire piacevoli sintonie, in questo caso con celebri versi di Emily Brontë: «Era doloroso pensare all’umanità | come vuota, servile, insincera – | ma ben maggiore pena confidare nel mio spirito | e trovarvi la stessa corruzione».

Recensione
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