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In deserto

In deserto di Paolo Steffan è libro complesso e composito, che incorpora riferimenti ai dialetti alto-veneti, a Dante, Arnaut Daniel, Pasolini, Paul Celan, Mario Luzi, e molto altro.

Malgrado i limiti che caratterizzano la parola, è ancora possibile, attraverso il canale privilegiato della poesia, denunciare le colpe e le responsabilità dell’uomo, cercando di promuovere al tempo stesso il tanto auspicato risveglio delle coscienze.

La crudeltà, l’insensibilità e l’egoismo assumono infiniti volti, e l’indifferenza non è meno grave, anzi è anch’essa uno di tali volti, al pari dei bei discorsi orditi al solo fine di salvare le apparenze.

Scegliendo la via della coerenza e dell’onestà, invece, non si può ignorare l’importanza di far seguire, alle giuste parole, le conseguenti giuste azioni, partendo ognuno di noi da piccoli gesti quotidiani e ponendo particolare attenzione anche all’uso che si fa della lingua.

Infatti, quello che diciamo condiziona chi ci sta vicino. Soprattutto possiamo scoraggiare atteggiamenti ostili dimostrando, per primi, cosa significhino veramente vocaboli come “accoglienza” e “ospitalità”, esercitando la nostra capacità di immedesimazione. Ovviamente risulta fondamentale che la scuola ritrovi la sua centralità (l’autore è docente di lettere in una scuola superiore), affinché sia possibile sin da piccoli allenare la propria sensibilità e contribuire magari a cambiare la mentalità, per quanto fattibile, degli adulti della propria famiglia, se non sono sufficientemente attenti alle esigenze altrui.

In deserto inizia con un tema forte come il disastro del Vajont, dopodiché viene affrontata la tragedia di Lampedusa dell’ottobre 2013 e, in seguito, la narrazione in versi prosegue con una certa varietà contenutistica e di soluzioni espressive.

Rosso sangue schizza tra il nitore dei segmenti di parole, sangue che è morte ma che potrebbe essere ancora vita, se solo la follia e l’insensatezza venissero superate e sconfitte, e se molti non guardassero le tragedie in corso con distacco, come se tutto ciò fosse irreale: «Ora sono spari e bombe / come quasi ai videogiochi».

Leggendo queste poesie di Paolo Steffan, in certi momenti pare di avere sotto agli occhi alcune delle tante e terribili immagini che vediamo al telegiornale.

L’orrore senza tempo è ovunque («è ancora brace nei lager…»; «i manganelli armi sguainate / da mani che ci illudevamo estinte»), tra «crampi di luce» e lo «sfarsi nel niente di un colore». La violenza genera altre violenze, come dimostrato nella poesia “Tramonto a est”, così spiegata dallo stesso autore: «Miklós Radnóti (1909-1944), finissimo poeta ungherese della generazione di József, fu martirizzato dalla stessa nazione che egli aveva visceralmente amato e cantato, dentro un campo di concentramento nazifascista. Ai giorni nostri, la stessa Ungheria è tristemente nota per avere orgogliosamente eretto muri spinati e per avere introdotto misure restrittive contro i popoli in fuga dalle guerre in Medio Oriente».

Purtroppo a volte l’insensibilità appartiene anche a chi ha molto studiato senza però capire, o senza voler capire, cosa significhi e comporti veramente essere una persona di cultura: «Ma che avrà la tua vita a spartire / con quella di uno che parla oltre dieci / lingue ma che non ha niente da dire?», chiede il poeta.

Si può morire davvero per molto poco, al giorno d’oggi: «non pensavi che per un melone / si potesse (non ci pensava nessuno mai) morire». A ben vedere tutti siamo fragili e in pericolo, proprio come chioccioline che possono venire investite sull’asfalto da un momento all’altro.

Non va dimenticato che anche la natura, esempio di poesia vivente («sa meglio di me / la sua missione / il primo bucaneve di stagione»), è vittima dell’uomo: «Vi son stati davvero pochi scrupoli / nell’imporre devianze e imbastir trame / e intrighi di trappole e crampi / su questi muscoli di paesaggi altri, / sulle chiare ossa in ombra di artriti e alberi.»; «Neanche dopo il perdono avrà assoluzione / il nostro essere uomini».

Eppure la natura ci lancia continuamente messaggi di speranza: «Ma cruda crepa dal ventre del cielo / si sfrange in sibilo di fumo \ Ne amputa / la cima. Cupa abbatte, deflagrante. // Ma volge primavera sulla vetta / e speranza rigetta, rigermoglia. / Che su alto salga / Ritto svetti. L’albero».

La poesia fa parte della vita, però nemmeno per il poeta è tutto e non viene prima di tutto il resto, bensì attraverso di essa diviene possibile cogliere l’essenza del vivere: «Tutto ricerco tutto rincorro / → non l’eufonia di un distico».

In questo libro Paolo Steffan, al pari del pittore Gianni Sesia della Merla, sembra includere in un suo possibile Autoritratto, e quindi nella raffigurazione di sé (nel suo caso in versi), Il dramma dei curdi o di tanti altri disperati che cercano (o hanno cercato) salvezza via mare, mentre le loro sorti sono in mano al “caso”.

Un “caso” sempre più pilotato dall’uomo.

Recensione
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